DOC e ChatGPT: chiedere rassicurazioni come compulsione

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Per alcune persone con disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), rivolgersi a chatbot basati sull’intelligenza artificiale, come ChatGPT, può diventare qualcosa di più di una semplice ricerca di informazioni: può trasformarsi in una vera e propria modalità di ricerca compulsiva di rassicurazioni.

La possibilità di ottenere risposte immediate, personalizzate e apparentemente prive di giudizio rende questi strumenti particolarmente accessibili a chi sperimenta dubbi persistenti, pensieri intrusivi e un intenso bisogno di certezza.

Una domanda inizialmente finalizzata a tranquillizzarsi può così essere seguita da ulteriori richieste di conferma, riformulazioni dello stesso dubbio e verifiche ripetute, alimentando un circolo in cui il sollievo ottenuto è soltanto temporaneo.

Ma in che modo l’intelligenza artificiale può inserirsi nei meccanismi del DOC? E quando il suo utilizzo rischia di assumere una funzione compulsiva?

In questo articolo approfondiremo il fenomeno, analizzando le possibili implicazioni psicologiche dell’interazione tra DOC e chatbot attraverso l’esame della letteratura scientifica attualmente disponibile sul tema, ancora emergente ma già ricca di spunti di riflessione.

Disturbo Ossessivo-Compulsivo e ricerca di rassicurazioni online

Nel disturbo ossessivo-compulsivo, la ricerca di rassicurazioni (reassurance seeking) rappresenta un comportamento attraverso il quale la persona tenta di ridurre l’ansia e l’incertezza associate ai propri pensieri ossessivi, cercando conferme che possano escludere una possibilità temuta.

Sebbene ricevere rassicurazioni possa produrre un sollievo immediato, questo tende spesso a essere temporaneo, favorendo la comparsa di nuovi dubbi e la necessità di ottenere ulteriori conferme.

Tale comportamento non si manifesta necessariamente attraverso il confronto diretto con altre persone, ma può assumere anche una dimensione digitale, attraverso la consultazione ripetuta di motori di ricerca, siti internet e forum online.

Uno studio di Parsons e Alden (2022) ha evidenziato un’associazione tra la gravità della sintomatologia ossessivo-compulsiva e la frequenza della ricerca di rassicurazioni online.

Una successiva ricerca di Parsons e colleghi (2025) ha approfondito le motivazioni alla base di questo comportamento, individuando alcuni fattori che possono spingere le persone con DOC a cercare rassicurazioni su internet, tra cui:

  • Vergogna e imbarazzo: alcuni pensieri ossessivi possono avere contenuti percepiti come inaccettabili o imbarazzanti, rendendo difficile condividerli direttamente con altre persone.
  • Timore del giudizio e del rifiuto: la paura che gli altri possano reagire negativamente alla rivelazione delle proprie preoccupazioni può favorire la ricerca di rassicurazioni attraverso fonti online.
  • Desiderio di nascondere le proprie preoccupazioni: la ricerca online permette di ottenere conferme senza dover necessariamente rivelare ad altri il contenuto dei propri pensieri ossessivi.
  • Preoccupazione di infastidire o gravare sugli altri: il timore di disturbare amici, familiari o partner con richieste ripetute di rassicurazione può rappresentare un’ulteriore motivazione per rivolgersi a fonti alternative.
  • Ricerca di fonti considerate competenti e affidabili: il desiderio di ottenere conferme da fonti percepite come autorevoli può orientare la ricerca di rassicurazioni, sia online sia attraverso altre persone.

In particolare, lo studio del 2025 ha rilevato che vergogna, imbarazzo e paura delle reazioni negative altrui erano motivazioni particolarmente rilevanti nei partecipanti con DOC.

La preoccupazione di gravare sugli altri e il desiderio di ottenere rassicurazioni da fonti competenti, invece, non erano motivazioni esclusive delle persone con questo disturbo.

DOC e chatbot: quando l’intelligenza artificiale diventa uno strumento di rassicurazione compulsiva

Con la diffusione dei chatbot basati sull’intelligenza artificiale, come ChatGPT, la ricerca di rassicurazioni nelle persone con disturbo ossessivo-compulsivo può assumere modalità nuove.

A differenza della tradizionale consultazione di siti internet o motori di ricerca, questi strumenti permettono di instaurare un’interazione continua, formulare domande personalizzate, approfondire specifiche preoccupazioni e richiedere ulteriori conferme ogni volta che emerge un nuovo dubbio.

Un contributo particolarmente interessante per comprendere questo fenomeno proviene da Barkhuff (2026), autrice dello studio Reassurance Robots: OCD in the Age of Generative AI.

Attraverso un’analisi qualitativa esplorativa di 100 post pubblicati in una comunità Reddit dedicata al DOC, la ricercatrice ha esaminato le esperienze riportate dagli utenti in relazione all’utilizzo dell’intelligenza artificiale.

Dall’analisi sono emerse tre principali modalità attraverso cui l’interazione con i chatbot può assumere una funzione compulsiva:

  • Ricerca compulsiva di rassicurazioni: rivolgersi ripetutamente all’intelligenza artificiale per ottenere conferme rispetto ai propri timori, pensieri intrusivi o dubbi ossessivi, anche dopo aver già ricevuto una risposta.
  • Confessioni compulsive: utilizzare il chatbot per confessare pensieri, comportamenti o presunte colpe, nel tentativo di alleviare il senso di colpa e ottenere rassicurazioni sulla propria condotta.
  • Delega delle decisioni: affidarsi all’intelligenza artificiale per prendere decisioni o verificare continuamente la correttezza delle proprie scelte, cercando di ridurre l’incertezza e la paura di commettere errori.

Un aspetto particolarmente significativo riguarda il possibile trasferimento della ricerca di rassicurazioni dalle persone ai chatbot.

In alcune testimonianze analizzate, gli utenti raccontano di aver ridotto le richieste di rassicurazione rivolte ad amici e familiari, sostituendole con interazioni con ChatGPT.

In questi casi, dunque, il comportamento compulsivo non sarebbe necessariamente diminuito, ma avrebbe semplicemente trovato un nuovo interlocutore.

Per descrivere questa funzione dell’intelligenza artificiale, Barkhuff utilizza l’espressione Reassurance Robots, riferendosi ai chatbot che, attraverso rassicurazioni, risposte alle confessioni o supporto decisionale, possono finire per assecondare i comportamenti compulsivi.

È importante sottolineare, tuttavia, che lo studio presenta alcuni limiti metodologici: si basa su testimonianze spontanee raccolte online, senza una verifica clinica delle diagnosi, e non utilizza un campione rappresentativo delle persone con DOC.

Non permette quindi di stabilire quanto il fenomeno sia diffuso né di dimostrare che l’utilizzo dei chatbot provochi un peggioramento dei sintomi ossessivo-compulsivi.

Il lavoro rappresenta comunque un contributo esplorativo interessante, perché documenta modalità concrete attraverso cui l’intelligenza artificiale può inserirsi nei rituali compulsivi e suggerisce la necessità di approfondire scientificamente questa nuova forma di interazione.

DOC e dispositivi digitali: cosa emerge dalle testimonianze di 24 persone

Un ulteriore contributo alla comprensione del rapporto tra disturbo ossessivo-compulsivo e tecnologie digitali proviene dallo studio di Occhino-Moede e colleghi (2026).

I ricercatori hanno condotto 24 interviste semistrutturate ad adulti che riferivano una diagnosi di DOC, con l’obiettivo di comprendere come l’utilizzo quotidiano delle tecnologie potesse interagire con i sintomi ossessivo-compulsivi.

Dall’analisi delle testimonianze è emerso come gli strumenti digitali possano rappresentare sia una risorsa per le persone con DOC sia un contesto nel quale alcune ossessioni e compulsioni trovano nuove modalità di espressione.

In particolare, i ricercatori hanno individuato quattro principali ambiti di interazione tra tecnologie e sintomatologia ossessivo-compulsiva:

  • Ricerca di informazioni e rassicurazioni: motori di ricerca, social network, portali informativi e modelli linguistici possono facilitare comportamenti di controllo e verifica ripetuti. Alcuni partecipanti hanno descritto la tendenza a consultare continuamente informazioni per ottenere certezze rispetto a preoccupazioni legate alla salute, alla responsabilità personale o al timore di aver commesso errori.
  • Sistemi di punteggio e monitoraggio: funzionalità come contatori, obiettivi giornalieri e sequenze di attività consecutive possono alimentare il bisogno di completamento, precisione e simmetria, rendendo difficile interrompere determinate attività.
  • Notifiche digitali: alcuni intervistati hanno riferito il bisogno di controllare ripetutamente messaggi e notifiche, oppure di eliminarle per ripristinare una sensazione di ordine e controllo.
  • Organizzazione delle interfacce digitali: la disposizione delle applicazioni, la personalizzazione dei dispositivi e la complessità degli ambienti digitali possono favorire rituali di riordino o generare una sensazione di sopraffazione.

Per quanto riguarda specificamente la ricerca di rassicurazioni, alcuni partecipanti hanno raccontato come trovare una risposta online potesse produrre un sollievo iniziale, seguito però da ulteriori dubbi e verifiche. La presenza di informazioni discordanti e la difficoltà a considerare una fonte sufficientemente affidabile potevano contribuire alla prosecuzione delle ricerche.

Lo studio suggerisce quindi che le caratteristiche stesse degli strumenti digitali possano intrecciarsi con i meccanismi del DOC, offrendo nuove occasioni per mettere in atto comportamenti compulsivi.

Quando l’intelligenza artificiale asseconda le ossessioni: sycophancy e accomodamento digitale nel DOC

Un aspetto particolarmente interessante del rapporto tra intelligenza artificiale e disturbo ossessivo-compulsivo riguarda la possibilità che i chatbot, anziché contribuire a interrompere i meccanismi ossessivi, finiscano involontariamente per assecondarli.

Questo fenomeno è stato approfondito da Zaboski, Sugino e King (2026) nell’articolo The Patient–AI Relationship in Obsessive–Compulsive and Related Disorders: A Cognitive-Behavioral Framework.

Gli autori propongono un modello teorico per spiegare come alcune caratteristiche dell’intelligenza artificiale generativa possano interferire con i processi psicologici coinvolti nel DOC e, potenzialmente, con il suo trattamento.

In particolare, individuano due meccanismi rilevanti:

  • Sycophancy (compiacenza algoritmica): indica la tendenza di alcuni modelli di intelligenza artificiale ad assecondare, confermare o validare le affermazioni dell’utente, talvolta anche a discapito dell’accuratezza delle risposte. Nel DOC, questo comportamento potrebbe diventare problematico quando una persona presenta al chatbot una paura ossessiva e riceve risposte che ne confermano implicitamente la plausibilità, anziché favorire una valutazione più equilibrata. Ad esempio, di fronte al timore irrazionale di aver contratto una malattia attraverso un contatto quotidiano, il chatbot potrebbe soffermarsi su scenari estremamente improbabili o fornire rassicurazioni ripetute, contribuendo a mantenere centrale la preoccupazione.
  • Accomodamento digitale (digital accommodation): si verifica quando il chatbot assume una funzione simile a quella di un familiare che partecipa involontariamente ai rituali compulsivi della persona con DOC. Rispondendo ripetutamente alle stesse domande, fornendo conferme o facilitando comportamenti di evitamento, l’intelligenza artificiale potrebbe diventare parte del meccanismo attraverso cui la persona tenta di neutralizzare l’ansia. A differenza degli interlocutori umani, inoltre, i chatbot possono essere disponibili continuativamente e non sempre sono in grado di riconoscere quando una richiesta di aiuto costituisce, in realtà, una compulsione.

Secondo gli autori, questi meccanismi potrebbero avere implicazioni anche sul piano terapeutico, soprattutto rispetto alla terapia di esposizione con prevenzione della risposta (ERP), uno dei trattamenti psicologici maggiormente supportati dalla letteratura scientifica per il DOC.

L’ERP prevede che la persona affronti gradualmente le situazioni che attivano i pensieri ossessivi, imparando a tollerare l’incertezza e il disagio senza ricorrere ai consueti rituali compulsivi. Tuttavia, se durante o dopo un’esposizione la persona si rivolge sistematicamente a un chatbot per ottenere rassicurazioni, potrebbe continuare a neutralizzare l’ansia attraverso uno strumento digitale, ostacolando così l’apprendimento che il trattamento cerca di promuovere.

Gli autori descrivono questo possibile fenomeno attraverso il concetto di riduzione della therapeutic friction, ossia di quelle condizioni di attesa, disagio e incertezza che permettono alla persona di sperimentare una situazione temuta senza ricorrere immediatamente alle compulsioni.

È importante precisare, tuttavia, che il lavoro di Zaboski e colleghi rappresenta una proposta teorica e non uno studio sperimentale. Non è stato ancora dimostrato che le rassicurazioni fornite dall’intelligenza artificiale compromettano effettivamente i risultati dell’ERP. Il contributo degli autori consiste piuttosto nell’individuare alcuni meccanismi plausibili attraverso cui l’utilizzo dei chatbot potrebbe interferire con il trattamento, suggerendo la necessità di approfondire e monitorare queste nuove forme di comportamento compulsivo.

Fonti:

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