Autismo e difficoltà a dire di no: la tendenza acconsentire sempre

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Alcune persone autistiche riferiscono di fare fatica a dire di no, anche quando ricevono richieste che non vorrebbero soddisfare. In determinate situazioni, possono ritrovarsi ad assecondare gli altri pur non essendo realmente d’accordo.

Questa tendenza viene descritta in psicologia attraverso il concetto di compliance, che indica la propensione ad acconsentire alle richieste altrui, anche quando queste non corrispondono alle proprie preferenze o intenzioni.

Ma perché alcune persone autistiche possono avere difficoltà a dire di no? Sono effettivamente più inclini ad assecondare gli altri rispetto alle persone non autistiche?

In questo articolo approfondiremo il fenomeno della compliance nell’autismo, cercando di comprenderne le possibili cause e le conseguenze nelle relazioni interpersonali, anche attraverso l’analisi della letteratura scientifica disponibile sull’argomento.

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Che cos’è la compliance nell’autismo?

Il termine compliance indica, in psicologia sociale, la tendenza di una persona ad accettare o soddisfare le richieste degli altri, anche quando queste non corrispondono necessariamente alle proprie preferenze.

Si tratta di un comportamento che può manifestarsi in molte circostanze quotidiane: accettare un impegno indesiderato, assecondare la decisione di un’altra persona, evitare di esprimere un’opinione contraria oppure non riuscire a rifiutare una richiesta percepita come eccessiva.

La compliance non rappresenta una caratteristica diagnostica dell’autismo, né un comportamento necessariamente problematico. Acconsentire alle richieste altrui può infatti costituire una normale forma di collaborazione e adattamento sociale.

Tuttavia, quando diventa difficile esprimere il proprio disaccordo o opporsi a richieste indesiderate, questo comportamento può compromettere la capacità di tutelare i propri bisogni e confini personali.

In alcune persone autistiche, inoltre, la difficoltà a dire di no potrebbe non derivare esclusivamente dal desiderio di compiacere gli altri, ma anche dall’incertezza su come comportarsi in una situazione sociale, dal timore delle possibili reazioni dell’interlocutore o da precedenti esperienze relazionali negative.

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Le persone autistiche tendono maggiormente ad acconsentire alle richieste altrui?

Uno studio particolarmente interessante sul tema è quello di Chandler, Russell e Maras (2019), intitolato Compliance in autism: Self-report in action.

I ricercatori hanno confrontato 26 adulti autistici e 26 adulti non autistici, con l’obiettivo di verificare se esistessero differenze nella tendenza ad acconsentire alle richieste degli altri.

Per indagare questo fenomeno, gli autori hanno utilizzato due differenti modalità di valutazione:

  • Una misura di autovalutazione della compliance, attraverso la Gudjonsson Compliance Scale, un questionario finalizzato a misurare la tendenza dichiarata ad assecondare le richieste e le pressioni interpersonali.
  • Un compito sperimentale comportamentale, basato sulla tecnica del door-in-the-face, nel quale una richiesta iniziale particolarmente impegnativa viene seguita da una richiesta più contenuta, per osservare la disponibilità dei partecipanti ad acconsentire.

I partecipanti hanno inoltre compilato strumenti per valutare esperienze pregresse di bullismo, livelli di ansia e autostima.

I risultati hanno evidenziato una maggiore compliance nel gruppo di adulti autistici, sia nelle risposte al questionario sia nel compito sperimentale.

I partecipanti autistici hanno inoltre riportato maggiori esperienze di bullismo, livelli più elevati di ansia e una minore autostima rispetto al gruppo di confronto.

Un aspetto interessante riguarda proprio il possibile ruolo di queste variabili psicologiche nella tendenza ad acconsentire.

Considerando entrambi i gruppi, bullismo, ansia e autostima risultavano associati alla compliance autoriferita. Tuttavia, quando queste variabili venivano considerate insieme, soltanto l’autostima emergeva come predittore indipendente della compliance dichiarata.

Lo stesso risultato non è stato osservato nel compito comportamentale, nel quale nessuna delle variabili esaminate risultava associata significativamente alla compliance.

Gli autori suggeriscono quindi che la tendenza ad assecondare gli altri possa dipendere anche da fattori situazionali e motivazionali, non completamente identificabili attraverso i questionari.

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Perché alcune persone autistiche possono avere difficoltà a dire di no?

La letteratura scientifica suggerisce che la difficoltà a rifiutare determinate richieste possa dipendere da motivazioni differenti, che non si manifestano necessariamente allo stesso modo in tutte le persone autistiche.

Tra i fattori emersi dagli studi esaminati rientrano:

  • Il desiderio di essere accettati: precedenti esperienze di esclusione, rifiuto o isolamento sociale possono contribuire a rendere particolarmente importante il mantenimento di determinate relazioni. In alcune situazioni, acconsentire può essere percepito come un modo per non compromettere il rapporto con gli altri.
  • Il timore dei conflitti: per alcune persone, esprimere disaccordo può essere associato alla possibilità di suscitare rabbia, tensioni o reazioni negative. Assecondare una richiesta può quindi rappresentare una strategia per evitare il confronto.
  • L’incertezza rispetto alle regole sociali: non sempre è immediatamente chiaro quali richieste sia appropriato rifiutare, come formulare un rifiuto o come comportarsi quando un’altra persona insiste. Questa incertezza può rendere difficile opporsi anche quando si prova disagio.
  • La paura di essere giudicati negativamente: il timore di apparire scortesi, egoisti o poco collaborativi può contribuire alla scelta di acconsentire, anche quando non si è realmente disponibili.
  • Le esperienze relazionali negative: aver vissuto situazioni di bullismo, manipolazione o pressioni interpersonali può influenzare il modo in cui una persona affronta le richieste altrui. In alcuni contesti, acconsentire può diventare una strategia di autoprotezione.

Questi fattori sono stati descritti o esplorati nei lavori di Chandler e colleghi (2019), Pearson e colleghi (2022) e Bargiela e colleghi (2016).

È importante sottolineare che si tratta di possibili spiegazioni psicologiche, non di cause universali o di meccanismi necessariamente specifici dell’autismo.

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Quando dire di sì diventa una strategia per evitare i conflitti: uno studio su 43 adulti autistici

Un ulteriore contributo proviene dallo studio di Pearson, Rees e Forster (2022), intitolato This Was Just How This Friendship Worked: Experiences of Interpersonal Victimization Among Autistic Adults, pubblicato sulla rivista Autism in Adulthood.

I ricercatori hanno coinvolto 43 adulti autistici in uno studio qualitativo online, con l’obiettivo di approfondire le loro esperienze di vittimizzazione interpersonale, ossia situazioni nelle quali avevano subito comportamenti dannosi, manipolatori o abusanti da parte di persone conosciute.

Dall’analisi delle testimonianze sono emersi due temi principali: la ripetizione di esperienze di vittimizzazione e le difficoltà incontrate nel riconoscere, interpretare e affrontare queste situazioni.

Uno degli aspetti più significativi riguardava proprio la difficoltà a dire di no alle richieste degli altri.

Alcuni partecipanti hanno raccontato di aver accettato richieste indesiderate per compiacere persone che consideravano amiche, mentre altri descrivevano la difficoltà di opporsi per paura di creare tensioni o apparire scortesi.

In alcune testimonianze, la compliance emergeva anche in situazioni nelle quali la persona era consapevole di subire un comportamento scorretto, ma temeva conseguenze negative qualora avesse provato a opporsi.

Gli autori evidenziano quindi un elemento particolarmente importante: acconsentire non significa necessariamente non riconoscere il carattere problematico di una richiesta.

In alcuni casi, la persona può comprendere perfettamente che ciò che le viene chiesto è ingiusto o indesiderato, ma decidere comunque di assecondarlo per evitare conseguenze percepite come peggiori.

Lo studio ha inoltre documentato possibili conseguenze emotive ed economiche delle situazioni descritte, mostrando come la difficoltà a porre limiti possa intrecciarsi con relazioni caratterizzate da squilibri di potere e comportamenti manipolatori.

Tuttavia, trattandosi di una ricerca qualitativa condotta su persone reclutate proprio per approfondire precedenti esperienze di vittimizzazione, i risultati non possono essere utilizzati per stimare quanto questi comportamenti siano diffusi nella popolazione autistica generale.

Autismo femminile e difficoltà a dire di no: il ruolo delle aspettative sociali

La difficoltà a rifiutare le richieste altrui è stata approfondita anche in relazione alle esperienze delle donne autistiche.

Uno studio qualitativo di Bargiela, Steward e Mandy (2016), pubblicato sul Journal of Autism and Developmental Disorders, ha analizzato le esperienze di 14 donne autistiche che avevano ricevuto una diagnosi durante la tarda adolescenza o in età adulta.

La ricerca mirava a comprendere alcune caratteristiche delle esperienze femminili dell’autismo, con particolare attenzione al riconoscimento diagnostico tardivo e alle strategie sviluppate per adattarsi alle aspettative sociali.

Dalle interviste è emerso che diverse partecipanti avevano sperimentato difficoltà nell’esprimere disaccordo, opporsi alle richieste altrui e riconoscere il proprio diritto di rifiutare determinati comportamenti.

Alcune donne hanno raccontato di aver interpretato il conflitto interpersonale come qualcosa da evitare, mentre altre avevano sviluppato la tendenza ad assecondare le persone vicine per ottenere accettazione e affetto.

Un aspetto particolarmente rilevante riguarda le aspettative sociali associate al ruolo femminile, come la disponibilità, la premura e la tendenza a mettere i bisogni altrui prima dei propri.

Per alcune partecipanti, queste aspettative avevano contribuito alla percezione di dover soddisfare determinate richieste, anche quando risultavano indesiderate.

Lo studio riporta anche esperienze di coercizione e abuso sessuale. Alcune donne hanno riferito di non aver saputo, in determinate situazioni, di poter rifiutare un’avance o una richiesta di natura sessuale; altre raccontavano di sapere di poter dire di no, ma di non riuscire a comprendere come esprimere il rifiuto o allontanarsi dalla situazione.

Queste testimonianze mettono in evidenza quanto possa essere importante distinguere la presenza di un assenso dalla possibilità di esprimere liberamente una scelta.

Una risposta apparentemente accondiscendente non deve essere automaticamente interpretata come disponibilità autentica, soprattutto quando è ottenuta attraverso pressioni, paura o coercizione. La responsabilità di comportamenti manipolatori e abusanti rimane sempre di chi li mette in atto.

È interessante osservare che alcune partecipanti hanno descritto, nel corso del tempo, un miglioramento nella capacità di riconoscere situazioni inappropriate e affermare i propri confini, anche grazie a esperienze personali, supporto psicologico e maggiore comprensione della propria condizione.

Anche in questo caso, tuttavia, il numero limitato di partecipanti non consente di generalizzare i risultati a tutte le donne autistiche.

Compliance, masking e people-pleasing sono la stessa cosa?

La compliance può presentare alcune somiglianze con altri comportamenti di adattamento sociale, come il masking e il people-pleasing, ma questi concetti non sono completamente sovrapponibili.

Il masking autistico riguarda l’insieme delle strategie attraverso cui una persona cerca di nascondere, compensare o modificare alcune manifestazioni del proprio funzionamento autistico, spesso per adattarsi alle aspettative dell’ambiente sociale.

Il people-pleasing, invece, descrive una tendenza a dare particolare importanza alla soddisfazione delle aspettative altrui, talvolta a discapito dei propri bisogni, per evitare disapprovazione, conflitti o rifiuto.

La compliance si riferisce più specificamente al comportamento di acconsentire a una richiesta o adeguarsi alle indicazioni degli altri.

Questi fenomeni possono intrecciarsi. Ad esempio, una persona autistica potrebbe assecondare una richiesta indesiderata perché ritiene che opporsi la farebbe apparire socialmente inadeguata, oppure perché ha imparato che conformarsi alle aspettative degli altri riduce il rischio di ricevere critiche.

In questo caso, la compliance potrebbe inserirsi all’interno di una più ampia strategia di adattamento sociale.

Tuttavia, non tutte le persone che praticano masking presentano elevata compliance e non tutti i comportamenti accondiscendenti rappresentano necessariamente una forma di camuffamento autistico.

Gli studi esaminati suggeriscono possibili collegamenti tra questi fenomeni, ma non dimostrano l’esistenza di un rapporto causale diretto.

Imparare a dire di no: l’importanza dei confini personali nell’autismo

Le ricerche considerate evidenziano come la difficoltà a rifiutare le richieste altrui possa assumere significati differenti a seconda della storia personale, delle esperienze relazionali e delle caratteristiche della situazione.

Per alcune persone autistiche, un aspetto importante può essere rappresentato dalla possibilità di riconoscere i propri bisogni e comprendere che esprimere un limite personale non equivale necessariamente a essere scortesi, egoisti o poco disponibili.

Nel lavoro di Pearson e colleghi (2022), gli autori sottolineano l’importanza di sviluppare forme di supporto che aiutino le persone autistiche a riconoscere relazioni poco equilibrate, identificare comportamenti manipolatori e sostenere la propria autodeterminazione.

Analogamente, nello studio di Bargiela e colleghi (2016), alcune partecipanti hanno raccontato di aver acquisito maggiore sicurezza nell’esprimere il proprio disaccordo e nel rifiutare situazioni indesiderate.

Queste osservazioni suggeriscono che il sostegno all’assertività possa rappresentare un ambito importante, pur non costituendo una dimostrazione dell’efficacia di uno specifico trattamento.

È altrettanto importante ricordare che il rispetto dei confini personali non dipende esclusivamente dalle capacità comunicative della persona autistica. Anche gli interlocutori e il contesto sociale hanno la responsabilità di riconoscere e rispettare i rifiuti, evitare pressioni indebite e permettere alle persone di esprimere liberamente le proprie preferenze.

Quando si impara da piccoli che dire di no è sbagliato

La difficoltà a dire di no nelle persone autistiche potrebbe essere legata anche alle esperienze educative vissute durante l’infanzia.

Alcuni bambini autistici possono crescere in contesti familiari, scolastici o terapeutici nei quali viene attribuita molta importanza all’obbedienza e al rispetto delle richieste degli adulti. Quando il rifiuto, l’opposizione o l’espressione del disagio vengono sistematicamente scoraggiati, il bambino può imparare che assecondare gli altri è il modo migliore per evitare rimproveri, conflitti o conseguenze negative.

Questo aspetto è stato approfondito da Pearson e colleghi (2022), che hanno evidenziato come alcuni interventi comportamentali focalizzati sulla compliance possano contribuire a trasmettere il messaggio che le richieste degli adulti debbano essere soddisfatte anche quando risultano indesiderate.

Un’ulteriore conferma dell’importanza delle esperienze precoci emerge dallo studio di Douglas e Sedgewick (2024), nel quale alcuni adulti autistici hanno descritto la propria passività nelle relazioni come un comportamento appreso nel tempo, dopo aver ricevuto ripetutamente il messaggio che le loro reazioni spontanee fossero sbagliate.

In questi casi, dunque, la difficoltà a dire di no potrebbe non dipendere direttamente dall’autismo, ma anche dall’aver imparato che esprimere un rifiuto è qualcosa di inappropriato o rischioso.

È importante precisare che questa interpretazione è sostenuta soprattutto da testimonianze qualitative e riflessioni teoriche. Non è ancora stato dimostrato in quale misura un’educazione particolarmente orientata all’obbedienza possa determinare una maggiore compliance in età adulta.

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Fonti:

  1. Chandler, R. J., Russell, A., & Maras, K. L. (2019). Compliance in autism: Self-report in action. Autism, 23(4), 1005–1017.
  2. Pearson, A., Rees, J., & Forster, S. (2022). “This was just how this friendship worked”: Experiences of interpersonal victimization among autistic adults. Autism in Adulthood, 4(2), 141–150.
  3. Bargiela, S., Steward, R., & Mandy, W. (2016). The experiences of late-diagnosed women with autism spectrum conditions: An investigation of the female autism phenotype. Journal of Autism and Developmental Disorders, 46(10), 3281–3294.

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