Contenuto verificatoL’autismo è un disturbo del neurosviluppo.
Questa affermazione, all’apparenza semplice e lineare, racchiude una profondità concettuale che merita di essere compresa con attenzione, soprattutto per evitare fraintendimenti che ancora oggi, nonostante il crescente interesse verso la neurodivergenza, permangono sia nel linguaggio comune che nel modo in cui molte persone si avvicinano a questo tema.
Dire che l’autismo è un disturbo del neurosviluppo significa, innanzitutto, riconoscere che esso affonda le sue radici nei primissimi processi di sviluppo del sistema nervoso.
Non si tratta, dunque, di una condizione acquisita lungo il percorso della vita, né di un evento traumatico o patologico che insorge improvvisamente come potrebbe accadere con una malattia o un’infezione.
L’autismo non si “contrae”, non si sviluppa come conseguenza di una cattiva educazione, di un errore ambientale, o di una colpa esterna. È una modalità diversa, innata e persistente, di funzionamento neurologico.
Una persona non diventa autistica: è autistica sin dall’origine del suo sviluppo, anche se questa neurodivergenza può diventare visibile o comprensibile solo in un secondo momento.
Questa distinzione è fondamentale: l’autismo è parte integrante del modo in cui una persona è costruita, nel senso più autentico e profondo del termine.
Non si tratta di qualcosa che “succede” a una persona, ma di qualcosa che la accompagna fin dalla strutturazione stessa delle sue reti neurali.
Questo non significa, tuttavia, che il disturbo dello spettro autistico sia sempre immediatamente riconoscibile alla nascita.
Anzi, nella grande maggioranza dei casi, non è affatto possibile determinare se un neonato sia autistico nei primissimi momenti di vita.
Nei primi mesi, quando le interazioni sociali sono ancora limitate, quando il linguaggio non è ancora emerso, quando le richieste ambientali sono minime, molti segnali distintivi dell’autismo possono non essere presenti o essere troppo sfumati per essere osservati chiaramente.
È con l’avanzare dello sviluppo, e in particolare quando iniziano a strutturarsi le funzioni sociali, comunicative e relazionali, che certi tratti tipici dello spettro autistico cominciano a emergere in modo più riconoscibile.
È in questa fase che iniziano a delinearsi differenze significative nei tempi e nei modi dell’acquisizione di determinate abilità: differenze che, se osservate con attenzione, non sono necessariamente segno di mancanza, ma piuttosto di un diverso stile di sviluppo, di un’altra traiettoria evolutiva.
Ci sono, inoltre, casi in cui l’autismo si manifesta dopo un primo periodo di sviluppo che, almeno in apparenza, sembra tipico; in questi casi si parla spesso di “autismo regressivo”, una forma che lascia particolarmente spaesati perché porta con sé l’esperienza concreta di un “prima” e di un “dopo”: una fase iniziale in cui alcune abilità sembrano presenti, funzionanti, adeguate, seguita da una fase in cui quelle stesse abilità sembrano venire meno, svanire, trasformarsi.
Questo fenomeno ha un impatto profondo sul modo in cui genitori, educatori e clinici si confrontano con il riconoscimento dell’autismo, perché mette in discussione l’idea che la neurodivergenza debba sempre essere visibile fin da subito.
Queste considerazioni ci portano inevitabilmente a introdurre il concetto di traiettoria di sviluppo.
Parlare di traiettorie di sviluppo significa riconoscere che la crescita umana non si muove lungo un unico binario lineare e uniforme, ma che esistono molteplici percorsi possibili, ciascuno con le sue caratteristiche, le sue modalità, le sue tempistiche.
Lo sviluppo tipico rappresenta soltanto uno dei tanti modi in cui il sistema nervoso può organizzarsi e rispondere alle sollecitazioni dell’ambiente.
Quando parliamo invece di sviluppo atipico, non stiamo parlando necessariamente di un deficit o di una patologia, ma di un funzionamento che si discosta dalle medie statistiche o dalle aspettative convenzionali, pur mantenendo al suo interno coerenza, intelligenza e struttura.
Nel caso dell’autismo, lo sviluppo atipico si configura come un cammino specifico, marcato da un diverso equilibrio tra le aree cognitive, emotive, sensoriali e relazionali.
Alcune competenze possono emergere prima o in modo più accentuato rispetto ad altre; alcune aree possono manifestare un funzionamento avanzato, mentre altre sembrano evolvere più lentamente o in modo irregolare.
Nelle prossime righe capiremo quali sono le caratteristiche dell’autismo regressivo e come riconoscere i “prima e dopo”.
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Fai il test sull’autismoL’autismo regressivo è una forma di manifestazione dello spettro autistico che suscita spesso domande, confusione, e talvolta un senso di spaesamento, in particolare nei genitori e nei caregiver.
A differenza delle forme in cui i segnali di neurodivergenza si manifestano fin dalle prime fasi dello sviluppo, l’autismo regressivo si presenta in modo apparentemente più contraddittorio, creando un effetto di discontinuità.
È caratterizzato, come già accennato, da un periodo iniziale in cui lo sviluppo del bambino sembra procedere lungo una traiettoria considerata “tipica”: il bambino acquisisce abilità relazionali, comunicative, motorie e cognitive in linea con le aspettative della sua età.
Questo passaggio avviene generalmente tra i 15 e i 30 mesi e può essere lento o repentino, sfumato o evidente, ma in ogni caso comporta una trasformazione significativa in una o più aree del funzionamento del bambino.
Le abilità precedentemente acquisite sembrano regredire, affievolirsi, a volte scomparire.
Le più riconoscibili e comuni riguardano:
L’autismo regressivo, con la sua dinamica di “prima e dopo”, rappresenta una delle modalità con cui la neurodivergenza può emergere e diventare visibile.
Questo approfondimento sull’autismo regressivo è stato pensato con una duplice intenzione, rivolta a due gruppi di persone che, per motivi diversi, si trovano a confrontarsi con la complessità del “prima e dopo” nello sviluppo autistico.
Da un lato, si rivolge agli adulti autistici, in particolare a coloro che hanno ricevuto una diagnosi di autismo in età adulta, e che si trovano ora a ripercorrere la propria storia personale alla luce di questa nuova consapevolezza.
Poiché l’autismo, per essere diagnosticato, richiede che i sintomi dell’autismo siano stati presenti fin dall’infanzia, può accadere che questi adulti si imbattano in narrazioni familiari che sembrano contraddire questa continuità: racconti di un’infanzia “normale”, di uno sviluppo apparentemente tipico, di abilità che si sarebbero perse col tempo.
Comprendere il fenomeno dell’autismo regressivo può offrire una chiave di lettura preziosa per integrare questi ricordi frammentati, restituendo senso a quella sensazione diffusa di “qualcosa che è cambiato” e aiutando a riconoscere che l’autismo può essersi manifestato in modo meno lineare, più sfumato, ma non per questo meno autentico o legittimo.
Dall’altro lato, questo testo è pensato per i genitori di bambini recentemente diagnosticati, oppure che stanno osservando nei loro figli una regressione dello sviluppo, a volte improvvisa, a volte graduale, spesso difficile da comprendere o da collocare.
Offrire strumenti di comprensione su cosa sia davvero l’autismo regressivo significa offrire uno spazio di accoglienza, di validazione e di sostegno emotivo per affrontare un’esperienza complessa e a tratti dolorosa, con maggiore lucidità e meno solitudine.
In entrambi i casi, la conoscenza può diventare uno strumento di riconnessione: con sé stessi, con la propria storia, con i propri figli, e con un modo diverso – ma altrettanto valido – di crescere, sentire e stare al mondo.
Se pensi di essere una persona AUTISTICA e hai difficoltà nella comunicazione e nelle interazioni sociali, una diagnosi può offrirti la comprensione necessaria per affrontare le tue sfide quotidiane. Vuoi avere più informazioni?
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Molto interessante. Abbiamo appena avuto diagnosi di autismo livello 2 : bimb@ 2 anni prima parlava c guardava rispondeva al nome ora ha perso queste capacità però mangia con le posate e continua a fare giochi simbolici. Ci sono speranze che recuperi?che terapie sarebbe meglio iniziare a intraprendere ?
Buongiorno e grazie per il commento, dovrebbe contattarci direttamente per spiegraci meglio la situazione. Grazie!
A me è capitata una regressione del tipo autistico quando avevo 2 anni, tra il 1996 e il 1997. Per 6 mesi ho smesso di parlare e mi allontanavo dagli altri. Ho ripreso a parlare lentamente, inizialmente usando la terza persona, poi ho totalmente recuperato le abilità linguistiche prima di iniziare le elementari. Sono rimaste però grosse difficoltà nelle relazioni sociali che permangono fino ad oggi, nonostante alcuni evidenti miglioramenti. Oggi ho una diagnosi di spettro autistico e disturbo ossessivo compulsivo. Nonostante sia riuscito a terminare gli studi fino al dottorato e avere una vita all’apparenza normale, sono continuamente affetto da episodi depressivi, pensieri estremi e autolesionismo. Insomma secondo me non mi sono mai ripreso del tutto
Grazie mille per aver condiviso la sua storia, per eventuali informazioni o un consulto ci contatti su info@gam-medical.com