La storia di Elena: caso clinico di autismo della Dott.ssa Debora Galli

Revisione clinica diDott.ssa Debora Galli
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In questo articolo, la Dott.ssa Debora Galli, psicologa e psicoterapeuta esperta in psicodiagnosi clinica e disturbi del neurosviluppo, ci racconta il caso clinico di Elena, una donna che ha ricevuto una diagnosi di autismo dopo i cinquant’anni. 

Attraverso la ricostruzione della sua storia personale e del percorso diagnostico, approfondiamo le difficoltà sociali, il masking e le sensibilità sensoriali che l’hanno accompagnata nel corso della vita, fino a trovare una nuova chiave di lettura del proprio funzionamento.

Il percorso diagnostico di Elena: caso di diagnosi di autismo dopo i 50 anni

Quando Elena, nome di fantasia, si è rivolta a GAM Medical, clinica specializzata in autismo, per una valutazione diagnostica aveva poco più di cinquant’anni. Non arrivava alla valutazione perché non aveva sempre percepito se stessa come una persona “in difficoltà”. Al contrario, aveva costruito nel tempo una vita autonoma, una relazione stabile, un lavoro qualificato e una rete di affetti significativi.

Eppure, da sempre, aveva avuto la sensazione di funzionare in modo diverso dagli altri.

Era una donna precisa, metodica, molto attenta ai dettagli. Aveva bisogno di sapere in anticipo cosa sarebbe successo, di organizzare le attività e di mantenere il più possibile stabili le proprie abitudini. I cambiamenti improvvisi potevano generare un disagio molto intenso, che talvolta si manifestava anche fisicamente.

Sul piano sociale, aveva imparato a muoversi nel mondo con grande attenzione. Sapeva essere educata, professionale e disponibile, ma molte situazioni che per gli altri sembravano semplici e spontanee richiedevano da parte sua un notevole sforzo.

Per molto tempo aveva interpretato queste caratteristiche semplicemente come aspetti della propria personalità.

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Qual è l’episodio che ha fatto emergere la domanda?

 La decisione di intraprendere una valutazione diagnostica è arrivata dopo un episodio apparentemente ordinario.

Nell’ambiente di lavoro di Elena erano cambiati alcuni colleghi, gli spazi, gli strumenti e parte dell’organizzazione delle attività. Per molte persone si sarebbe trattato di un normale processo di adattamento.

Per lei, invece, quel cambiamento aveva prodotto un livello di tensione crescente.

Durante il turno era riuscita a mantenere il controllo e a portare avanti le proprie mansioni. Una volta salita in automobile, però, aveva avuto una crisi di pianto intensa e improvvisa.

Non riusciva a spiegarsi pienamente che cosa le stesse accadendo.

Nei giorni successivi aveva cercato spontaneamente di recuperare prevedibilità: arrivare prima al lavoro, familiarizzare con i nuovi spazi, individuare la posizione degli strumenti e costruire progressivamente una nuova organizzazione.

Quell’episodio per Elena ha rappresentato un punto di svolta.

Ha iniziato a chiedersi se alcune modalità che aveva sempre considerato semplicemente “sue” potessero avere un significato più ampio.

“Mi sono sempre sentita un po’ diversa”

La domanda diagnostica non nasceva, quindi, da un singolo sintomo.

Era il risultato di una storia.

Fin dall’infanzia Elena ricordava una maggiore facilità nelle relazioni individuali rispetto alle situazioni di gruppo. Le nuove amicizie non erano semplici da costruire e spesso osservava gli altri per capire come comportarsi.

I contesti sociali poco strutturati potevano generarle confusione e disagio. Le regole implicite delle relazioni non erano sempre intuitive.

A scuola aveva sempre ottenuto buoni risultati, ma ricordava anche episodi che, riletti molti anni dopo, assumevano un significato diverso: la difficoltà a sostenere lo sguardo dell’interlocutore, la tendenza a prendere alla lettera alcune espressioni, la fatica a comprendere ironia e sottintesi, il bisogno di arrivare in anticipo nei contesti nuovi.

Era stata descritta come timida, introversa e, talvolta, semplicemente “particolare”.

Non le mancavano però le capacità di adattamento.

Anzi, proprio queste capacità avevano rappresentato una delle ragioni per cui le sue difficoltà erano rimaste a lungo poco visibili.

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Il masking e le regole sociali apprese osservando gli altri 

Nel corso della sua vita Elena aveva sviluppato numerose strategie per adattarsi alle situazioni sociali.

Aveva imparato, osservando gli altri, quando salutare, quanto contatto visivo mantenere, come comportarsi in determinate circostanze e quali espressioni utilizzare.

Comportamenti apparentemente spontanei per molte persone erano diventati, per lei, comportamenti appresi.

Questo processo di adattamento, spesso definito masking o camouflaging, può essere particolarmente rilevante nelle persone adulte che arrivano alla diagnosi di autismo dopo molti anni di vita autonoma.

All’esterno può apparire una persona perfettamente adeguata al contesto.

All’interno, però, quella stessa interazione può richiedere un continuo monitoraggio: cosa devo dire? Come devo guardare l’altra persona? Qual è la risposta attesa? Sto mostrando abbastanza interesse? Sto apparendo troppo distante?

Nel caso di Elena, questo sforzo emergeva soprattutto nelle situazioni lavorative e nei contesti sociali meno familiari. Dopo periodi prolungati di interazione aveva bisogno di isolarsi e recuperare energie.

Un altro elemento importante riguardava la sensibilità agli stimoli sensoriali.

Alcuni rumori, odori, materiali, consistenze e stimoli luminosi potevano risultare estremamente fastidiosi. Il contatto fisico non richiesto era spesso vissuto con disagio.

Fin dall’infanzia Elena aveva inoltre sviluppato piccoli comportamenti ripetitivi e modalità personali di autoregolazione, che tendevano a comparire soprattutto nei momenti di tensione, attesa o sovraccarico.

Anche il bisogno di ripetere alcune attività e di dedicarsi intensamente ai propri interessi era presente da molti anni.

Aveva sempre avuto la capacità di immergersi profondamente negli argomenti che la interessavano: leggere, cercare informazioni, approfondire, collegare dettagli e ritornare più volte sullo stesso tema.

Queste caratteristiche non avevano impedito il raggiungimento di importanti obiettivi scolastici e professionali.

Ma costituivano tasselli di una storia più ampia.

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Come è avvenuto il caso di valutazione diagnostica per l’autismo dopo i 50 anni di Elena? La valutazione non si è basata su un singolo test o su un’unica osservazione.

È stato necessario ricostruire il funzionamento della persona nel presente, ma anche la sua storia evolutiva: l’infanzia, la scuola, le relazioni con i coetanei, le modalità di gioco, il rapporto con i cambiamenti, le sensibilità sensoriali e le strategie sviluppate nel tempo.

Sono stati utilizzati colloqui clinici, strumenti standardizzati specifici per l’autismo nell’adulto e approfondimenti finalizzati a escludere che le caratteristiche osservate fossero meglio spiegate da altre condizioni psicologiche.

Particolare attenzione è stata dedicata alla storia evolutiva. Questo aspetto è fondamentale nella valutazione dell’autismo in età adulta: comprendere come una persona funzionava da bambina permette infatti di distinguere caratteristiche neuroevolutive presenti nel tempo da difficoltà insorte successivamente.

Nel caso di Elena, i racconti autobiografici sono stati integrati anche con il materiale disponibile relativo all’infanzia.

Ne è emerso un quadro coerente: le difficoltà nella socialità, il bisogno di prevedibilità, alcune modalità ripetitive, gli interessi particolarmente intensi e le peculiarità sensoriali non erano comparsi improvvisamente in età adulta. Erano presenti, con forme diverse, già nelle prime fasi dello sviluppo.

Qual è stato il risultato diagnostico di Elena? L’integrazione delle informazioni raccolte durante il percorso ha portato alla diagnosi di Disturbo dello Spettro dell’Autismo, livello 1 di supporto, in assenza di compromissione del funzionamento intellettivo e con linguaggio funzionale.

La diagnosi non descriveva una persona incapace di affrontare la vita quotidiana.

Al contrario, Elena aveva costruito una vita autonoma e professionalmente competente.

Descriveva però il modo in cui era arrivata a farlo: attraverso un elevato livello di adattamento, strategie apprese e un significativo investimento di energie nelle situazioni sociali e nei cambiamenti.

Il risultato della valutazione ha permesso quindi di rileggere molte esperienze precedenti alla luce di un’unica cornice interpretativa.

Non era “troppo sensibile” e non era semplicemente “fatta così”

Uno degli aspetti più significativi di questo tipo di percorso è proprio la possibilità di riorganizzare la propria storia.

Comportamenti che per anni erano stati interpretati come eccessiva rigidità potevano essere compresi anche come bisogno di prevedibilità.

La difficoltà nei gruppi non era necessariamente mancanza di interesse per gli altri.

Il bisogno di isolarsi dopo una giornata intensa non era necessariamente chiusura.

La fatica davanti a determinati stimoli non era semplicemente “essere troppo sensibile”.

E il fatto di riuscire a sostenere conversazioni, lavorare, mantenere relazioni e apparire adeguata non escludeva la presenza di una condizione dello spettro autistico.

In particolare, il percorso ha permesso di riconoscere il ruolo svolto dal masking: per anni Elena aveva imparato a compensare molte delle proprie difficoltà attraverso l’osservazione, l’imitazione e il controllo consapevole del comportamento.

Questa capacità di adattamento aveva rappresentato una risorsa, ma aveva anche avuto un costo.

La diagnosi come chiave di lettura, non come etichetta

Per una persona adulta, arrivare a una diagnosi di autismo può significare anche confrontarsi con il proprio passato.

Nel caso di Elena, la valutazione ha offerto una nuova chiave di lettura di esperienze che fino a quel momento erano rimaste separate: le difficoltà nell’infanzia, il rapporto con i coetanei, la necessità di routine, il disagio davanti ai cambiamenti, la sensibilità sensoriale e la fatica delle interazioni sociali.

Non si trattava di riscrivere il passato, ma di comprenderlo diversamente.

La diagnosi, in questo senso, non ha cambiato chi Elena era.

Ha fornito un linguaggio per descrivere meglio un funzionamento che era presente da sempre.

Il percorso non si è concluso con la restituzione diagnostica.

La fase successiva è stata orientata alla psicoeducazione e alla maggiore consapevolezza delle proprie modalità di funzionamento, con particolare attenzione al riconoscimento del sovraccarico, alla gestione dei cambiamenti e alla comprensione delle strategie di compensazione utilizzate negli anni.

L’obiettivo non è imparare a “sembrare meno autistici”.

È piuttosto comprendere quali situazioni richiedano uno sforzo eccessivo, quali strategie siano realmente utili e quali invece comportino un costo elevato in termini di energia e benessere.

Perché, a volte, dietro una persona che per tutta la vita ha pensato “sono diversa dagli altri e devo impegnarmi un po’ di più per fare le stesse cose”, può esserci una storia neuroevolutiva che merita finalmente di essere riconosciuta e compresa.

E in questo senso, una diagnosi di autismo in età adulta con GAM Medical può rappresentare non un punto di arrivo, ma l’inizio di una nuova narrazione di sé.

Questo è contenuto divulgativo e non sostituisce le diagnosi di un professionista. Se ti è piaciuto l’articolo, condividilo.

Autrice Dott.ssa Debora Galli

Fine dell’articolo

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Chi c’è dietro questo articolo

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Revisione clinica a cura di

Dott.ssa Debora Galli

Coordinatrice della revisione psicologico-clinica, esperta in psicodiagnostica e disturbi del neurosviluppo.

Ultima revisione clinica: 4 Novembre 2026

Coordinamento editoriale: Denise Puglisi

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