Contenuto verificatoSapevi che i disturbi alimentari possono affondare le proprie radici molto precocemente nello sviluppo?
Quando si parla di disturbi del comportamento alimentare, l’attenzione tende spesso a concentrarsi sull’adolescenza o sull’età adulta, momenti in cui i sintomi diventano visibili e strutturati.
Tuttavia, sempre più contributi clinici e teorici sottolineano come, in una parte dei casi, la vulnerabilità ai disturbi alimentari possa affondare le sue radici molto più indietro nel tempo, nelle primissime esperienze di nutrimento e di relazione.
Il primo rapporto con il cibo non è mai soltanto biologico.
L’allattamento, il passaggio allo svezzamento, l’organizzazione dei pasti nei primi anni di vita rappresentano esperienze profondamente relazionali, in cui il bambino impara progressivamente a riconoscere i segnali di fame e sazietà, a fidarsi del proprio corpo e a regolare i propri stati interni all’interno di uno scambio con l’adulto che si prende cura di lui.
È in questo spazio di co-regolazione che il cibo diventa anche comunicazione, sicurezza, contenimento emotivo.
Chiaramente, non tutti i disturbi alimentari originano da dinamiche precoci di questo tipo, né è possibile stabilire relazioni causali semplicistiche o deterministiche.
I DCA sono fenomeni complessi e multifattoriali, che emergono dall’intreccio di variabili biologiche, psicologiche, familiari e culturali.
Tuttavia, nella nostra pratica clinica come centro specializzato in disturbi alimentari, ci è capitato frequentemente di incontrare storie di adolescenti e adulti che, ripercorrendo la propria infanzia insieme ai genitori, riportano esperienze di alimentazione caratterizzate da imprevedibilità, incoerenza, intrusività o difficoltà di sintonizzazione.
In questi racconti, il nutrimento appare talvolta come un campo relazionale carico di tensione: pasti vissuti come obbligo o controllo, segnali corporei poco riconosciuti, confusione tra bisogno fisico ed emotivo, difficoltà nel tollerare l’autonomia del bambino.
Questa lettura si colloca prevalentemente all’interno di un approccio psicodinamico, che considera il sintomo alimentare non solo come comportamento disadattivo, ma come espressione di modalità profonde di regolazione affettiva e di relazione con l’altro e con il proprio corpo.
In quest’ottica, esplorare le radici precoci del rapporto con il cibo non significa semplificare la complessità dei disturbi alimentari, ma ampliare lo sguardo clinico e comprendere come alcune fragilità possano essersi organizzate molto prima dell’esordio del sintomo.
Nei paragrafi successivi, entreremo più nel dettaglio di queste dinamiche, provando a capire in che modo le prime esperienze di nutrimento possano influenzare il rapporto con il corpo, il controllo e l’autoregolazione lungo il ciclo di vita.
Il nutrimento è una delle primissime esperienze relazionali.
Fin dai primissimi giorni di vita, l’alimentazione non è soltanto un atto biologico necessario alla sopravvivenza, ma rappresenta una delle prime e più intense esperienze relazionali del bambino.
Attraverso l’allattamento e, successivamente, lo svezzamento, il neonato entra in contatto con l’altro, sperimenta la risposta ai propri bisogni e costruisce gradualmente un senso di sicurezza corporea ed emotiva.
Il cibo diventa così un veicolo di comunicazione, contenimento e regolazione affettiva.
In questa fase precoce, il bambino non è ancora in grado di autoregolarsi: ha bisogno di un adulto che sappia riconoscere e rispecchiare i suoi segnali di fame, sazietà, disagio o piacere.
È proprio all’interno di questa co-regolazione che iniziano a formarsi le basi del rapporto con il corpo e con i propri stati interni.
L’allattamento, indipendentemente dalla modalità (al seno o artificiale), rappresenta un momento cruciale di scambio relazionale.
Ciò che appare centrale, più che il “come” si nutre il bambino, è il “come” l’adulto risponde: la capacità di sintonizzarsi, di attendere, di rispettare i tempi del piccolo, di modulare la propria presenza senza invadere né ritirarsi.
Quando la risposta dell’adulto è sufficientemente coerente e prevedibile, il bambino può iniziare a riconoscere i propri segnali corporei e ad attribuire loro un significato.
Al contrario, in contesti in cui il nutrimento è vissuto come ansioso, forzato, intermittente o poco leggibile, può emergere una precoce confusione tra bisogni fisici ed emotivi.
Il passaggio allo svezzamento rappresenta una fase particolarmente sensibile, in quanto introduce il tema dell’autonomia e della separazione.
Mangiare cibi diversi, accettare nuove consistenze e nuovi ritmi implica per il bambino una riorganizzazione sia corporea che relazionale.
In alcune situazioni, questo momento può diventare terreno di tensione: genitori che faticano a tollerare il rifiuto, la lentezza o la selettività del bambino; tentativi di controllo eccessivo; pressioni esplicite o implicite legate alla quantità o alla modalità del pasto.
In questi contesti, il cibo rischia di trasformarsi da esperienza di scoperta a spazio di conflitto, in cui l’ascolto del corpo viene progressivamente sostituito dall’adattamento alle richieste esterne.
Un elemento frequentemente riscontrato nelle storie cliniche di pazienti con disturbi alimentari è la presenza, nell’infanzia, di dinamiche alimentari incoerenti o imprevedibili.
Pasti senza una struttura riconoscibile, risposte altalenanti ai segnali di fame, oscillazioni tra controllo rigido e permissività, oppure utilizzo del cibo come strumento di regolazione emotiva.
In questi contesti, il bambino può avere difficoltà a costruire una fiducia stabile nei propri segnali corporei.
Fame e sazietà diventano esperienze confuse, talvolta negate, talvolta amplificate, con il rischio di una progressiva disconnessione dal corpo come fonte affidabile di informazioni.
Un altro aspetto rilevante riguarda le modalità intrusive o invasive nella gestione dell’alimentazione. L’insistenza nel “far mangiare”, il non rispetto dei segnali di rifiuto o di sazietà, l’uso del cibo come premio o punizione possono compromettere il senso di agency del bambino rispetto al proprio corpo.
In queste situazioni, mangiare può diventare un atto carico di significati relazionali: obbedienza, opposizione, controllo, ritiro.
Nel tempo, il corpo può essere vissuto come qualcosa da dominare o da cui difendersi, piuttosto che come uno spazio da abitare e ascoltare.
È importante sottolineare che non tutte le persone che sviluppano un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione presentano queste esperienze precoci, né tutte le difficoltà alimentari infantili conducono a un DCA.
Tuttavia, nella pratica clinica con adolescenti e adulti, emerge spesso come alcune modalità disfunzionali di relazione con il cibo abbiano radici profonde, sedimentate nel tempo.
In un’ottica psicodinamica, il sintomo alimentare può essere letto come una modalità di regolazione affettiva e di comunicazione del disagio, che affonda le sue basi in un rapporto precoce con il nutrimento non sufficientemente sintonizzato.
Leggere le origini precoci dei disturbi alimentari non significa attribuire colpe ai genitori, ma riconoscere la complessità delle dinamiche di cura e le difficoltà che spesso si intrecciano a fattori di stress, fragilità personali e contesti di vita complessi.
Comprendere come il cibo sia stato, fin dall’inizio, anche una relazione permette di ampliare lo sguardo clinico e di costruire percorsi terapeutici più profondi, capaci di lavorare non solo sul comportamento alimentare, ma sul rapporto con il corpo, con i bisogni e con l’altro.
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Chi c’è dietro questo articolo
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Revisione clinica a cura di
Coordinatrice della revisione psicologico-clinica, esperta in psicodiagnostica e disturbi del neurosviluppo.
Ultima revisione clinica: 16 Agosto 2026
Coordinamento editoriale: Denise Puglisi
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