Parlare di ADHD con il proprio terapeuta può sembrare più difficile del previsto. Magari ci pensi da mesi, ti riconosci in alcune difficoltà e vorresti approfondire, ma quando arriva il momento di dirlo temi di sembrare influenzato dai social o di esserti già fatto una diagnosi da solo.
La vergogna può portare a rimandare la conversazione oppure a minimizzare proprio gli aspetti che vorresti comprendere meglio. Eppure non è necessario arrivare in seduta sapendo già cosa hai: puoi semplicemente portare un dubbio.
In questo articolo di GAM Medical vedremo perché parlare di Disturbo dell’Attenzione può generare imbarazzo, come raccontare ciò che stai vivendo senza dover dimostrare nulla e quali frasi possono aiutarti a iniziare la conversazione.
Frasi pronte per iniziare a parlarne con il terapeuta se “ti vergoni di essere adhd”
Perché può essere così difficile dire “penso di avere l’ADHD”?
Una delle paure più comuni è quella di non essere presi sul serio. Dopo aver letto informazioni sull’ADHD o ascoltato esperienze simili alle proprie, può nascere il dubbio che alcune difficoltà abbiano finalmente una spiegazione. Allo stesso tempo, però, può comparire il timore che il terapeuta pensi immediatamente a un’autodiagnosi.
Per alcune persone la vergogna riguarda invece le difficoltà stesse. Raccontare di dimenticare continuamente appuntamenti, rimandare attività importanti, perdere oggetti o non riuscire a mantenere routine che sembrano semplici per gli altri può significare parlare di aspetti che per anni sono stati interpretati come pigrizia, disorganizzazione o mancanza di volontà.
Come si può leggere nello studio “Stigma in adults with ADHD: a systematic review of types, experiences, and potential implications for quality of life” (Krishnamoorthy et al.) del 2025, negli adulti ADHD possono essere presenti diverse forme di stigma, compreso quello interiorizzato. La review evidenzia inoltre che lo stigma percepito potrebbe ostacolare la ricerca di un trattamento e la comunicazione della diagnosi agli altri.
Questo non significa che chiunque provi vergogna nel parlare di ADHD stia vivendo necessariamente uno stigma interiorizzato. Aiuta però a comprendere perché, per alcune persone, nominare questa possibilità possa essere emotivamente più difficile di quanto sembri.
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Fai il test ADHDNon devi arrivare in seduta con una spiegazione perfetta!
Portare il dubbio ADHD in terapia non significa dover convincere il terapeuta di avere ragione. Non è necessario conoscere tutti i criteri diagnostici, ricordare ogni episodio della propria infanzia o presentarsi con un elenco completo di sintomi.
Può essere molto più utile partire dalle difficoltà concrete. Potresti raccontare, per esempio, che riesci a organizzarti molto bene per alcuni giorni e poi perdi completamente la routine, che continui a sottovalutare il tempo necessario per svolgere le attività oppure che inizi molti progetti con entusiasmo ma fai fatica a portarli avanti. Potresti anche notare che mantenere l’attenzione è particolarmente difficile in alcune situazioni, mentre in altre riesci a concentrarti intensamente per molto tempo.
Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, dimostra la presenza di ADHD. Ansia, depressione, stress, problemi del sonno e altre condizioni possono produrre difficoltà apparentemente simili. Proprio per questo non devi essere tu ad arrivare alla conclusione prima della seduta.
Il tuo compito può essere semplicemente raccontare ciò che osservi. Può essere utile anche distinguere tra ciò che hai scoperto recentemente e ciò che riconosci da molto tempo. Se un video sull’ADHD ti ha fatto riflettere, puoi dirlo senza vergognarti. La parte importante non è dove hai incontrato per la prima volta quell’informazione, ma quali esperienze della tua vita ti hanno portato a pensare che valga la pena approfondirla.
Anche dire apertamente di avere paura di non essere creduto può diventare parte della conversazione. La vergogna non deve necessariamente essere superata prima di parlare: può essere proprio una delle cose da portare in seduta.

Quali frasi usare?
Quando ci si vergogna di parlare di Disturbo dell’Attenzione, spesso la difficoltà maggiore è proprio trovare il modo di iniziare. Si può passare molto tempo a preparare mentalmente il discorso, cercando le parole più corrette, per poi arrivare in seduta e cambiare argomento perché improvvisamente sembra tutto troppo difficile da spiegare.
In realtà, non è necessario costruire una spiegazione completa. Si può partire proprio dal dubbio, dicendo al terapeuta: “Da un po’ mi sto chiedendo se alcune delle mie difficoltà possano avere a che fare con l’ADHD e vorrei capire insieme a te se abbia senso approfondire.” Una frase di questo tipo non contiene già una conclusione e permette semplicemente di portare in terapia qualcosa su cui si sta riflettendo.
Se il vero ostacolo è la paura di sembrare influenzati da ciò che si è letto o visto online, si può nominare direttamente anche quella: “Ho incontrato alcuni contenuti sull’ADHD in cui mi sono riconosciuto, ma ho paura di essermi suggestionato. Vorrei parlarne con te prima di arrivare a conclusioni.” Non c’è bisogno di nascondere da dove sia nato il dubbio. Un contenuto online può aver acceso una domanda, ma sarà poi l’approfondimento clinico a stabilire quale significato abbiano realmente quelle difficoltà.
Per altre persone può essere più semplice non partire affatto dalla parola ADHD, ma dalla propria quotidianità. Si può raccontare: “Faccio molta fatica a organizzarmi, continuo a sottovalutare il tempo e spesso so cosa devo fare ma non riesco a iniziare. Vorrei capire perché mi succede così spesso.” In questo modo il centro della conversazione diventa l’esperienza concreta, senza sentire la responsabilità di darle immediatamente un nome.
Anche la vergogna stessa può essere detta apertamente. Una frase come “È da diverse sedute che vorrei parlarti di questa cosa, ma continuo a rimandare perché ho paura che tu possa pensare che mi sia fatto una diagnosi da solo”può essere sufficiente per iniziare. Non occorre aspettare di sentirsi completamente sicuri o preparati: anche il timore di affrontare l’argomento può diventare qualcosa da esplorare insieme.
Le frasi pronte, quindi, non servono a convincere il terapeuta della presenza di Disturbo dell’Attenzione/Iperattività né a ottenere una determinata risposta. Servono soltanto a superare quei primi secondi in cui la vergogna rischia di far rimandare ancora una volta una domanda che, invece, merita di trovare spazio nella conversazione.
A volte la difficoltà non consiste soltanto nel pronunciare la parola “ADHD”, ma nel trovare un linguaggio per descrivere esperienze che per anni sono sembrate semplicemente difetti personali.
La psicoeducazione può avere proprio questa funzione: aiutare a comprendere meglio il funzionamento ADHD e a distinguere sintomi, difficoltà quotidiane, strategie e contesto.
Come si può leggere nello studio “Psychoeducation for adult ADHD: a scoping review about characteristics, patient involvement, and content” (Pedersen et al.) del 2024, gli interventi psicoeducativi analizzati affrontavano temi che comprendevano informazioni sulla diagnosi e sui trattamenti, prospettiva della persona ADHD, vita sociale, lavoro e strategie psicologiche. Gli autori sottolineano però che la letteratura disponibile è ancora eterogenea e non consente di stimare in modo definitivo l’efficacia della psicoeducazione come categoria unica di intervento.
Conoscere meglio il proprio funzionamento può comunque aiutare a formulare domande più precise e a descrivere ciò che accade nella quotidianità senza ridurlo automaticamente a “sono pigro”, “sono disordinato” o “non mi impegno abbastanza”.
GAM Medical, clinica specializzata in ADHD, propone percorsi dedicati alla comprensione del funzionamento individuale.Se senti il bisogno di comprendere meglio il tuo funzionamento e trovare strumenti per affrontare organizzazione, attenzione e vita quotidiana, un percorso di psicoeducazione individuale ADHD può offrire uno spazio dedicato proprio a questi aspetti.
Questo è contenuto divulgativo e non sostituisce le diagnosi di un professionista. Se ti è piaciuto l’articolo, condividilo.
Fonti:
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/42137527/
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38273266/



