Jobhugging: perché chi è ADHD fatica a lasciare un lavoro che lo sta consumando?

Tempo di lettura: 5 minuti

jobhugging e ADHD

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Contenuto verificato

Revisione clinica a cura di

Dott.ssa Giulia Guida

Referente clinica per ADHD, DSA, psicoeducazione e inclusione.

Ultima revisione clinica: 1 Settembre 2026

Coordinamento editoriale: Denise Puglisi

Sai che quel lavoro non ti fa più stare bene. La domenica sera inizi già a pensare al lunedì, durante la settimana arrivi a casa senza energie e ogni tanto apri gli annunci pensando che sia arrivato il momento di cambiare. Poi, però, rimandi.

Per alcune persone con Disturbo dell’Attenzione/Iperattività, lasciare un lavoro conosciuto potrebbe risultare particolarmente complesso, soprattutto quando le energie sono già ridotte dallo stress. Cercare un’altra occupazione significa infatti pianificare, scegliere tra diverse possibilità, aggiornare il curriculum, organizzare colloqui e affrontare una buona dose di incertezza.

In questo articolo di GAM Medical vedremo cos’è il jobhugging, perché si può rimanere legati a un lavoro anche quando sta diventando difficile da sostenere e quali aspetti del funzionamento ADHD potrebbero rendere il cambiamento ancora più impegnativo.

Cos’è il jobhugging e perché non significa semplicemente avere paura di cambiare per le persone ADHD?

Il termine jobhugging viene utilizzato per descrivere una tendenza recente nel mondo del lavoro: rimanere “aggrappati” al proprio posto anche quando non è più soddisfacente, privilegiando la sicurezza di ciò che si conosce rispetto ai rischi legati alla ricerca di una nuova occupazione.

Dietro questa scelta possono esserci motivazioni molto concrete. Uno stipendio stabile, un mercato del lavoro percepito come incerto, responsabilità familiari o il timore di non trovare condizioni economiche equivalenti possono rendere ragionevole restare dove si è, anche quando il lavoro non entusiasma più.

Il jobhugging, quindi, non è una diagnosi e non rappresenta una caratteristica dell’ADHD. Non abbiamo evidenze sufficienti per affermare che le persone ADHD abbiano una maggiore tendenza al jobhugging rispetto al resto della popolazione.

Possiamo però chiederci se alcuni aspetti del funzionamento ADHD potrebbero rendere più impegnativo il processo necessario per passare dal pensiero “questo lavoro mi sta consumando” all’azione concreta di cercarne un altro.

Come si può leggere nello studio “ADHD at the workplace: ADHD symptoms, diagnostic status, and work-related functioning” (Fuermaier et al.) del 2021, negli adulti ADHD coinvolti nella ricerca sono emerse diverse difficoltà nel funzionamento lavorativo e i sintomi di disattenzione risultavano associati in modo particolare ai problemi professionali riferiti.

Questo non dimostra un rapporto tra ADHD e jobhugging. Aiuta però a comprendere perché, per alcune persone con Condizione ADHD, il rapporto con il lavoro possa essere caratterizzato da una distanza significativa tra ciò che sentono di poter fare e ciò che riescono concretamente a gestire nella quotidianità.

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Quando il lavoro ti consuma, ma cercarne un altro sembra ancora più faticoso?

Dire “dovrei cambiare lavoro” richiede pochi secondi. Cambiarlo davvero significa affrontare una sequenza molto più lunga di attività.

Bisogna capire cosa cercare, individuare le offerte adatte, aggiornare il curriculum, preparare eventuali lettere di presentazione, inviare candidature, controllare le risposte, organizzare colloqui e confrontare condizioni diverse. Tutto questo mentre si continua a lavorare nel posto che sta già consumando gran parte delle energie disponibili.

Per alcune persone ADHD, proprio questa distanza tra intenzione e azione potrebbe diventare particolarmente faticosa. Non necessariamente perché manchi il desiderio di cambiare, ma perché un obiettivo ampio come “trovare un nuovo lavoro” deve essere trasformato in molti passaggi più piccoli, organizzati e mantenuti nel tempo.

Può succedere di trovare un’offerta interessante durante la pausa pranzo e pensare di candidarsi una volta tornati a casa. La sera, però, arrivano stanchezza e altre richieste, e la candidatura viene rimandata. Qualche giorno dopo l’annuncio è ancora aperto in una scheda del browser, insieme ad altri dieci che sembravano altrettanto interessanti.

In altri casi il problema potrebbe essere proprio scegliere. Un’offerta sembra migliore per lo stipendio, un’altra per gli orari, un’altra ancora per il tipo di lavoro. Continuare a confrontare possibilità può rendere difficile arrivare al momento in cui bisogna effettivamente inviare una candidatura.

Nel frattempo, il lavoro attuale continua a richiedere energie. Si crea così un paradosso: per uscire da una situazione lavorativa che sta diventando insostenibile servono organizzazione, pianificazione e risorse mentali, ma sono proprio queste risorse a essere progressivamente consumate dalla situazione da cui si vorrebbe uscire.

Per questo osservare una persona che continua a lamentarsi del proprio lavoro senza cambiarlo non significa necessariamente trovarsi davanti a qualcuno che “in fondo vuole restare”. Potrebbe esserci una distanza molto più complessa tra riconoscere il problema e riuscire a organizzare concretamente un’alternativa.

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Perché il lavoro conosciuto può sembrare più gestibile anche quando non fa più stare bene?

Un lavoro che svolgiamo da tempo contiene molte informazioni che non dobbiamo più elaborare da zero. Conosciamo il tragitto, i colleghi, le procedure, gli orari e persino le persone a cui rivolgerci quando qualcosa va storto. Nel tempo abbiamo costruito strategie per gestire anche gli aspetti meno piacevoli. Cambiare significa perdere temporaneamente buona parte di questa prevedibilità.

Come si può leggere nello studio ‘It’s like it is designed to keep me stressed’—Working sustainably with ADHD or autism” (Högstedt et al.) del 2023, gli adulti con Condizione ADHD e autistici intervistati descrivevano flessibilità, accettazione e supporto come elementi importanti per rendere sostenibile il lavoro. Nelle loro esperienze emergeva inoltre il peso dell’accumulo di stress quando le caratteristiche dell’ambiente lavorativo non incontravano adeguatamente i loro bisogni.

Lo studio è qualitativo e comprende sia persone con Disturbo dell’Attenzione sia persone autistiche, quindi non permette di concludere che queste esperienze appartengano a tutte le persone ADHD. Suggerisce però quanto possa essere importante valutare non soltanto quale lavoro si svolge, ma anche in quale ambiente lo si svolge.

Per una persona con ADHD, quindi, l’idea di ricominciare potrebbe significare anche dover scoprire nuovamente quali strategie funzionano, quali aspettative ha il nuovo responsabile, come vengono comunicate le priorità e quanto il nuovo ambiente sia realmente compatibile con il proprio funzionamento.

La familiarità non rende automaticamente sano un ambiente lavorativo, ma può renderlo più prevedibile. Ed è possibile che, quando una persona è già molto stanca, la prevedibilità del problema conosciuto sembri temporaneamente più gestibile dell’incertezza di una soluzione ancora sconosciuta.

ADHD e jobhugging
ADHD e jobhugging

Restare o cambiare? La domanda non è soltanto “quanto riesco ancora a resistere”

Quando un lavoro diventa pesante, può essere facile valutare la situazione soltanto in base alla capacità di continuare. Finché si riesce ad alzarsi la mattina, rispettare le scadenze e portare a termine ciò che viene richiesto, si può pensare che la situazione sia ancora sostenibile.

Ma riuscire a continuare non significa necessariamente stare bene. Può essere utile osservare quanto tempo serve per recuperare dopo una giornata lavorativa, quante energie rimangono per relazioni e interessi personali e quanto spesso il lavoro continua a occupare la mente anche quando la giornata è terminata. Allo stesso tempo, cambiare lavoro non rappresenta automaticamente la soluzione: alcune difficoltà potrebbero dipendere dal contesto attuale, altre potrebbero ripresentarsi anche altrove se non vengono prima comprese.

Per alcune persone ADHD, quindi, il primo passo potrebbe non essere decidere immediatamente se restare o andarsene, ma comprendere quali aspetti rendano quel lavoro così difficile da sostenere e quali caratteristiche dovrebbe avere un ambiente professionale più compatibile con il proprio funzionamento.

GAM Medical, centro ADHD, offre supporto specialistico per comprendere meglio come il funzionamento individuale possa intrecciarsi con le difficoltà vissute sul lavoro. Se senti che il lavoro sta consumando sempre più energie e fai fatica a capire quali difficoltà possano dipendere dall’ambiente e quali dal tuo funzionamento ADHD, confrontarti con professionisti esperti può aiutarti a leggere la situazione in modo più completo e a individuare strategie più sostenibili.

Questo è contenuto divulgativo e non sostituisce le diagnosi di un professionista. Se ti è piaciuto l’articolo, condividilo.

Fonti:

  • https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33528652/
  • https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36379218/

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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