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Quando si parla di disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, l’attenzione si concentra spesso sui cosiddetti “cibi proibiti”: alimenti che generano paura, disgusto, senso di colpa o timore di perdere il controllo. Tuttavia, nei DCA il divieto può estendersi ben oltre ciò che si trova nel piatto.
Fiere, mercati, fast food, mense, sagre, buffet e centri commerciali possono diventare luoghi difficili da frequentare o completamente evitati perché la presenza del cibo può finire per influenzare l’intera esperienza.
Nella nostra pratica clinica, può capitare di ascoltare persone che rinunciano a un evento perché non sanno cosa troveranno da mangiare, che evitano una mensa per non essere osservate durante il pasto o che non entrano in un fast food per paura di abbuffarsi.
Il DCA, quindi, può limitare non soltanto che cosa si mangia, ma anche dove si va e quali esperienze ci si permette di vivere.
Un luogo può diventare “proibito” quando viene associato a emozioni, pensieri o comportamenti percepiti come difficili da gestire. Non è necessariamente lo spazio in sé a generare disagio, ma ciò che potrebbe accadere al suo interno.
Una fiera può significare odori intensi, cibo disponibile ovunque e impossibilità di prevedere il pasto. Una mensa può rappresentare il rischio di essere osservati o di non poter controllare porzioni e ingredienti. Un fast food può richiamare alimenti temuti oppure la possibilità di perdere il controllo.
La persona può quindi iniziare a pensare:
L’evitamento diventa così un modo per non entrare in contatto con l’ansia, la vergogna, il disgusto o la paura di perdere il controllo. Nel breve periodo può offrire sollievo; nel tempo, però, può rendere sempre più numerosi i luoghi percepiti come inaccessibili.
Nei disturbi alimentari caratterizzati da una forte componente restrittiva, alcuni luoghi possono essere evitati perché rendono più difficile mantenere il controllo sull’alimentazione.
Fiere, mercati e sagre, per esempio, espongono la persona a cibi visibili, profumi, assaggi e inviti a mangiare. Inoltre, spesso non consentono di conoscere in anticipo ingredienti, quantità e modalità di preparazione.
Questo può generare:
Non tutte le persone con anoressia nervosa sperimentano nausea o disgusto e queste sensazioni non sono specifiche di un solo disturbo. In alcuni casi, però, l’attivazione ansiosa può essere così elevata da produrre una risposta fisica concreta: lo stomaco si chiude, gli odori diventano difficili da tollerare e l’idea stessa di mangiare appare insostenibile.
Il luogo viene quindi evitato non perché non abbia nulla da offrire, ma perché il cibo presente al suo interno occupa tutto lo spazio mentale.
Nella bulimia nervosa e nel disturbo da binge eating, l’evitamento può essere legato soprattutto alla paura di un’abbuffata o di una perdita di controllo.
Un fast food, un buffet o un mercato alimentare possono essere percepiti come ambienti nei quali il cibo è abbondante, immediatamente disponibile e difficile da ignorare. Se alcuni alimenti sono stati a lungo classificati come proibiti, anche una loro semplice esposizione può attivare pensieri dicotomici:
“Se ne mangio uno, ormai ho rovinato tutto.”
“Se inizio, non riuscirò a fermarmi.”
“È meglio non entrare, perché non posso fidarmi di me.”
In questi casi, la persona può evitare completamente il luogo per ridurre il rischio percepito. In alternativa, può frequentarlo accompagnata da un elevato livello di controllo, osservando continuamente il cibo, imponendosi regole rigide o pianificando in anticipo eventuali comportamenti compensatori.
La paura non riguarda soltanto ciò che potrebbe essere mangiato, ma anche ciò che potrebbe accadere dopo: senso di colpa, vergogna, vomito autoindotto, restrizione, esercizio fisico compensatorio o nuovi episodi di abbuffata.
Il luogo diventa quindi il simbolo di una perdita di controllo temuta ancora prima che si verifichi.
Il fast food può assumere significati diversi a seconda del funzionamento della persona e delle caratteristiche del disturbo alimentare.
Per chi presenta una forte restrizione, può rappresentare un ambiente associato ad alimenti ad alta densità calorica, porzioni non controllabili e informazioni nutrizionali che alimentano il calcolo o il confronto. Anche l’odore intenso e la velocità con cui si ordina e si mangia possono aumentare il disagio.
Per chi sperimenta abbuffate, invece, il fast food può essere associato a precedenti episodi di perdita di controllo. La persona può temere di ordinare più del previsto, di acquistare cibo da consumare in solitudine o di utilizzare quel contesto per mettere in atto un’abbuffata.
In entrambi i casi, l’evitamento può sembrare una soluzione efficace: se non entro, non dovrò scegliere, mangiare o affrontare le conseguenze. Tuttavia, quando l’unico modo per sentirsi al sicuro è non entrare mai in un determinato luogo, il DCA ha già iniziato a condizionare la libertà di movimento.
Fiere, mercati e sagre non sono luoghi dedicati esclusivamente al cibo. Si può partecipare per acquistare oggetti, ascoltare musica, incontrare persone o semplicemente trascorrere del tempo fuori casa. Eppure, per chi vive un DCA, la componente alimentare può diventare così invasiva da oscurare tutto il resto.
In questi contesti possono esserci:
Una persona può quindi decidere di non partecipare affatto oppure restare in uno stato di allerta costante. Potrebbe controllare in anticipo la disposizione degli stand, portare con sé esclusivamente cibi considerati sicuri o cercare di ridurre l’alimentazione prima dell’evento.
Anche quando riesce a essere presente, potrebbe non riuscire a vivere davvero l’esperienza. Una parte significativa dell’attenzione rimane impegnata nel monitorare il cibo, il corpo e le proprie reazioni.
Le mense scolastiche, universitarie o aziendali presentano alcune caratteristiche che possono renderle particolarmente complesse per una persona con un disturbo alimentare.
Il pasto avviene in uno spazio pubblico, spesso in orari prestabiliti e con una scelta limitata. Le porzioni possono essere servite da altri e non sempre è possibile conoscere con precisione ingredienti e modalità di preparazione.
A questo si aggiunge la dimensione sociale. La persona può temere che gli altri osservino cosa sceglie, quanto mangia, cosa lascia nel piatto o quanto tempo impiega a terminare il pasto. Anche commenti apparentemente comuni, come “Mangi solo questo?” oppure “Oggi mi concedo uno sgarro”, possono aumentare il disagio.
La mensa può essere evitata per diversi motivi:
L’evitamento può portare a saltare il pasto, mangiare in solitudine o organizzare l’intera giornata per non trovarsi in quel contesto.
Decidere di non andare a una fiera, in mensa o in un fast food può ridurre immediatamente l’ansia. La persona non deve affrontare il cibo, prendere decisioni o esporsi allo sguardo degli altri.
Il sollievo, però, può rafforzare il meccanismo di evitamento. La mente impara che quel luogo era effettivamente pericoloso e che evitarlo è stato necessario per prevenire qualcosa di ingestibile.
Il ciclo può funzionare così:
Nel tempo, l’elenco può allungarsi. Prima viene evitato un fast food, poi un ristorante, successivamente una festa e infine qualsiasi attività nella quale non sia possibile controllare completamente il cibo.
Il sollievo immediato può quindi avere come prezzo una progressiva riduzione della libertà.
Se riconosci questo meccanismo nella tua esperienza, puoi rivolgerti a GAM-Medical, clinica online specializzata nella diagnosi e nel trattamento dei disturbi alimentari, per ricevere una valutazione e un supporto professionale.
Nel frattempo, ti forniamo un test di screening sui DCA. Il test non ha valore diagnostico, ma può aiutarti a comprendere se sia opportuno richiedere un approfondimento specialistico.
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