Da alcuni anni sui social ha preso sempre più piede il format “What I Eat in a Day”, ovvero il racconto, attraverso video o fotografie, di ciò che una persona mangia nell’arco di una giornata.
A proporlo sono food blogger, influencer e content creator, ma anche persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare, talvolta durante un ricovero o un percorso in comunità.
Dietro questi contenuti possono esserci motivazioni molto diverse: condividere ricette e abitudini, raccontare un percorso di cura, cercare supporto oppure mostrare la propria quotidianità.
Nelle prossime righe cercheremo quindi di capire meglio che cos’è il “What I Eat in a Day”, perché viene realizzato e quali effetti può avere sulle persone con DCA.
Infine, proveremo a riflettere sul suo possibile ruolo non solo nel mantenimento del disturbo, ma anche nella sua insorgenza.
Che cos’è il format “What I Eat in a Day”?
Il “What I Eat in a Day”, letteralmente “cosa mangio in un giorno”, è un format molto diffuso su piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube.
Consiste nel mostrare, attraverso video, fotografie o brevi vlog, ciò che una persona mangia nel corso di una giornata.
Il contenuto segue generalmente la successione dei diversi momenti alimentari, dalla colazione alla cena, includendo talvolta spuntini, bevande, preparazione dei piatti, orari e quantità.
In alcuni casi il racconto è accompagnato da testi, commenti o indicazioni sugli alimenti presenti, mentre in altri si limita a una sequenza visiva dei pasti consumati.
Perché viene realizzato il “What I Eat in a Day”? Quali sono le sue finalità?
Le finalità del format possono variare molto in base a chi lo realizza.
Prima categoria: content creator, food blogger, sportivi e influencer
- mostrare la propria routine alimentare quotidiana;
- condividere ricette, idee per i pasti e modalità di preparazione;
- raccontare uno stile di vita, un’attività sportiva o un particolare regime alimentare;
- intrattenere il pubblico attraverso contenuti semplici, immediati e facilmente riconoscibili;
- promuovere prodotti, alimenti, integratori o collaborazioni commerciali;
- aumentare visualizzazioni e interazioni sfruttando un format molto popolare sui social.
Seconda categoria: persone con disturbi del comportamento alimentare
Negli ultimi anni il format si è diffuso anche tra persone che soffrono di DCA, comprese quelle ricoverate, inserite in comunità terapeutiche o impegnate in un percorso di cura.
In questi casi può essere utilizzato per:
- documentare i pasti e le diverse fasi del percorso di recupero;
- raccontare la quotidianità all’interno di un ricovero o di una comunità;
- condividere difficoltà, progressi e cambiamenti nel rapporto con il cibo;
- cercare confronto, sostegno e comprensione da parte di persone con esperienze simili;
- sensibilizzare il pubblico sui disturbi alimentari e mostrare aspetti della malattia e della cura spesso poco conosciuti;
- costruire un diario personale del proprio percorso, rendendolo visibile e condivisibile sui social.
“What I Eat in a Day” e DCA: il ruolo di creator, sportivi e influencer
I “What I Eat in a Day” realizzati da content creator, food blogger, sportivi e influencer hanno spesso finalità di:
- intrattenimento, mostrando la propria routine quotidiana;
- marketing, attraverso prodotti sponsorizzati e collaborazioni con marchi alimentari;
- costruzione dell’immagine personale, presentandosi come persone sane, disciplinate, sportive e attente all’alimentazione.
Questi contenuti possono però non essere innocui e influire negativamente sul rapporto con il cibo e con il corpo.
Fisici considerati “perfetti” o molto performanti possono diventare modelli da imitare, anche senza il supporto di professionisti e senza tenere conto dei bisogni individuali.
Inoltre, ciò che viene mostrato sui social è spesso selezionato e idealizzato: pasti più abbondanti, maggiore flessibilità o alimenti considerati meno “fit” possono essere esclusi.
Chi guarda rischia così di confrontare la propria alimentazione reale con una versione parziale di quella altrui.
Questo favorisce confronto, restrizione, senso di colpa e comportamenti di controllo, con un possibile ruolo nell’insorgenza dei DCA o nel loro mantenimento.
“What I Eat in a Day” realizzati da persone con DCA: perché vengono condivisi
Negli ultimi anni anche molte persone con disturbi del comportamento alimentare hanno iniziato a utilizzare il format “What I Eat in a Day”, adattandolo al racconto della propria esperienza di malattia e di cura.
Nei What I Eat in a Day di persone con disturbi alimentari le motivazioni di solito non sono, come nel caso precedente intrattentimento e commercio, bensì:
- Mantenere la responsabilità nel percorso di cura: mostrare i pasti può aiutare chi crea il contenuto a sentirsi più responsabile rispetto al proprio recupero, a mantenere una maggiore regolarità e a monitorare nel tempo i progressi compiuti.
- Creare un diario visivo della recovery: il video può diventare uno strumento per osservare i cambiamenti, riconoscere i passi avanti e documentare le diverse fasi del percorso.
- Offrire sostegno ad altre persone con DCA: alcuni contenuti vengono condivisi per trasmettere il messaggio “non siete soli” e per creare un senso di vicinanza con chi vive difficoltà simili.
- Contrastare la noia durante ricoveri o permanenze in comunità: registrare e pubblicare video può rappresentare un modo per occupare il tempo e mantenere un contatto con il mondo esterno.
- Rendere visibile il proprio malessere: in alcuni casi, la pubblicazione può rispondere al bisogno di mostrare agli altri la gravità della propria condizione e di ottenere riconoscimento o validazione della sofferenza.
- Dimostrare di essere “abbastanza malati”: il contenuto può diventare un modo per cercare conferme, soprattutto quando la persona teme di non essere creduta o di non essere considerata sufficientemente malata. Questa dinamica non va necessariamente interpretata come manipolatoria, ma può essere parte del disturbo stesso e del bisogno di comunicare una sofferenza difficile da esprimere a parole.
I rischi dei “What I Eat in a Day” pubblicati da persone con DCA
Anche quando vengono condivisi con intenzioni positive, questi contenuti possono comportare alcuni rischi sia per chi li pubblica sia per chi li guarda:
- Aumentare il confronto: vedere cosa e quanto mangia un’altra persona può favorire paragoni continui, soprattutto tra utenti con lo stesso disturbo. Il pasto altrui può diventare un parametro con cui giudicare il proprio.
- Rinforzare la competizione legata alla malattia: nei DCA può essere presente il bisogno di sentirsi “più malati”, più restrittivi o più meritevoli di cura rispetto agli altri. I video possono alimentare questa dinamica e trasformare la sofferenza in una forma di confronto.
- Normalizzare quantità o comportamenti disfunzionali: porzioni insufficienti, rituali alimentari, evitamento di alcuni cibi o modalità rigide di consumo possono essere percepiti come accettabili o imitabili, soprattutto se presentati senza un adeguato contesto.
- Trasformare il recupero in una prestazione: la pubblicazione costante può far sentire la persona obbligata a mostrare progressi, pasti completi o un’immagine positiva della recovery, anche quando il percorso reale è più complesso e discontinuo.
- Aumentare il controllo sul cibo: fotografare, registrare e mostrare ogni pasto può rendere l’alimentazione ancora più osservata e controllata, mantenendo l’attenzione concentrata su quantità, composizione e presentazione.
- Esporre a commenti dannosi: giudizi sulle porzioni, sul corpo, sul peso o sulla gravità del disturbo possono provocare vergogna, senso di colpa, bisogno di dimostrare di stare peggio o ricadute nei comportamenti disfunzionali.
- Cercare validazione attraverso la malattia: visualizzazioni, commenti e interazioni possono rinforzare la pubblicazione di contenuti sempre più estremi, soprattutto quando la persona riceve maggiore attenzione mostrando la propria sofferenza.
- Diventare un contenuto trigger per chi guarda: immagini di pasti, porzioni, corpi o ambienti di cura possono riattivare pensieri ossessivi, ansia, restrizione o altri comportamenti legati al disturbo.
- Mostrare una recovery parziale o idealizzata: anche il recupero può essere raccontato in modo selettivo. Chi guarda potrebbe pensare che esista un unico modo corretto di guarire o sentirsi inadeguato se il proprio percorso procede diversamente.



