Non è sempre dieta: privazione alimentare come autopunizione

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Non è sempre dieta: privazione alimentare come autopunizione

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Nel cibo, nella nutrizione e nell’alimentazione possono concentrarsi moltissimi significati, emozioni e associazioni. Mangiare, infatti, non risponde soltanto a un bisogno fisiologico: può richiamare cura, piacere, conforto, appartenenza, controllo, colpa, premio o rinuncia. È un territorio ricco di simboli e immagini, in cui il rapporto con il cibo può diventare anche un modo per esprimere vissuti che talvolta è difficile riconoscere o mettere in parole.

Una delle forme che questo rapporto può assumere è quella della privazione alimentare come autopunizione: limitare, rimandare o negarsi il cibo non necessariamente per fame ridotta o per un obiettivo legato alla salute, ma come risposta a un senso di colpa, a un errore percepito o alla convinzione di non meritare nutrimento, piacere o cura.

Cosa significa punirsi con il cibo?

Ci si può “punire” con il cibo in modi diversi. A volte significa negarsi qualcosa che piace, scegliendo intenzionalmente di non mangiare un alimento desiderato perché si sente di non “meritarlo”. In altri casi può voler dire saltare un pasto, mangiare molto meno del necessario o rimandare il momento di mangiare, quasi come se la fame dovesse diventare una conseguenza da sopportare.

La punizione può assumere anche forme più sottili: scegliere solo cibi considerati “permessi”, evitare occasioni conviviali, rinunciare al piacere del pasto oppure imporre regole particolarmente rigide dopo aver mangiato qualcosa vissuto come “sbagliato”. In questi casi, il cibo smette di essere soltanto nutrimento e può trasformarsi in uno strumento attraverso cui esercitare controllo, esprimere rabbia verso di sé o cercare di compensare un senso di colpa.

Il punto, quindi, non è soltanto che cosa si mangia o non si mangia, ma soprattutto con quale significato: quando la privazione nasce dal bisogno di castigarsi, di espiare o di rendersi “meno meritevoli” di cura e piacere, può essere importante interrogarsi su ciò che sta accadendo nella relazione con il cibo e con se stessi.

Cibo, rinuncia e punizione: un legame culturale antico

L’idea di privarsi di qualcosa come forma di disciplina, espiazione o punizione non nasce certo oggi. In molte tradizioni culturali e religiose la rinuncia ha avuto, e continua ad avere, significati profondi: pensiamo ai digiuni, ai “fioretti”, all’astensione da determinati alimenti o alla scelta di rinunciare temporaneamente a un piacere. In questi contesti, naturalmente, la privazione non coincide necessariamente con l’autopunizione: può avere un significato spirituale, rituale, comunitario, di disciplina o di raccoglimento. Eppure testimonia quanto, storicamente, il cibo e la sua rinuncia siano stati investiti di significati che vanno ben oltre la semplice nutrizione.

Anche nell’educazione quotidiana ritroviamo facilmente questa associazione. Espressioni come “vai a letto senza cena” raccontano un immaginario nel quale togliere il cibo, o almeno il piacere legato al cibo, poteva diventare una conseguenza di un comportamento considerato sbagliato. Allo stesso modo, premio e punizione sono stati spesso veicolati attraverso l’alimentazione: il dolce concesso se si è stati “bravi”, qualcosa di piacevole negato se si è stati “cattivi”.

Esiste quindi un terreno culturale antico nel quale privazione, merito, colpa e disciplina possono intrecciarsi con il cibo. Questo non significa che ogni rinuncia alimentare abbia un significato problematico, ma può aiutarci a comprendere perché, anche a livello individuale, possa risultare così intuitivo utilizzare proprio il cibo per premiarsi, controllarsi o punirsi. L’idea implicita può diventare: se ho fatto qualcosa di sbagliato, devo rinunciare a qualcosa; e ciò a cui rinuncio può essere proprio il nutrimento, il piacere o la cura.

Oltre il cibo: ciò che la privazione alimentare in un DCA può esprimere

Quando il cibo entra nel territorio dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, la privazione può assumere significati molto più profondi di quelli immediatamente visibili. Non sempre, infatti, ci si priva del cibo “per il cibo”. A volte il cibo diventa il luogo in cui si concentra qualcosa che nasce altrove: un senso di colpa difficile da nominare, una rabbia che non trova spazio, un bisogno di controllo, una sensazione di essere di troppo, di aver deluso qualcuno, di aver causato qualcosa o di non meritare pienamente cura e benessere.

Il sintomo alimentare può allora diventare una sorta di linguaggio. Attraverso il corpo e attraverso il nutrimento si esprime qualcosa che, in quel momento, non riesce a essere pensato o raccontato in altro modo. La privazione può assumere la forma di una rinuncia, di un’espiazione, di una modalità silenziosa di “pagare” per qualcosa: non necessariamente per ciò che si è mangiato, ma per qualcosa che riguarda la propria storia, le relazioni, gli affetti, i conflitti o l’immagine che si ha di sé.

In questo senso, il cibo può diventare un terreno simbolico particolarmente potente perché nutrirsi significa anche ricevere, lasciarsi accudire, occupare spazio, riconoscere di avere bisogni. Negarsi il cibo può quindi, in alcuni momenti, assumere il significato più ampio di negarsi qualcosa: piacere, conforto, attenzione, diritto alla cura. È come se il gesto alimentare rendesse concreto un sentimento interno che altrimenti resterebbe senza forma.

Per questo, nei DCA, il significato della restrizione non si esaurisce quasi mai nella semplice volontà di mangiare meno. Dietro un comportamento apparentemente alimentare possono esserci vissuti molto diversi e molto personali. Il punto non è soltanto osservare cosa una persona fa con il cibo, ma cercare di comprendere che cosa quel comportamento sta rappresentando, proteggendo, comunicando o tentando di risolvere.

Quando il “buono” diventa qualcosa da negarsi

Il cibo è, prima di tutto, qualcosa che nutre. È ciò che sostiene, dà energia, accompagna la crescita, ma è anche piacere, convivialità, conforto, cura. Fin dall’inizio della vita, nutrirsi è legato all’essere accuditi, al ricevere qualcosa di buono, al sentirsi accolti e mantenuti in vita.

Proprio per questo, privarsi del cibo può assumere simbolicamente il significato più ampio di privarsi di qualcosa di buono. Non soltanto rinunciare a un alimento, ma sottrarsi piacere, conforto, soddisfazione, cura. Come se il messaggio implicito fosse: questa cosa buona non è per me, non me la merito, devo farne a meno.

La privazione alimentare può allora inserirsi in una modalità più generale di stare con se stessi, fatta di rinunce, durezza e difficoltà a concedersi ciò che fa bene. Il cibo diventa particolarmente potente perché rende questa dinamica concreta, quotidiana, visibile nel corpo: ciò che internamente viene vissuto come “non devo ricevere”, “non devo avere”, “non posso concedermi”, può prendere la forma del non mangiare o del togliersi proprio ciò che piace.

In questa prospettiva, il tema non riguarda soltanto la fame. Riguarda anche il rapporto con il ricevere: quanto ci si sente autorizzati ad avere bisogni, a provare piacere, a essere nutriti, a occupare uno spazio e a concedersi qualcosa senza doverlo prima meritare. È qui che la privazione può diventare qualcosa di più di una regola alimentare: può diventare il gesto attraverso cui ci si sottrae, simbolicamente, qualcosa di buono.

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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