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Le persone autistiche hanno davvero una ridotta percezione del pericolo?
Ogni tanto, parlando di autismo, si incontra l’espressione no danger awareness, usata per descrivere una presunta difficoltà nel riconoscere o valutare situazioni potenzialmente pericolose.
È un tema che ricorre spesso anche nei racconti dei genitori di bambini autistici, che descrivono figli da sorvegliare costantemente perché sembrano non accorgersi di alcuni rischi, non anticiparne le conseguenze o esporsi con facilità a situazioni potenzialmente pericolose.
Esperienze simili possono essere riportate anche da adolescenti e adulti autistici, sebbene naturalmente con modalità diverse.
Ma è davvero corretto parlare di una “ridotta percezione del pericolo” nell’autismo? E, se in alcuni casi questa difficoltà è presente, quali fattori possono contribuire a spiegarla?
Nelle prossime righe proveremo a fare chiarezza, distinguendo ciò che emerge dalla letteratura da alcune semplificazioni che rischiano di descrivere il fenomeno in modo troppo generico.
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Centro Clinico AutismoQuando parliamo di percezione del pericolo, non ci riferiamo soltanto alla capacità di sapere, in astratto, che una determinata situazione può essere rischiosa. Riconoscere un pericolo nella vita quotidiana richiede infatti l’integrazione di più processi: bisogna notare i segnali rilevanti nell’ambiente, interpretarli correttamente, valutarne il significato, anticipare le possibili conseguenze e modificare il proprio comportamento in tempo utile.
In altre parole, una persona può conoscere perfettamente una regola di sicurezza e avere comunque difficoltà ad applicarla in una situazione concreta. Sapere, per esempio, che bisogna guardare prima di attraversare una strada non equivale necessariamente a riuscire, in quel momento, a monitorare il traffico, selezionare gli stimoli importanti, stimare la velocità dei veicoli e fermarsi se necessario.
La percezione del pericolo comprende quindi non solo il riconoscimento del rischio, ma anche la capacità di attribuirgli la giusta priorità, prevederne gli effetti e trasformare rapidamente queste informazioni in una risposta adeguata. È un processo complesso, che coinvolge attenzione, interpretazione del contesto, esperienza, regolazione del comportamento e capacità di adattare ciò che si è appreso a situazioni nuove.
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Prenota colloquio gratuito per l’autismoAlcuni genitori di bambini autistici descrivono situazioni in cui il bambino sembra non riconoscere un pericolo, non anticiparne le conseguenze oppure non modificare il proprio comportamento nonostante il rischio sia presente.
Tra gli esempi riportati possono esserci:
Questi comportamenti possono dare l’impressione che il bambino prorpio “non percepisca il pericolo”. Questo può portare i genitori ad uno stato di forte appresione e ansia rispetto all’incolumità del proprio bambino.
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Fai il test sull’autismoLa letteratura ha evidenziato che i bambini autistici possono essere maggiormente esposti al rischio di infortuni involontari rispetto alla popolazione generale.
Si tratta di incidenti non intenzionali che possono verificarsi in diversi contesti della vita quotidiana e che, in alcuni casi, sembrano essere collegati non a un singolo fattore, ma all’interazione tra caratteristiche dell’autismo, aspetti dello sviluppo e comportamenti che possono coesistere con esso.
Questo dato ha portato a interrogarsi maggiormente sul tema della consapevolezza della sicurezza e del pericolo nell’autismo, cercando di capire quali processi possano rendere, per alcune persone autistiche, più difficile riconoscerlo, valutarlo o rispondere in modo tempestivo.
La ricerca descritta nell’articolo Prevalence and Correlates of Poor Safety Awareness and Accidental Injury in ASD, ADHD, ASD + ADHD, and Neurotypical Youth Samples ha confrontato la consapevolezza della sicurezza e il rischio di infortuni accidentali in bambini e adolescenti con autismo, ADHD, autismo + ADHD (AuDHD) e sviluppo neurotipico.
Il dato più rilevante riguarda il gruppo con autismo e ADHD coesistenti, che mostrava livelli significativamente più bassi di consapevolezza della sicurezza e maggiori problemi legati agli infortuni accidentali rispetto agli altri gruppi.
Analizzando più in generale i partecipanti con autismo e/o ADHD, una minore consapevolezza della sicurezza risultava associata soprattutto a impulsività, iperattività, età più giovane e quoziente intellettivo più basso. Gli infortuni accidentali, invece, erano associati in particolare a iperattività, difficoltà di coordinazione e problemi della condotta.
Questi risultati suggeriscono quindi che la difficoltà nel riconoscere o gestire una situazione di pericolo non dipenda necessariamente dall’autismo in sé, ma possa essere influenzata dall’interazione tra diverse caratteristiche individuali e condizioni coesistenti. In particolare, la presenza contemporanea di ADHD sembra rappresentare un elemento importante da considerare quando si parla di sicurezza nei bambini autistici.
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Richiedi info sulla diagnosi di autismoUn’altra ricerca (che trovi qui A Qualitative Analysis of Unintentional Injuries in Autism Spectrum Disorder) ha affrontato il tema da una prospettiva diversa, raccogliendo direttamente le esperienze di 15 madri di bambini nello spettro dell’autismo attraverso interviste semi-strutturate.
L’obiettivo era comprendere quali caratteristiche dei bambini, secondo l’esperienza quotidiana delle famiglie, potessero contribuire a un maggiore rischio di infortuni involontari.
Dalle testimonianze sono emersi diversi fattori. Le madri hanno descritto come possibili elementi di rischio alcune difficoltà nella comunicazione e nell’interazione sociale, ma anche comportamenti ripetitivi o interessi particolarmente focalizzati, differenze nello sviluppo e particolari modalità di gioco ed esplorazione dell’ambiente.
Il punto interessante è che, anche in questo caso, non emerge un’unica spiegazione riconducibile semplicemente a una “mancanza di percezione del pericolo”. Le esperienze delle famiglie suggeriscono piuttosto un quadro complesso, nel quale caratteristiche proprie dell’autismo, aspetti associati e comportamenti o condizioni che possono coesistere con esso possono interagire e influenzare la sicurezza del bambino.
Lo studio è qualitativo e riguarda un campione molto piccolo, quindi non permette di generalizzare queste esperienze a tutti i bambini autistici. Offre però una prospettiva importante su come il rischio venga vissuto concretamente dalle famiglie e su quali aspetti possano meritare maggiore attenzione quando si progettano interventi e strategie per la sicurezza.
La ricerca sulla percezione del pericolo nell’autismo non riguarda soltanto l’età evolutiva. Alcuni studi condotti su adulti autistici (tra cui quello che abbiamo analizzato per parlarvi di questo argomento, Perception of Social Cues of Danger in Autism Spectrum Disorders) hanno infatti esplorato il modo in cui vengono elaborati segnali sociali impliciti che possono indicare la presenza di una minaccia nell’ambiente.
Un esempio è rappresentato da un volto impaurito che sposta lo sguardo verso un’altra direzione. In una situazione reale, questo tipo di segnale può comunicare in modo molto rapido e non verbale che “sta succedendo qualcosa lì” e orientare automaticamente l’attenzione verso una possibile fonte di pericolo.
In uno studio di neuroimaging condotto su adulti autistici e adulti non autistici, la presentazione di volti impauriti con lo sguardo rivolto altrove produceva pattern di attivazione cerebrale differenti nei due gruppi. Nei partecipanti non autistici, questo segnale implicito di minaccia coinvolgeva maggiormente reti associate all’attenzione, all’elaborazione emotiva e alla comprensione degli stati mentali altrui; questo effetto non emergeva nello stesso modo nel gruppo autistico.
È interessante notare che questa differenza non sembrava dipendere semplicemente dal fatto che i partecipanti autistici guardassero meno gli occhi: un esperimento separato di eye-tracking non aveva infatti evidenziato differenze tali da spiegare il risultato. Gli autori hanno quindi ipotizzato una diversa elaborazione del significato sociale del segnale, più che una semplice mancata osservazione dello stimolo.
Questi risultati non significano che gli adulti autistici “non riconoscano il pericolo”. Suggeriscono piuttosto che, almeno in alcuni contesti, i segnali sociali indiretti che comunicano una possibile minaccia potrebbero essere elaborati in modo diverso o risultare meno immediatamente salienti.
È però importante ricordare che si tratta di uno studio sperimentale specifico, condotto su un piccolo campione di adulti autistici senza disabilità intellettiva. I risultati, quindi, non possono essere generalizzati a tutte le persone autistiche né a tutte le situazioni di pericolo.
Con un percorso terapeutico adatto, puoi trovare strategie per migliorare le tue interazioni sociali e sentirti più a tuo agio nel mondo.
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