Contenuto verificatoUn tuo genitore, il tuo partner o una persona a te cara sta attraversando un momento di difficoltà dopo essere andata in pensione? Non è raro che questa fase della vita porti con sé emozioni contrastanti, senso di smarrimento e una certa fatica nel ritrovare un nuovo equilibrio.
Il pensionamento rappresenta un passaggio molto importante nel ciclo di vita di una persona. Spesso viene immaginato come un periodo di libertà, riposo e maggiore tempo da dedicare a sé stessi. Tuttavia, lasciare il lavoro significa anche separarsi da abitudini, relazioni e punti di riferimento costruiti nel corso di molti anni.
Per alcune persone, il lavoro non è soltanto un’attività da svolgere, ma una fonte di identità, riconoscimento sociale, sicurezza e appartenenza. Garantisce un ruolo, scandisce le giornate, favorisce le relazioni e offre obiettivi da raggiungere. È una vera e propria coordinata attraverso cui orientarsi nella vita quotidiana.
Quando questa coordinata viene meno e ci si ritira dal mondo del lavoro, che cosa succede?
Quando si parla di ciclo di vita, si tende spesso a dare grande importanza ad alcune tappe dello sviluppo, come il passaggio dall’infanzia all’adolescenza o dall’adolescenza all’età adulta.
Molto meno frequentemente, invece, ci si sofferma sulle numerose trasformazioni che accompagnano il passaggio dall’età adulta all’alta età adulta.
Eppure, anche questa fase della vita comporta cambiamenti profondi, nuovi compiti di sviluppo e la necessità di riorganizzare la propria identità, le proprie relazioni e la quotidianità.
L’alta età adulta, che convenzionalmente può essere collocata a partire dai 60 anni, non è una fase statica, ma un periodo caratterizzato da molteplici transizioni.
I cambiamenti possono riguardare il corpo e alcune funzioni cognitive, ma il loro andamento dipende anche dalla storia personale, dallo stile di vita, dalle condizioni di salute e dalla cura che la persona ha dedicato e continua a dedicare a sé stessa.
Tra i principali compiti e cambiamenti di questa fase troviamo:
L’alta età adulta, quindi, non dovrebbe essere considerata soltanto come una fase di perdita o di progressivo ritiro. Può rappresentare anche un periodo di trasformazione, crescita e ridefinizione, nel quale la persona è chiamata a trovare nuovi equilibri e nuove fonti di significato.
Il lavoro non rappresenta soltanto una fonte di reddito. Nel corso degli anni può diventare una struttura portante della quotidianità, capace di soddisfare numerosi bisogni psicologici, sociali e personali. Per questo motivo, con il pensionamento, la persona non perde semplicemente un’occupazione, ma può vedere ridursi contemporaneamente diversi punti di riferimento.
Tra le principali funzioni svolte dal lavoro troviamo:
Non tutte le persone vivono la perdita di questi elementi nello stesso modo.
Per alcuni il pensionamento rappresenta soprattutto un’opportunità di libertà e di rinnovamento; per altri richiede un periodo più lungo di adattamento.
Il benessere in questa fase dipende anche dalla possibilità di ricostruire, in forme nuove, ciò che il lavoro offriva: relazioni, interessi, obiettivi, stimoli, appartenenza e occasioni per sentirsi ancora attivi e utili.
Il pensionamento è una transizione importante e, come ogni grande cambiamento, può richiedere un periodo di adattamento.
Anche quando è stato desiderato e programmato, lasciare il lavoro significa salutare una parte della propria quotidianità, delle proprie relazioni e, talvolta, della propria identità.
Per questo, nelle prime fasi, possono comparire emozioni come tristezza, malinconia, irritabilità, nostalgia, inquietudine o senso di perdita.
La persona può sentirsi temporaneamente disorientata, meno motivata o incerta su come organizzare il tempo e attribuire un nuovo significato alle proprie giornate.
Queste reazioni non indicano necessariamente la presenza di un disturbo psicologico. Possono far parte di un normale processo di elaborazione e riorganizzazione: occorre prendere congedo dal ruolo precedente, abituarsi a nuovi ritmi e costruire gradualmente nuovi punti di riferimento. L’esperienza, inoltre, varia molto da persona a persona: per alcuni il pensionamento migliora il benessere, mentre per altri rappresenta una fase più delicata e complessa.
È importante, tuttavia, prestare attenzione quando il malessere non diminuisce con il tempo, diventa particolarmente intenso o interferisce in modo significativo con la vita quotidiana. Una tristezza persistente, la perdita di interesse e di piacere, il progressivo isolamento, le alterazioni del sonno o dell’appetito, il senso di inutilità e la difficoltà a svolgere le normali attività possono segnalare una condizione che va oltre il fisiologico adattamento.
In alcuni casi, il pensionamento può quindi rappresentare uno dei fattori che contribuiscono alla comparsa di una condizione depressiva, talvolta indicata nel linguaggio comune come depressione da pensionamento.
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Prenota colloquio gratuito per la depressioneCon l’espressione “depressione da pensionamento” si fa riferimento a una condizione depressiva che compare o si intensifica durante la transizione dal lavoro alla pensione.
Per parlare di questo argomento abbiamo deciso di portare un contributo dalla letteratura scientifica e abbiamo scelto l’articolo “Prevalence of Depression in Retirees: A Meta-Analysis” in cui gli aautori parlano di depressione nelle persone pensionate.
La depressione associata al pensionamento può essere caratterizzata da tristezza persistente, forte apatia, perdita di interesse e di piacere, sentimenti di colpa, bassa autostima, difficoltà di concentrazione, stanchezza e alterazioni del sonno o dell’appetito.
Nel caso specifico della pensione, questi sintomi possono inserirsi in un’esperienza più ampia di perdita: vengono meno la routine quotidiana, le relazioni lavorative, il ruolo professionale, lo status sociale, gli obiettivi e le aspirazioni che per molti anni hanno dato struttura e significato alla vita della persona.
Possono quindi emergere un senso di inutilità, una minore percezione del proprio valore e la difficoltà a costruire nuovi punti di riferimento.
Non tutte le manifestazioni rilevate dagli studi corrispondono, tuttavia, a una depressione maggiore. Le ricerche incluse distinguevano livelli minimi, lievi, moderati e gravi di sintomatologia depressiva, utilizzando strumenti e criteri differenti.
La stessa metanalisi sottolinea che sarebbero necessari strumenti diagnostici più uniformi per stabilire quante persone pensionate soddisfino effettivamente i criteri diagnostici di una depressione maggiore.
Il dato complessivo comprende quindi sia persone con sintomi depressivi rilevati dalle scale sia persone con condizioni clinicamente più significative.
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Inizia a liberarti dalla depressione oraLa prevalenza indica la proporzione di persone che presentano una determinata condizione all’interno della popolazione esaminata. La revisione citata nel precedente paragrafo ha selezionato undici studi, nove dei quali hanno fornito dati utilizzabili per il calcolo metanalitico.
Questi nove studi comprendevano complessivamente 3.019 pensionati, dei quali 360 erano stati classificati come affetti da depressione o da una sintomatologia depressiva sulla base degli strumenti impiegati nelle singole ricerche.
Attraverso un modello statistico a effetti casuali, gli autori hanno stimato una prevalenza complessiva del 28%, con un intervallo di confidenza compreso tra il 13% e il 46%. Nelle conclusioni dell’articolo il valore viene arrotondato al 29%. Secondo questa stima, la depressione o una sintomatologia depressiva potrebbe riguardare approssimativamente una persona pensionata su quattro, fino a quasi una su tre.
Questo risultato deve però essere interpretato con prudenza. Gli studi presentavano una eterogeneità molto elevata, pari al 98,7%: ciò significa che i risultati variavano notevolmente da una ricerca all’altra. Le differenze riguardavano i Paesi coinvolti, le condizioni economiche e sociosanitarie, le modalità di pensionamento, le caratteristiche dei partecipanti e gli strumenti utilizzati per valutare la depressione.
Per questa ragione, non sarebbe corretto affermare in modo categorico che il 28% di tutti i pensionati soffra di una depressione clinicamente diagnosticata. Il dato segnala piuttosto che il fenomeno è rilevante e merita attenzione, prevenzione e individuazione precoce.
I livelli più elevati di depressione sono stati riscontrati soprattutto nelle persone che avevano affrontato un pensionamento obbligatorio o dovuto a una malattia. In queste situazioni, infatti, il ritiro dal lavoro può essere meno controllabile e può accompagnarsi ad altri cambiamenti, come problemi di salute, riduzione dell’autonomia e alterazione dell’immagine di sé.
La metanalisi non permette comunque di concludere che il pensionamento sia, di per sé, la causa della depressione.
La maggior parte degli studi era trasversale e descrittiva e non consentiva di stabilire la direzione del rapporto: in alcuni casi il pensionamento potrebbe intensificare una sofferenza già presente; in altri, la depressione o una malattia potrebbero aver contribuito alla decisione o alla necessità di lasciare il lavoro.
Servono quindi ulteriori studi longitudinali per comprendere meglio quando e in quali condizioni il pensionamento rappresenti un fattore di rischio
Un trattamento adeguato può aiutarti a risalire dal buio della depressione e a riaccendere il piacere di vivere.
Scopri come affrontare la depressioneFine dell’articolo
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