DOC e self-medication: il sollievo che diventa trappola

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DOC e self-medication: il sollievo che diventa trappola

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Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) può associarsi all’uso problematico di alcol e altre sostanze, talvolta impiegate come forma di self-medication, ossia nel tentativo di attenuare temporaneamente l’ansia, il disagio emotivo e l’intensità dei sintomi ossessivo-compulsivi.

La letteratura suggerisce inoltre che alcuni meccanismi coinvolti nel DOC, come la compulsività, la ricerca di un sollievo immediato e la ridotta tolleranza della frustrazione, possano contribuire alla vulnerabilità verso comportamenti di abuso o dipendenza.

Questi elementi potrebbero quindi aiutare a comprendere la frequente comorbidità tra disturbo ossessivo-compulsivo e disturbi da uso di sostanze.

Nei paragrafi successivi approfondiremo il ruolo della self-medication, i meccanismi psicologici e neurobiologici condivisi e le principali implicazioni cliniche di questa associazione.

La self-medication per i sintomi ossessivo-compulsivi

Molte persone con disturbo ossessivo-compulsivo, soprattutto quando non hanno ancora ricevuto una diagnosi di DOC o non assumono una terapia farmacologica adeguata, possono ricorrere ad alcol o altre sostanze nel tentativo di gestire autonomamente i propri sintomi.

In alcuni casi, questo uso può progressivamente diventare problematico e favorire lo sviluppo di una dipendenza.

A prima vista, ciò potrebbe sembrare un controsenso: le persone con disturbo ossessivo-compulsivo tendono infatti a ricercare il controllo e a vivere con particolare disagio le situazioni di incertezza, mentre l’assunzione di sostanze può comportare una riduzione del controllo sul proprio comportamento.

Tuttavia, il ricorso alla sostanza può rappresentare proprio un tentativo di recuperare, almeno temporaneamente, il controllo sulla propria esperienza interna, attenuando pensieri intrusivi, ansia e tensione emotiva.

Le sostanze possono essere percepite come utili perché, nel breve periodo, possono:

  • ridurre l’ansia e la tensione associate alle ossessioni;
  • attenuare temporaneamente l’intensità dei pensieri intrusivi;
  • favorire una sensazione di distacco emotivo;
  • facilitare il sonno o ridurre l’iperattivazione;
  • offrire un sollievo immediato dal disagio psicologico.

Questo sollievo è tuttavia temporaneo e può rinforzare progressivamente il ricorso alla sostanza. Nel tempo, la persona può arrivare ad assumerla non più per ricercare un effetto piacevole, ma per evitare il ritorno dell’ansia, delle ossessioni o del malessere emotivo.

Si instaura così un meccanismo di rinforzo negativo che può aumentare il rischio di abuso e dipendenza, senza intervenire sulle cause profonde della sintomatologia ossessivo-compulsiva.

La compulsività come dimensione comune al DOC e alle dipendenze

Oltre all’ipotesi della self-medication, un ulteriore elemento che può contribuire a spiegare l’associazione tra disturbo ossessivo-compulsivo e disturbi da uso di sostanze è rappresentato dalla compulsività.

Questa dimensione comprende la tendenza a mettere in atto comportamenti ripetitivi, abituali o stereotipati, accompagnati dalla percezione di un controllo volontario limitato e dalla difficoltà a ritardare o inibire la risposta.

Pur costituendo una caratteristica centrale del DOC, la compulsività svolge un ruolo rilevante anche nelle dipendenze, nelle quali la ricerca e l’assunzione della sostanza possono progressivamente trasformarsi in comportamenti persistenti, scarsamente controllabili e mantenuti nonostante le conseguenze negative.

Secondo la revisione di Figee e collaboratori (2016 – Compulsivity in obsessive-compulsive disorder and addictions), la compulsività osservata nel DOC e nelle dipendenze potrebbe essere sostenuta da alcuni meccanismi neurobiologici parzialmente sovrapposti.

Tra questi rientrano

  • alterazioni nell’elaborazione della ricompensa e della punizione
  • processi di rinforzo negativo
  • inflessibilità cognitiva e comportamentale
  • maggiore tendenza a rispondere in maniera abituale anziché sulla base di obiettivi consapevoli.

Gli autori descrivono inoltre il possibile coinvolgimento di circuiti frontostriatali e limbici, con uno squilibrio tra i sistemi implicati nel controllo volontario del comportamento e quelli che regolano la formazione e il mantenimento delle abitudini.

In questa prospettiva, la compulsività può essere considerata una dimensione transdiagnostica, capace di attraversare categorie diagnostiche differenti e di contribuire alla comprensione dei punti di contatto tra DOC, disturbi da uso di sostanze e dipendenze comportamentali.

Ciò non implica che il DOC debba essere classificato come una dipendenza, ma suggerisce la presenza di alcuni processi psicologici e neurobiologici condivisi che potrebbero rappresentare possibili obiettivi di prevenzione e trattamento.

Il risvolto della medaglia: il possibile peggioramento dei sintomi DOC

Il risvolto della medaglia è che il sollievo ottenuto attraverso l’assunzione di una sostanza è generalmente temporaneo e può essere seguito da un aumento dell’ansia e da un peggioramento dei sintomi ossessivo-compulsivi.

Gli effetti della sostanza, così come le fasi successive di “rebound” o di astinenza, possono infatti produrre sensazioni corporee insolite, alterare la percezione di sé e aumentare lo stato di allerta.

Queste esperienze possono diventare particolarmente problematiche nelle persone che presentano ossessioni legate alla salute, alla paura delle malattie o alla contaminazione.

In questi casi, sensazioni come il battito cardiaco accelerato, la nausea, le vertigini, la confusione o la sensazione di non essere pienamente presenti possono essere interpretate in maniera catastrofica: la persona può convincersi di stare per morire, di avere una grave malattia, di essere stata avvelenata oppure di aver subito un danno permanente.

L’attivazione fisiologica e l’attenzione rivolta alle sensazioni corporee possono favorire questo tipo di interpretazioni minacciose, alimentando ulteriormente la paura.

Nel DOC da contaminazione, in particolare, la paura non riguarda soltanto lo sporco, ma può includere valutazioni eccessive del rischio di ammalarsi e della pericolosità di germi, sostanze o agenti contaminanti.

Si può così instaurare un circolo vizioso:

  • la sostanza produce una sensazione corporea insolita;
  • la sensazione viene interpretata come segnale di pericolo;
  • aumentano ansia, dubbi e pensieri ossessivi;
  • la persona controlla il corpo, cerca rassicurazioni o consulta ripetutamente informazioni mediche;
  • il sollievo momentaneo rafforza le compulsioni e mantiene il problema.

La sostanza inizialmente utilizzata per spegnere i sintomi finisce quindi, in alcuni casi, per alimentare proprio quei meccanismi ossessivi dai quali la persona cercava di liberarsi.

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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