Autismo e balbuzie: esiste una correlazione?

Tempo di lettura: 4 minuti

autismo e balbuzie

Sapevi che autismo e balbuzie possono talvolta presentarsi insieme nella stessa persona?

Sebbene la letteratura scientifica sull’argomento non sia particolarmente ampia, esistono diversi studi e casi clinici che descrivono la presenza di una doppia diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico e balbuzie.

Si tratta di una combinazione relativamente rara, ma sufficientemente documentata da aver attirato l’interesse dei ricercatori. Proprio per questo motivo, negli ultimi anni ci si è interrogati sulla possibile esistenza di una correlazione tra queste due condizioni e sui meccanismi che potrebbero spiegare la loro co-occorrenza in alcuni individui.

La questione, tuttavia, è più complessa di quanto possa sembrare. Non tutte le difficoltà di eloquio osservabili nelle persone autistiche corrispondono necessariamente a una vera e propria balbuzie.

Alcune caratteristiche comunicative tipiche dell’autismo, come esitazioni, ripetizioni di parole o frasi, difficoltà nella pianificazione del linguaggio o particolari modalità di produzione verbale, possono infatti somigliare superficialmente a una balbuzie pur avendo origini e significati clinici differenti.

Per questo motivo, quando si osservano difficoltà nella fluenza verbale in una persona autistica, è fondamentale comprendere se ci si trovi di fronte a una reale balbuzie in comorbilità con l’autismo oppure a una manifestazione comunicativa direttamente riconducibile alle caratteristiche del Disturbo dello Spettro Autistico.

In questo articolo cercheremo di capire meglio quando può esistere una correlazione tra autismo e balbuzie, cosa dice la ricerca scientifica a riguardo e come distinguere una vera balbuzie da alcune difficoltà comunicative che, pur assomigliandole, possono essere invece espressione del funzionamento autistico.

Cosa dice la letteratura sulla correlazione tra autismo e balbuzie?

Sebbene la letteratura scientifica dedicata al rapporto tra autismo e balbuzie non sia particolarmente ampia, gli studi epidemiologici disponibili suggeriscono che la co-occorrenza tra queste due condizioni sia più frequente di quanto ci si aspetterebbe nella popolazione generale.

Come suggerito in “Autismo e Balbuzie: Analisi Integrata per un Approccio Terapeutico Multidisciplinare” la balbuzie interessa circa l’1% della popolazione, mentre nei bambini con Disturbo dello Spettro Autistico la prevalenza risulta significativamente più elevata e raggiunge percentuali comprese tra il 4% e il 5%.

Questo dato suggerisce che i bambini autistici presentino un rischio di sviluppare balbuzie diverse volte superiore rispetto ai loro coetanei neurotipici.

Alcuni studi hanno rilevato che una quota non trascurabile di bambini che balbettano presenta contemporaneamente una diagnosi di autismo. Questo dato ha portato diversi autori a sottolineare l’importanza di considerare entrambe le condizioni durante il processo diagnostico, soprattutto quando sono presenti difficoltà comunicative particolarmente marcate.

La correlazione appare ancora più evidente in alcuni sottogruppi clinici. Le percentuali riportate in letteratura risultano infatti particolarmente elevate nei soggetti con caratteristiche riconducibili all’autismo ad alto funzionamento o alla sindrome di Asperger.

Questo suggerisce che il rapporto tra difficoltà di fluenza verbale e funzionamento autistico meriti ulteriori approfondimenti da parte della ricerca.

Nel complesso, le evidenze disponibili sembrano quindi indicare che tra autismo e balbuzie esista una relazione clinicamente significativa.

Tuttavia, la presenza di una correlazione non implica necessariamente un rapporto di causa-effetto.

Rimane infatti aperta la questione se la balbuzie rappresenti una vera condizione in comorbilità con l’autismo oppure se, in alcuni casi, alcune caratteristiche comunicative tipiche dello spettro autistico possano essere erroneamente interpretate come una forma di balbuzie.

Autismo e balbuzie: quando non si tratta di una vera balbuzie

Non tutte le difficoltà nella fluenza verbale osservate nelle persone autistiche corrispondono necessariamente a una vera e propria balbuzie. In alcuni casi, ciò che a un osservatore esterno può apparire come balbuzie è in realtà l’espressione di difficoltà motorie e linguistiche tipicamente associate al funzionamento autistico.

Tra queste, un ruolo particolarmente importante è svolto dalla disprassia verbale o dalla disprassia oro-bucco-facciale, condizioni che possono essere presenti con una frequenza maggiore nelle persone con disturbo dello spettro dell’autismo rispetto alla popolazione generale.

Anche la disprassia bucco-facciale può contribuire a rendere meno fluida la produzione linguistica. In questi casi le difficoltà riguardano la coordinazione volontaria dei movimenti di lingua, labbra, mandibola e muscolatura facciale coinvolta nell’articolazione dei suoni.

Il risultato può essere un eloquio faticoso, frammentato o caratterizzato da numerosi tentativi di produzione, facilmente confondibile con un disturbo della fluenza.

Per questo motivo, quando una persona autistica presenta apparenti sintomi di balbuzie, è fondamentale effettuare una valutazione specialistica approfondita. Solo un’analisi accurata della natura delle disfluenze permette di comprendere se ci si trovi di fronte a una vera balbuzie evolutiva in comorbilità con l’autismo oppure a una difficoltà di pianificazione motoria e articolatoria tipica di alcune persone nello spettro autistico.

Esempi di difficoltà comunicative nell’autismo spesso confuse con la balbuzie

Alcuni esempi di difficoltà comunicative tipiche dell’autismo e della disprassia verbale che possono essere confuse con una balbuzie includono:

  • Ripetizione di una parola per guadagnare tempo nella pianificazione della frase
    • Esempio: “Io… io… io volevo andare al parco.”
  • Interruzioni frequenti durante la produzione di parole lunghe o complesse
    • Esempio: “Vorrei prendere l’eli… elicot… elicottero.”
  • Autocorrezioni ripetute durante il discorso
    • Esempio: “Sono andato da mia zia… no, da mio nonno… cioè da mia zia.”
  • Difficoltà nell’avviare una frase pur sapendo cosa si vuole dire
    • Esempio: lunghi momenti di esitazione prima di iniziare una risposta.
  • Ricerca articolatoria dei suoni
    • Esempio: tentativi multipli di posizionare correttamente lingua e labbra per pronunciare una parola.
  • Ripetizioni legate all’elaborazione linguistica più che alla fluenza
    • Esempio: “Quello rosso… quello rosso… quello rosso che era sul tavolo.”
  • Pause insolite all’interno della frase
    • Esempio: “Ieri sono andato… al supermercato con mamma.”
  • Ecolalia o ripetizione di parole e frasi appena ascoltate
    • Esempio: alla domanda “Vuoi uscire?”, rispondere ripetendo “Vuoi uscire?” prima di formulare la risposta.

Queste manifestazioni possono somigliare superficialmente a una balbuzie, ma spesso derivano da difficoltà di pianificazione motoria del linguaggio, organizzazione della risposta verbale o elaborazione comunicativa, piuttosto che da un vero disturbo della fluenza.

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Fonti:

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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