ADHD e senso di incompiutezza: sentirsi sempre inconcludenti

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ADHD e senso di incompiutezza: sentirsi sempre inconcludenti

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Nella pratica clinica capita spesso di incontrare persone ADHD che descrivono una sensazione molto faticosa: quella di avere molte capacità, molte idee e molte possibilità, ma di non riuscire a utilizzarle quanto vorrebbero.

Non sempre parlano di un singolo progetto lasciato a metà o di uno specifico obiettivo non raggiunto. A volte il vissuto è più generale: “Sento che avrei potuto fare di più”, “So di avere delle capacità, ma non riesco a esprimerle”, “Ho sempre la sensazione di non essere arrivato da nessuna parte”.

È quello che in questo articolo inquadreremo come senso di incompiutezza. Non riguarda necessariamente tutte le persone ADHD, può però svilupparsi nel tempo, soprattutto quando esiste una distanza persistente tra ciò che una persona immagina di poter fare e ciò che riesce effettivamente a portare avanti nella propria quotidianità.

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ADHD e senso di incompiutezza: il mondo delle possibilità

Alcune persone ADHD raccontano di avere una vita mentale particolarmente ricca di idee, interessi, progetti e scenari possibili.

Si può immaginare di cambiare lavoro, iniziare una nuova formazione, sviluppare un progetto, trasferirsi, imparare qualcosa, costruire una determinata carriera. A volte le possibilità non sono una o due: sono moltissime e possono cambiare rapidamente.

La tendenza a fantasticare non è di per sé un sintomo diagnostico dell’ADHD, ma in alcune persone può intrecciarsi con un pensiero molto associativo, con la ricerca di novità e con la facilità ad appassionarsi a scenari nuovi.

Quando si è giovani, inoltre, tutto questo può essere collocato facilmente nel futuro:

Lo farò.
Ci riuscirò.
Diventerò quella persona.
Prima o poi riuscirò a utilizzare davvero le mie capacità.

Il futuro, almeno inizialmente, lascia aperte moltissime possibilità.

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Sentirsi inconcludenti con l’ADHD

Con il passare degli anni il confronto non avviene più soltanto con ciò che si desidera nel presente o nel futuro.

Comincia a esserci anche un confronto con ciò che si pensava sarebbe accaduto.

La persona può guardarsi indietro e vedere diversi corsi iniziati, progetti abbandonati, interessi molto intensi durati poco, lavori cambiati, obiettivi rimandati o periodi nei quali avrebbe voluto fare determinate cose senza riuscire a organizzarle.

Ed è qui che può comparire il pensiero: “avevo tutte queste possibilità…perché non sono riuscito a farne qualcosa?”

Sentirsi inconcludenti con l’ADHD non significa necessariamente non aver costruito nulla. Spesso la valutazione che la persona dà di sé è molto più severa di quanto mostrino i fatti.

Il problema è che il termine di paragone non è soltanto ciò che è stato effettivamente realizzato. È anche tutto ciò che, nella propria mente, sarebbe stato possibile realizzare.

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ADHD, frustrazione e potenziale inespresso

Una delle esperienze più frustranti può essere proprio quella di percepire le proprie capacità senza riuscire a esprimerle con la continuità desiderata.

È diverso dal pensare di non essere capaci.

Una persona può sapere di apprendere rapidamente, essere creativa, avere buone capacità professionali o riuscire a ottenere risultati molto elevati in alcune circostanze. Proprio per questo può diventare ancora più difficile comprendere perché quelle stesse capacità non siano disponibili con la stessa costanza.

Il problema, quindi, non è sempre non vedere le proprie potenzialità. A volte è vederle molto chiaramente e sperimentare la frustrazione di non riuscire a esprimerle come si vorrebbe.

ADHD e insoddisfazione verso se stessi

Se questa esperienza si ripete per anni, il rischio è che venga progressivamente trasformata in un giudizio sulla propria persona.

Da “faccio fatica a organizzarmi” si passa a “sono disorganizzato”.

Da “non sono riuscito a terminare questo progetto” a “non porto mai a termine niente”.

Da “alcune attività mi richiedono uno sforzo molto maggiore” a “sono pigro”.

È un passaggio importante dal punto di vista clinico, perché la difficoltà smette di essere descritta come un problema specifico e modificabile e diventa parte dell’identità.

Il senso di incompiutezza può quindi accompagnarsi a frustrazione, autocritica, confronto con gli altri e alla sensazione di essere costantemente al di sotto di ciò che si dovrebbe essere.

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“Potrei fare molto di più”: quando il potenziale diventa un metro di giudizio

Anche l’idea di potenziale merita attenzione.

Dire continuamente a una persona che “potrebbe fare moltissimo se solo si impegnasse” non è necessariamente incoraggiante.

Per chi ha trascorso anni sperimentando una forte variabilità nelle proprie prestazioni, il proprio potenziale può trasformarsi in un parametro impossibile con cui confrontare ogni risultato reale.

Qualunque cosa venga raggiunta rischia di sembrare insufficiente rispetto alla versione ideale di ciò che sarebbe stato possibile fare.

Il lavoro clinico, allora, non consiste semplicemente nell’aiutare la persona a “realizzare finalmente tutto il proprio potenziale”. Significa anche interrogarsi su quale idea di realizzazione stia utilizzando per valutare se stessa.

Perché avere delle possibilità non significa essere obbligati a realizzarle tutte.

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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