Cos’è l’auto-trolling: quando ci si attacca anche nel mondo digitale

Tempo di lettura: 4 minuti

fare auto-trolling

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Revisione clinica a cura di

Dott.ssa Maria Elena De Matteis

Ultima revisione clinica: 1 Settembre 2026

Coordinamento editoriale: Denise Puglisi

Può sembrare difficile da capire: perché una persona dovrebbe pubblicare contenuti offensivi contro se stessa, magari utilizzando un profilo anonimo?

Eppure questo comportamento esiste ed è studiato anche dalla ricerca psicologica. Viene spesso chiamato auto-trolling e può avvicinarsi al concetto scientifico di digital self-harm, cioè la pubblicazione o condivisione online di contenuti dannosi rivolti verso se stessi.

Dietro non c’è necessariamente una sola motivazione. Per questo ridurre tutto a una semplice “ricerca di attenzione” rischia di non cogliere il disagio che, in alcuni casi, può esserci dietro.

In questo articolo di GAM Medical vedremo cos’è l’auto-trolling, perché può comparire e quando può diventare un segnale da non minimizzare.

Cos’è davvero l’auto-trolling e perché non significa semplicemente parlare male di sé

Essere molto autocritici online non significa necessariamente fare auto-trolling. Una persona può pubblicare un commento negativo sul proprio aspetto, raccontare un errore o esprimere apertamente un’insicurezza senza che questo comportamento rientri nell’autolesionismo digitale.

Nell’auto-trolling accade qualcosa di diverso. La persona può utilizzare un account anonimo o un’identità differente per pubblicare deliberatamente commenti offensivi rivolti contro se stessa, creando l’impressione che l’attacco provenga da qualcun altro.

Nella letteratura scientifica, il concetto più vicino è quello di digital self-harm. Come si può leggere nello studio “Digital Self-Harm Among Adolescents” (Patchin et al.), il fenomeno viene definito come la pubblicazione, l’invio o la condivisione anonima online di contenuti offensivi o dannosi su se stessi. Lo studio, condotto su un campione rappresentativo di 5.593 adolescenti statunitensi tra i 12 e i 17 anni, ha rilevato che circa il 6% dichiarava di aver pubblicato anonimamente online qualcosa di offensivo contro se stesso. 

Questo dato è importante perché mostra che non si tratta soltanto di un comportamento raccontato occasionalmente sui social. È un fenomeno osservato dalla ricerca, anche se la letteratura scientifica sul digital self-harm è ancora relativamente recente e riguarda soprattutto adolescenti e giovani.

L’auto-trolling, quindi, non dovrebbe essere confuso automaticamente con una battuta contro se stessi, con l’ironia o con un momento di forte autocritica. La differenza riguarda soprattutto il comportamento deliberato di creare o condividere un attacco digitale verso se stessi e il significato che questo assume per la persona.

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Perché una persona può arrivare ad attaccarsi da sola online?

La domanda che sorge più spontaneamente è anche quella a cui è più difficile dare una risposta unica: perché qualcuno dovrebbe insultare se stesso fingendo che sia stata un’altra persona a farlo?

Come si può leggere nello studio, le motivazioni associate al digital self-harm possono essere molto diverse. Tra quelle riportate dagli adolescenti coinvolti nello studio compaiono autocritica e sentimenti negativi verso se stessi, desiderio di provocare una reazione o attirare attenzione, ricerca di conferme e, in alcuni casi, intenzioni scherzose.

Questo è importante perché mostra che comportamenti apparentemente simili possono avere funzioni psicologiche molto differenti. In alcuni casi, l’attacco può diventare un modo indiretto per rendere visibile una sofferenza che la persona non riesce a comunicare apertamente. Dire direttamente di stare male o di avere bisogno di vicinanza può sembrare troppo difficile, mentre creare una situazione in cui qualcuno interviene, prende le proprie difese o mostra preoccupazione può diventare un modo meno diretto per ottenere una risposta.

In altre situazioni può entrare in gioco il modo in cui la persona vede se stessa. Quando l’autocritica è già molto intensa, pubblicare un attacco attraverso un’identità anonima può trasformare pensieri negativi interni in qualcosa che sembra provenire dall’esterno.

Lo stesso studio rileva anche associazioni tra digital self-harm e diversi fattori di vulnerabilità, tra cui esperienze di bullismo e cyberbullismo, uso di sostanze e sintomi depressivi. Si tratta di associazioni, non di rapporti automatici di causa-effetto, ma rafforzano l’idea che il comportamento vada letto all’interno della situazione complessiva della persona e non ridotto semplicemente a “voglia di attenzione”.

Per questo motivo, attribuire subito una motivazione rischia di essere fuorviante. La domanda più utile non è soltanto perché una persona lo faccia, ma quale funzione stia assumendo quel comportamento e quale forma di disagio possa stare cercando di esprimere o regolare.

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Quando l’auto-trolling diventa un segnale da non minimizzare

Un singolo comportamento online non permette di stabilire da solo quanto una persona stia soffrendo. Diventa però importante prestare maggiore attenzione quando l’auto-trolling si ripete, aumenta di intensità o compare insieme ad altri segnali di disagio.

La ricerca più recente rafforza la necessità di non banalizzare il fenomeno. Come si può leggere nello studio “Digital self-harm and suicidality among adolescents” (Patchin et al.), negli adolescenti esaminati il coinvolgimento nel digital self-harm risultava associato a una maggiore probabilità di riferire pensieri suicidari e tentativi di suicidio. Gli autori sottolineano che questa associazione non dimostra che il digital self-harm provochi direttamente comportamenti suicidari, ma suggerisce che possa rappresentare un indicatore importante di una sofferenza psicologica che merita di essere approfondita.

Anche altri studi hanno osservato associazioni tra digital self-harm e sintomi depressivi. Una ricerca su adolescenti ha rilevato, per esempio, una relazione tra durata insufficiente del sonno, sintomi depressivi e maggiore coinvolgimento in comportamenti di autolesionismo digitale. Anche in questo caso non è possibile stabilire una semplice relazione causale, ma i risultati suggeriscono l’importanza di guardare oltre ciò che accade sullo schermo.

Per questo motivo, quando l’auto-trolling si accompagna a forte isolamento, peggioramento dell’umore, intensa svalutazione di sé o altre forme di autolesionismo, il comportamento non dovrebbe essere affrontato soltanto cancellando l’account o limitando l’utilizzo dei social. Può essere necessario comprendere quale sofferenza stia trovando proprio nel mondo digitale un modo per esprimersi.

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Capire cosa c’è dietro l’attacco è più utile che giudicarlo

Per chi osserva dall’esterno, scoprire che una persona ha creato da sola gli insulti che sembrava ricevere può generare incredulità, rabbia o la sensazione di essere stati ingannati. Queste reazioni sono comprensibili, ma concentrarsi esclusivamente sulla contraddizione del comportamento rischia di rendere ancora più difficile capire perché sia comparso.

Comprendere l’auto-trolling non significa giustificarlo né considerarlo innocuo. Significa chiedersi quale funzione abbia assunto e cosa succeda alla persona prima e dopo aver pubblicato quei contenuti. In alcuni casi può esserci bisogno di rassicurazione, in altri una forte svalutazione personale, in altri ancora una difficoltà nel comunicare direttamente il proprio disagio.

Quando il comportamento si ripete o si accompagna a una sofferenza significativa, confrontarsi con uno psicoterapeuta può aiutare a comprendere ciò che lo mantiene e a costruire modalità più dirette e sostenibili per esprimere emozioni, chiedere supporto e lavorare sull’immagine di sé.

Questo è contenuto divulgativo e non sostituisce le diagnosi di un professionista. Se ti è piaciuto l’articolo, condividilo.

Fonti:

  • https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/28935385/ 
  • https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/35811440/

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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