Bambino che non riesce a stare fermo a scuola: perchè?

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Bambino che non riesce a stare fermo a scuola: perchè?

Tuo figlio non riesce a stare fermo a scuola?
Durante gli incontri con gli insegnanti ti viene spesso detto che è un elemento di disturbo per la classe? Che si alza continuamente dal banco, tocca gli oggetti, si muove in continuazione o fatica a rimanere seduto e concentrato?

Molti genitori si trovano ad affrontare queste segnalazioni con preoccupazione, senza sapere bene come interpretarle. È importante però ricordare che dietro a un bambino che “non sta fermo” ci possono essere moltissime spiegazioni.

Spesso quel comportamento è il modo con cui il bambino esprime un bisogno, una difficoltà o una modalità diversa di vivere l’ambiente scolastico.

In questo articolo cercheremo di capire quali possono essere i motivi che spingono un bambino a non riuscire a stare fermo a scuola, quali segnali osservare e quando può essere utile approfondire la situazione con uno specialista.

Cosa significa “stare fermi” a scuola?

Quando parliamo della capacità di “stare fermi” a scuola, non intendiamo che un bambino debba rimanere immobile per ore, senza muoversi o esprimersi. Il movimento, soprattutto nei bambini, è naturale e necessario.

Con “stare fermi” intendiamo piuttosto la capacità — che si acquisisce gradualmente durante l’età scolare — di regolare il proprio corpo, l’attenzione e il comportamento in base al contesto e alle richieste dell’ambiente scolastico.

Un bambino, crescendo, dovrebbe progressivamente sviluppare alcune competenze che gli permettono di partecipare alla vita scolastica in modo adeguato, pur mantenendo la propria spontaneità e vivacità.

In particolare, un bambino in età scolare dovrebbe essere in grado di:

  • rimanere seduto per un tempo adeguato all’età;
  • mantenere l’attenzione su un’attività o una spiegazione;
  • controllare l’impulso ad alzarsi continuamente;
  • aspettare il proprio turno;
  • gestire il bisogno di muoversi senza interrompere costantemente la classe;
  • utilizzare il materiale scolastico in modo appropriato;
  • adattare il proprio comportamento ai diversi momenti della giornata scolastica;
  • ascoltare le consegne dell’insegnante e seguirle;
  • tollerare brevi momenti di attesa o di noia;
  • modulare il tono della voce e i movimenti in base al contesto.

Queste capacità fanno parte del normale sviluppo dell’autoregolazione e delle funzioni esecutive. Tuttavia, ogni bambino ha tempi e modalità differenti di maturazione, e in alcuni casi la difficoltà a stare fermo può essere il segnale di un bisogno specifico o di una difficoltà che merita di essere compresa meglio.

Quali capacità deve sviluppare un bambino per riuscire a stare fermo a scuola?

La capacità di “stare fermi” a scuola non dipende solo dall’obbedienza o dalla volontà del bambino. In realtà, richiede lo sviluppo di numerose competenze cognitive, emotive e relazionali che maturano gradualmente nel tempo e che proprio il contesto scolastico contribuisce ad allenare e consolidare.

La scuola, infatti, non è soltanto un luogo in cui si apprendono nozioni, ma anche uno spazio in cui il bambino impara a regolare il proprio comportamento, a relazionarsi con gli altri e a tollerare richieste e limiti.

Per riuscire a stare seduto, ascoltare e partecipare alle attività scolastiche, un bambino deve progressivamente acquisire capacità come:

  • mantenere l’attenzione per un periodo di tempo adeguato;
  • controllare gli impulsi;
  • regolare il movimento corporeo;
  • tollerare la frustrazione;
  • aspettare il proprio turno;
  • accettare regole e limiti;
  • organizzare il proprio comportamento in base al contesto;
  • gestire la noia e i tempi di attesa;
  • separarsi serenamente dai genitori;
  • adattarsi a routine e richieste esterne;
  • comprendere le aspettative dell’adulto;
  • modulare emozioni e reazioni;
  • stare in relazione con il gruppo dei pari;
  • chiedere aiuto in modo adeguato;
  • sviluppare autonomia nelle attività quotidiane.

Molte di queste competenze fanno parte delle cosiddette funzioni esecutive, cioè quell’insieme di abilità cognitive che permettono al bambino di autoregolarsi, pianificare, controllare il comportamento e adattarsi alle richieste dell’ambiente.

È importante ricordare che queste capacità non sono innate e non compaiono tutte insieme: si costruiscono gradualmente attraverso l’esperienza, la maturazione neurologica e le relazioni educative. Proprio per questo alcuni bambini possono avere più difficoltà di altri nel riuscire a stare fermi e adattarsi alle richieste scolastiche.

Quando un bambino appare iperattivo a scuola: quali possono essere le cause?

Se un bambino non solo fatica a stare fermo, ma tende anche a mostrare una forte iperattivazione a scuola — muovendosi continuamente, parlando molto, alzandosi spesso, toccando oggetti o passando rapidamente da un’attività all’altra — è importante evitare conclusioni affrettate e cercare invece di comprendere cosa ci sia dietro quel comportamento.

L’iperattività, infatti, non è sempre sinonimo di disturbo. Può avere significati e origini differenti, ed è fondamentale osservare il bambino nel suo insieme, considerando il contesto, la sua storia evolutiva e le situazioni in cui il comportamento compare maggiormente.

Le cause possono essere diverse e spesso coesistono tra loro. Ad esempio:

  • difficoltà nella regolazione emotiva;
  • fatica a mantenere l’attenzione;
  • immaturità nelle funzioni esecutive;
  • bisogno sensoriale di movimento;
  • difficoltà a tollerare la frustrazione;
  • ansia o stato di agitazione interna;
  • difficoltà relazionali o adattive;
  • elevata impulsività;
  • stanchezza o sovraccarico;
  • difficoltà nel comprendere o sostenere le richieste scolastiche;
  • situazioni familiari o emotive stressanti;
  • presenza di neurodivergenze o disturbi del neurosviluppo.

Per questo motivo è fondamentale non fermarsi al comportamento visibile (“non sta fermo”), ma cercare di capire in quali momenti accade, con quale intensità, in quali contesti e con quali conseguenze.

In questo processo, gli insegnanti hanno un ruolo molto importante. La scuola è infatti il luogo in cui il bambino trascorre molte ore della giornata e dove emergono richieste specifiche legate all’attenzione, all’autoregolazione e alla gestione del gruppo. L’osservazione degli insegnanti può quindi offrire informazioni preziose su come il bambino funziona nelle diverse situazioni: durante le attività strutturate, nei momenti di attesa, nelle relazioni con i compagni o nei passaggi tra un’attività e l’altra.

Osservare non significa etichettare, ma cercare di comprendere i bisogni del bambino per poterlo aiutare nel modo più adeguato.

La difficoltà di un bambino nello stare fermo a scuola, significa sempre ADHD?

Molte delle difficoltà che abbiamo descritto — come l’irrequietezza, l’impulsività, la difficoltà a mantenere l’attenzione o a regolare il comportamento a scuola — possono rientrare all’interno di un quadro di ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività). Tuttavia, è importante sottolineare che non tutti i bambini che non riescono a stare fermi o che fanno fatica ad acquisire alcune capacità scolastiche hanno necessariamente un ADHD.

Spesso, quando un bambino appare molto agitato o fatica a rispettare le richieste scolastiche, l’eventualità di una diagnosi di ADHD è una delle prime ipotesi che genitori e insegnanti si pongono. Ed effettivamente, molti bambini ADHD — soprattutto i maschi e soprattutto durante l’età scolare — presentano una marcata iperattività motoria: si alzano frequentemente, si muovono continuamente, parlano molto, toccano oggetti, fanno fatica a rimanere seduti e sembrano “sempre in movimento”.

Questa componente motoria tende spesso a modificarsi con la crescita. Nell’adolescenza e nell’età adulta, infatti, l’iperattività può diventare meno evidente sul piano fisico e trasformarsi più in una sensazione interna di agitazione, irrequietezza o difficoltà a rallentare i pensieri.

Tuttavia, la presenza di questi comportamenti da sola non basta per parlare di ADHD. Per poter comprendere davvero il significato delle difficoltà del bambino è necessario considerare molti aspetti: la storia evolutiva, il funzionamento emotivo, il contesto familiare e scolastico, la presenza dei sintomi in ambienti diversi e il loro impatto sulla vita quotidiana.

Per questo motivo è importante evitare etichette o autodiagnosi e rivolgersi a professionisti della salute mentale e del neurosviluppo, che possano effettuare una valutazione approfondita e aiutare a comprendere i bisogni specifici del bambino.

Noi di GAM-Medical siamo una clinica specializzata nell’ADHD dell’adulto, ma offriamo anche percorsi di psicoeducazione sull’ADHD e consulenza per genitori di bambini che presentano possibili caratteristiche ADHD, aiutandoli a comprendere meglio le difficoltà del bambino, individuare strategie utili e valutare, quando necessario, l’opportunità di un approfondimento diagnostico.

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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