Dai DCA al fitness: guarigione o nuovo modo di controllare il cibo?

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Dai DCA al fitness: guarigione o nuovo modo di controllare il cibo?

Chi lavora nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare (DCA) osserva spesso un fenomeno che, almeno all’apparenza, può sembrare un grande successo terapeutico.

Dopo un periodo segnato da restrizioni alimentari, sottopeso o altri sintomi tipici dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, alcune persone iniziano a mangiare di più, recuperano peso, riprendono un’alimentazione più varia e iniziano a frequentare la palestra o ad allenarsi con costanza.

Agli occhi di familiari e conoscenti questo cambiamento viene spesso interpretato come il segnale che il disturbo sia ormai superato.

La realtà, tuttavia, può essere più complessa. In alcuni casi il fitness, il bodybuilding o l’attività fisica diventano strumenti per migliorare il benessere psicofisico e recuperare un rapporto più equilibrato con il proprio corpo. In altri, invece, il cambiamento riguarda soprattutto la forma che assume il controllo: l’attenzione non è più focalizzata esclusivamente sul peso o sulla restrizione alimentare, ma si sposta sulle calorie, sui macronutrienti, sulla composizione corporea, sulle prestazioni sportive o sulla necessità di allenarsi ogni giorno.

Il comportamento appare diverso, ma la funzione psicologica sottostante può rimanere sorprendentemente simile.

In questo articolo cercheremo di comprendere perché questo fenomeno può verificarsi, quando rappresenta una reale evoluzione del percorso di guarigione dai disturbi del comportamento alimentare e quando, invece, può indicare che il bisogno di controllo tipico di molti disturbi della nutrizione e dell’alimentazione ha semplicemente trovato una nuova modalità di espressione.

Come si manifesta questo fenomeno?

Il passaggio dai disturbi del comportamento alimentare al mondo del fitness non avviene sempre nello stesso modo.

In molte persone il cambiamento è graduale e, almeno inizialmente, appare come un’evoluzione positiva: si ricomincia a mangiare, si recupera peso e si sviluppa un interesse per l’attività fisica.

Tuttavia, osservando più attentamente il funzionamento della persona, può emergere che il rapporto con il cibo e con il corpo continua a essere caratterizzato da rigidità, controllo e preoccupazione costante, seppure in forme diverse rispetto al passato.

Questo fenomeno può manifestarsi attraverso diversi comportamenti, ad esempio:

  • Allenamenti sempre più frequenti o intensi, vissuti come un obbligo più che come un piacere.
  • Attenzione estrema all’alimentazione, con una pianificazione rigorosa di calorie, macronutrienti, orari dei pasti e qualità degli alimenti.
  • Forte preoccupazione per la composizione corporea, con l’obiettivo di ridurre la massa grassa o aumentare la massa muscolare in modo sempre più preciso.
  • Senso di colpa o ansia quando non è possibile allenarsi o seguire il piano alimentare stabilito.
  • Difficoltà a concedersi flessibilità, ad esempio durante una cena con amici, una vacanza o un evento imprevisto.
  • Ricerca continua di informazioni su alimentazione, integrazione, allenamento e strategie per ottimizzare il fisico.

Dal punto di vista esterno, tutto questo può essere interpretato come uno stile di vita particolarmente sano e disciplinato.

La persona appare in salute, pratica sport con costanza, segue un’alimentazione considerata “pulita” e riceve spesso rinforzi positivi da chi la circonda. Proprio per questo motivo il fenomeno può passare inosservato.

Nei disturbi dell’alimentazione, però, ciò che conta non è soltanto il comportamento osservabile, ma soprattutto la funzione che quel comportamento svolge.

Due persone possono seguire la stessa dieta e lo stesso programma di allenamento, ma con motivazioni profondamente diverse: per una rappresentano un’attività piacevole e flessibile, per l’altra possono diventare il nuovo modo attraverso cui mantenere il controllo sul corpo, sul cibo e sull’ansia.

In che modo il fitness può diventare un’altra forma di controllo in un DCA?

Il punto non è la palestra in sé, né l’attività fisica. Allenarsi, seguire un’alimentazione equilibrata o avere obiettivi sportivi sono comportamenti che, nella maggior parte dei casi, sono perfettamente sani. La differenza sta nella funzione psicologica che questi comportamenti assumono.

Nei disturbi alimentari, il controllo rappresenta spesso uno dei meccanismi centrali del disturbo.

In un primo momento questo controllo può concentrarsi sul peso, sulle calorie, sulla quantità di cibo o sul numero riportato dalla bilancia.

Successivamente, soprattutto quando la persona recupera peso o modifica le proprie abitudini alimentari, il bisogno di controllo può non scomparire, ma semplicemente spostarsi su altri aspetti.

In questi casi il fitness può diventare un nuovo modo per esercitare quel controllo.

Ad esempio, la persona può iniziare a controllare:

  • la composizione corporea, concentrandosi più sulla percentuale di massa grassa e di massa muscolare che sul peso;
  • l’allenamento, vivendo come obbligatorio il rispetto del programma, senza concedersi pause o giorni di recupero;
  • l’alimentazione, attraverso un monitoraggio costante di calorie, macronutrienti, grammature e orari dei pasti;
  • le prestazioni sportive, con la necessità di migliorare continuamente risultati, carichi o performance;
  • l’aspetto fisico, controllando frequentemente il corpo allo specchio, scattando fotografie o misurando alcune parti del corpo.

Dal punto di vista psicologico, il meccanismo rimane molto simile a quello osservato nella fase più evidente del disturbo. Il controllo diventa uno strumento per ridurre l’ansia, aumentare il senso di sicurezza e gestire emozioni difficili.

Quando il piano alimentare o il programma di allenamento vengono rispettati, la persona sperimenta una temporanea sensazione di sollievo; quando, invece, qualcosa esce dagli schemi previsti, possono comparire ansia, senso di colpa o la percezione di aver perso il controllo.

È proprio questo l’aspetto più importante: non cambia necessariamente il bisogno psicologico, ma l’oggetto su cui quel bisogno si concentra.

Se prima il controllo riguardava soprattutto il cibo e il peso, ora può riguardare il fisico, la massa muscolare, la performance o la “qualità” dell’alimentazione.

All’esterno il comportamento appare completamente diverso e viene spesso interpretato come uno stile di vita sano, ma, in alcuni casi, può continuare a essere sostenuto dagli stessi meccanismi psicologici che caratterizzavano il disturbo alimentare.

Per questo motivo, nella valutazione dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, non è sufficiente osservare che cosa una persona fa.

È altrettanto importante comprendere perché lo fa. Due persone possono seguire lo stesso programma di allenamento e la stessa alimentazione: una perché ne trae piacere e benessere, l’altra perché vive il bisogno costante di controllare il proprio corpo e ridurre l’ansia. I comportamenti possono essere identici, ma il loro significato psicologico è profondamente diverso.

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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