Fear e safe food: ci sono interessanti contraddizioni nei disturbi alimentari restrittivi al riguardo.
Si tratta di un tema importante, perché mostra molto bene quanto il rapporto con il cibo, in questi disturbi, non segua sempre una logica nutrizionale reale.
Nei disturbi alimentari restrittivi, infatti, i cosiddetti fear food e safe food possono apparire profondamente contraddittori: alcuni cibi vengono evitati come se fossero pericolosi, mentre altri vengono tollerati o percepiti come sicuri anche quando, dall’esterno, questa distinzione sembra non avere alcun senso.
Il punto è che, nei disturbi alimentari restrittivi, il cibo non viene vissuto solo per ciò che è, ma per il significato psicologico che assume.
In questo articolo vedremo quindi perché i fear e safe food nei disturbi alimentari possono sembrare illogici, e perché proprio queste contraddizioni aiutano a capire meglio il funzionamento del disturbo.
Fear e Safe food nei disturbi alimentari di tipo restrittivo
Nei disturbi alimentari restrittivi, i fear food e i safe food sono categorie mentali attraverso cui il disturbo organizza il rapporto con il cibo.
Non si tratta semplicemente di preferenze alimentari, ma di alimenti vissuti in modo molto diverso sul piano emotivo e cognitivo: alcuni vengono percepiti come minacciosi, altri come più tollerabili o gestibili.
Questa distinzione può diventare molto rigida e influenzare in modo significativo ciò che la persona si sente in grado di mangiare.
- Fear food: sono i cibi temuti, cioè alimenti che generano ansia, paura, senso di colpa o timore di ingrassare, perdere il controllo o “aver mangiato troppo”. Nei disturbi alimentari restrittivi, i fear food non sono necessariamente i cibi più calorici in senso oggettivo, ma quelli che il disturbo ha etichettato come pericolosi. (Se vuoi approfondire l’argomento dei Fear Food, leggi l’articolo del nostro blog di psicologia “Fear Food: cosa sono?“
- Safe food: sono i cibi percepiti come sicuri, cioè alimenti che la persona riesce a mangiare con minore ansia perché vissuti come più controllabili, prevedibili o compatibili con le regole del disturbo. Anche i safe food, però, non sono sempre “sicuri” in senso nutrizionale: sono piuttosto cibi che il disturbo consente più facilmente di tollerare.
Esempi di “cibi sicuri” nell’anoressia nervosa
Il cibo può essere considerato sicuro se, ad esempio:
- ha calorie chiaramente visibili, quindi dà l’idea di poter essere controllato
- è confezionato in monoporzioni, e quindi appare più prevedibile
- è sempre uguale a se stesso, senza variazioni di preparazione o quantità
- è facile da pesare o misurare, e quindi riduce l’incertezza
- dà un forte senso di controllo, anche se non è necessariamente poco calorico
- è stato già “autorizzato” dal disturbo, perché rientra nelle regole abituali
- non è associato a perdita di controllo o abbuffata
- non richiede condimenti, miscele o preparazioni complesse
- è percepito come “pulito”, “leggero” o “semplice”
- è diventato familiare e ritualizzato, quindi mangiarlo genera meno ansia
Contraddizioni nei safe e fear food nell’anoressia
Nei disturbi alimentari restrittivi, come l’anoressia, i fear food e i safe food possono apparire profondamente contraddittori, soprattutto se osservati dall’esterno.
Può succedere, per esempio, che una persona tema un alimento considerato “leggero” o “sano”, ma riesca a tollerarne un altro più zuccherato, più processato o apparentemente più calorico.
Questo accade perché il disturbo alimentare non necessariamente classifica i cibi secondo una logica nutrizionale oggettiva, ma secondo una logica interna fatta di paura, controllo, rigidità e associazioni soggettive.
Nei disturbi alimentari restrittivi, quindi, un cibo può diventare un fear food non per ciò che è davvero, ma per ciò che rappresenta; allo stesso modo, un safe food può essere percepito come sicuro non perché lo sia in senso reale, ma perché è stato mentalmente autorizzato dal disturbo.
Ed è proprio in queste contraddizioni che si vede quanto il problema non riguardi solo il cibo, ma il significato psicologico che il cibo assume.
Perché alcuni safe food sembrano logici e altri no?
Non tutti i safe food, quindi, appaiono uguali.
Alcuni possono sembrare “logici” anche agli occhi di chi osserva da fuori, perché sono alimenti effettivamente semplici, ripetitivi, poco conditi, facili da misurare e spesso associati all’idea di leggerezza. È il caso, per esempio, di gallette di riso, yogurt magri o light, verdure crude o cotte, insalate semplici, zuppe o brodi, riso in bianco o tonno al naturale. In questi casi, è più facile capire perché il disturbo li classifichi come safe food: sono cibi prevedibili, controllabili e spesso percepiti come “puliti”.
Accanto a questi, però, esistono anche safe food molto meno logici in apparenza, che mostrano bene quanto nei disturbi alimentari restrittivi il problema non sia il cibo in sé, ma il significato mentale che gli viene attribuito. Una persona può, per esempio, sentirsi al sicuro con caramelle, prodotti confezionati molto zuccherati o snack industriali, ma provare ansia davanti a frutta, verdure condite o pasti preparati da altri.
Da fuori questo può sembrare assurdo: come può un alimento più dolce o più processato far meno paura di uno percepito come sano?
Eppure è proprio qui che si vede la logica del disturbo: un cibo può diventare “sicuro” non perché sia oggettivamente più leggero o salutare, ma perché è più misurabile, più ritualizzabile, più familiare o semplicemente perché è stato autorizzato mentalmente.
In questo senso, la contraddizione non è un dettaglio secondario: è una delle prove più evidenti del fatto che nei fear food e nei safe food dei disturbi alimentari restrittivi non conta soltanto la composizione del cibo, ma soprattutto il suo valore simbolico, il grado di controllo che consente e le regole arbitrarie che il disturbo ha costruito intorno a esso.
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