Ti capita di controllare le mail di lavoro anche la sera, rispondere a un messaggio durante la cena o tenere il telefono sempre vicino “nel caso servisse”?
Per molte persone, essere reperibili sembra ormai una parte normale del lavoro. Una mail fuori orario, un messaggio su WhatsApp, una telefonata improvvisa o una notifica la domenica possono apparire come piccole richieste isolate. Il problema è che, quando queste situazioni si ripetono nel tempo, il cervello può faticare a riconoscere il momento in cui il lavoro è davvero finito.
In alcuni casi, la stanchezza non dipende tanto dal numero di ore lavorate, quanto dal fatto di non riuscire mai a recuperare completamente. Anche quando si è formalmente liberi, una parte della mente continua a rimanere in modalità lavorativa, pronta a rispondere a nuove richieste.
In questo articolo di GAM Medical, clinica specializzata in stress, vedremo perché la reperibilità continua può aumentare lo stress, quali effetti può avere sul recupero psicologico e quando è importante riconoscere i segnali di un sovraccarico che rischia di diventare cronico.
Perché essere sempre reperibili può aumentare lo stress?
Molte persone associano il lavoro soltanto al tempo trascorso in ufficio o davanti al computer. In realtà, il sistema nervoso non distingue con la stessa precisione l’orario lavorativo da quello personale.
Quando una persona continua a ricevere notifiche, controllare la posta elettronica o rispondere a messaggi anche fuori orario, il cervello può rimanere in uno stato di attivazione costante. Anche se la richiesta richiede pochi minuti, interrompe il processo di distacco mentale dal lavoro.
Come si può leggere nello studio “A diary study on work-related smartphone use, psychological detachment and exhaustion” (Dorien Derks e al.), l’utilizzo dello smartphone per motivi lavorativi durante il tempo libero può essere associato a una minore capacità di distacco psicologico dal lavoro e a livelli più elevati di esaurimento emotivo.
Questo è un aspetto importante perché il recupero non dipende soltanto dal numero di ore libere disponibili. Dipende anche dalla possibilità di vivere quelle ore senza continuare a pensare alle richieste lavorative.
Molte persone credono di essersi riposate perché hanno passato la serata a casa. Tuttavia, se nel frattempo hanno controllato continuamente mail, risposto a messaggi o pensato ai problemi del giorno successivo, il recupero potrebbe essere stato molto inferiore a quanto immaginano.
Per questo motivo, la reperibilità continua può diventare un fattore di stress anche quando il numero effettivo di comunicazioni ricevute è relativamente basso. A mantenere alta l’attivazione, infatti, non è solo il messaggio che arriva, ma la sensazione di dover essere sempre pronti a riceverne uno.
Per molte persone il lavoro non termina nel momento in cui si esce dall’ufficio o si spegne il computer.
Continua mentre si controllano le notifiche “solo per sicurezza”. Continua quando si apre una mail prima di andare a dormire pensando di darle soltanto un’occhiata. Continua durante la cena, mentre arriva un messaggio del gruppo di lavoro, oppure la domenica pomeriggio, quando una telefonata improvvisa riporta immediatamente la mente alle attività della settimana.
All’inizio questi episodi possono sembrare poco rilevanti. Rispondere richiede pochi minuti e si ha la sensazione di togliersi subito il pensiero. Con il tempo, però, il cervello può imparare che il lavoro è sempre potenzialmente presente, anche nei momenti dedicati al riposo.
Molte persone iniziano così a vivere una forma di reperibilità mentale ancora prima che reale. Anche quando il telefono non squilla, una parte dell’attenzione resta disponibile per eventuali richieste. Diventa difficile rilassarsi completamente, iniziare un’attività personale senza controllare le notifiche o dedicarsi alla famiglia senza interrompersi continuamente.
In alcuni casi compare anche un senso di colpa quando si decide di non rispondere immediatamente. Alcune persone temono di essere considerate poco disponibili, altre hanno paura di creare problemi al gruppo di lavoro o di perdere il controllo della situazione. Così la risposta immediata diventa un’abitudine, anche quando nessuno l’ha realmente richiesta.
Il risultato è che il lavoro continua a occupare spazio mentale ben oltre l’orario previsto. Non serve essere davanti al computer perché il cervello rimanga impegnato. Basta sapere che potrebbe arrivare una richiesta da un momento all’altro.
Questo meccanismo è particolarmente evidente nelle professioni ad alta responsabilità, ma può comparire anche in lavori apparentemente meno impegnativi. Più la reperibilità diventa una regola implicita, più diventa difficile distinguere il tempo dedicato al lavoro da quello dedicato al recupero.
La conseguenza non è soltanto una maggiore stanchezza. Molte persone iniziano a percepire una sensazione costante di allerta, come se fosse impossibile abbassare completamente il livello di attenzione. Anche nei momenti liberi la mente continua a tornare alle attività lasciate in sospeso, alle mail da controllare o ai problemi da risolvere.
Questa difficoltà a “staccare” rappresenta uno degli elementi che, nel tempo, possono contribuire ad aumentare il rischio di stress cronico e burnout.
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Fai il test sull’ansiaCome recuperare davvero quando il lavoro non finisce mai?
Quando il lavoro continua a occupare spazio mentale anche fuori orario, la soluzione non consiste semplicemente nel prendersi qualche giorno di ferie o dormire qualche ora in più. Il recupero psicologico dipende soprattutto dalla possibilità di interrompere, almeno per un periodo, lo stato di attivazione che accompagna la giornata lavorativa.
Come si può leggere nello studio “Recovery from Job Stress: The Stressor-Detachment Model as an Integrative Framework” ( Sonnentag, Fritz), uno degli elementi più importanti del recupero è il distacco psicologico dal lavoro, cioè la capacità di smettere temporaneamente di pensare alle attività lavorative durante il tempo libero. Questo non significa dimenticare completamente il proprio lavoro, ma permettere al cervello di uscire dalla modalità “problem solving” per recuperare risorse cognitive ed emotive.
Molte persone, però, confondono il tempo libero con il recupero. Possono trascorrere l’intera serata a casa continuando a controllare la posta elettronica, ripensando a una riunione o immaginando come affrontare gli impegni del giorno successivo. Formalmente stanno riposando, ma il cervello continua a lavorare.
Per questo motivo, recuperare significa soprattutto creare momenti in cui il lavoro smette di occupare il centro dell’attenzione.
Può essere utile stabilire orari in cui interrompere realmente il controllo di mail e messaggi, evitando di trasformare ogni notifica in una priorità. Allo stesso modo, dedicarsi ad attività che richiedono un coinvolgimento diverso, come sport, hobby, lettura o tempo trascorso con altre persone, può aiutare il cervello a spostare gradualmente il focus lontano dalle richieste lavorative.
Anche il modo in cui termina la giornata lavorativa può fare la differenza. Chiudere le attività lasciando un elenco delle priorità per il giorno successivo permette spesso di ridurre il bisogno di continuare a ripensarci durante la sera. Sapere che il lavoro è stato “messo in pausa”, e non semplicemente interrotto, può favorire un maggiore senso di controllo.
È importante ricordare che il recupero non è tempo perso. Al contrario, rappresenta una delle condizioni che permettono di mantenere concentrazione, lucidità e benessere anche nel lungo periodo.
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Quando la troppa reperibilità a lavoro inizia a compromettere il benessere?
Essere disponibili in alcune situazioni fa parte di molte professioni. Il problema nasce quando la reperibilità non rappresenta più un’eccezione, ma diventa la modalità abituale con cui si vive il lavoro.
Molte persone iniziano ad accorgersene quando fanno fatica a rilassarsi anche nei giorni liberi, provano disagio se il telefono resta lontano oppure sentono il bisogno di controllare continuamente mail e messaggi senza che ci sia una reale urgenza.
Con il tempo possono comparire stanchezza persistente, irritabilità, difficoltà di concentrazione, sonno meno ristoratore e la sensazione di non riuscire mai a “ricaricare le batterie”. Non sempre questi segnali indicano un burnout, ma possono rappresentare un campanello d’allarme che merita attenzione.
Se senti che le richieste lavorative continuano a seguirti anche fuori orario e hai la sensazione di non riuscire più a recuperare davvero, può essere utile fermarsi a valutare il livello di stress che stai vivendo. Un test per lo stress può rappresentare un primo strumento per comprendere quanto il sovraccarico stia influenzando il tuo benessere e se possa essere utile un approfondimento con un professionista.
Questo è contenuto divulgativo e non sostituisce le diagnosi di un professionista. Se ti è piaciuto l’articolo, condividilo.
Fonti:
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/25822082/
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/21299224/



