Il suicidio visto da dentro: Quando la mente smette di vedere alternative

Tempo di lettura: 9 minuti

suicidio

Tra gli argomenti che al giorno d’oggi, appena vengono nominati, fanno ancora scattare indignazione, giudizi, paure e luoghi comuni; sicuramente il suicidio è uno di questi.

Basta nominarlo e spesso si crea immediatamente una distanza.

Da una parte c’è chi guarda, dall’altra chi, quel tipo di buio interiore, lo ha attraversato o lo sta attraversando. E in mezzo ci sono parole che vengono dette quasi sempre nello stesso modo: che è un gesto egoista, che chi lo compie non pensa a chi gli vuole bene, che è una scelta sbagliata, assurda, evitabile e incomprensibile.

Capisco e comprendo benissimo da dove nascono queste frasi.

Non nascono per forza dalla cattiveria o dall’insensibilità. Molte volte nascono dal dolore, dalla paura, dal bisogno di dare un senso a qualcosa che sembra non averne.

Però, allo stesso tempo, c’è una parte di me che ogni volta che le sente si irrigidisce. Perché so che molto spesso non è così.

E non è solo una questione di opinione, è proprio che, da dentro, quello che succede è molto diverso da come appare fuori.

E allora mi sono detto: “forse vale la pena provare a raccontarlo.”

Non certo per giustificare, ma per far capire un po’ meglio cosa può succedere nella testa di una persona quando arriva in certi punti.

Perché magari, se si capisce un po’ di più quel meccanismo, si riesce a togliere una parte di

giudizio e lasciare spazio, almeno un po’, alla comprensione.

 Il bisogno di sentirsi amati (prevenzione del suicidio)

Tanto per cominciare io credo che ci sia una cosa molto semplice, ma anche molto importante, che sta sotto a tutto questo: ovvero il bisogno di sentirsi visti, considerati, amati.

Non basta essere amati. È fondamentale sentirsi amati.

Perché a volte, anche se sei amato, non lo riesci a sentire. Anche se sai di essere importante per qualcuno, non lo riesci a percepire davvero.

E questa cosa crea uno scompenso enorme.

Parlo per me: io sapevo di essere importante per la mia famiglia. Lo sapevo razionalmente.

Ma quando una cosa non la senti, semplicemente è come se non esistesse.

E lì inizi a sentirti solo anche se, oggettivamente, non lo sei.

E questo, secondo me, è uno dei punti più difficili da spiegare a chi guarda da fuori.

Perché da fuori uno pensa: “ma come, hai persone che ti vogliono bene, quindi non sei solo!”.

Ma dentro non funziona sempre così.

Dentro può succedere che una verità che sai con la testa non ti arrivi più al cuore.

Quello che da fuori non si vede (e che può portare al suicidio) 

La cosa che forse spiazza di più è questa: tutto questo può succedere mentre fuori sembra che vada tutto normale.

Puoi uscire, parlare, ridere, lavorare, stare con gli altri… e nel frattempo avere dentro questo mondo di sofferenza.

Ma una delle verità difficili da accettare è che chiunque convive con questo profondo dolore ogni tanto prova a mandare dei segnali.

Certo, non sempre sono palesi. Magari una cosa detta a metà, una battuta un po’ strana…e mentre mandi questi “segnali” dentro ti dici: “vediamo se qualcuno se ne accorge”, “vediamo se qualcuno capisce”.

Perché quello che si cerca di fare è vedere la loro reazione. E quando nessuno dice niente, o magari cambia discorso, minimizza o sta in silenzio…tu non pensi: “vabbè, non hanno capito”, ma pensi: “ok… allora non è così importante”, o “ok… allora è meglio non parlarne più.” E ti chiudi ancora di più.

La paura di chi ti ama (di fronte ai pensieri suicidari) 

Ma sarebbe ingiusto non provare a mettersi anche nei panni di chi c’è l’altra parte: quando provi a “tastare il terreno” con frasi, battute, pensieri sulla morte davanti a amici o familiari, spesso la loro reazione è dovuta alla paura, non all’indifferenza. Dal fatto che chi ti vuole bene non regge neanche l’idea della tua perdita.

Paura che si traduce in frasi come: “Non dire queste cose.”, “Non dirlo neanche per scherzo.”, “Non parlare così.”, “Non ti voglio sentire dire una cosa del genere.”.

Il vero problema però è che, chi si sente rivolgere queste frasi, non sempre ci vede dietro

l’amore. Ma spesso ci vede il rifiuto.

Perché quando cerchi di chiedere aiuto, in quel momento, stai mostrando una parte di te. Una parte fragile, spaventosa, magari anche confusa, ma pur sempre una parte di te.

E se davanti a quella parte la risposta è solo chiusura, allarme, divieto, quello che può arrivare dall’altra parte non è: “ti voglio troppo bene per sentirlo”.

Può arrivare invece: “non ti voglio sentire”, “questa cosa che pensi è sbagliata”, “questa parte di te è troppo”, “questa parte di te non la posso accettare”.

Il messaggio sottinteso che può arrivare è: “tu sei sbagliato.”

Sentiamo di ricevere un giudizio: un rifiuto della nostra persona nella sua interezza, con i lati oscuri e le sofferenze.

E allora proprio quando una persona sta provando, magari male, magari in modo goffo, a farsi vedere davvero, si sente rifiutata. Non “corretta”. Non “aiutata”. Ma rifiutata.

Per questo, secondo me, bisognerebbe anche un po’ prepararsi.

Non nel senso di sapere sempre cosa dire o di diventare perfetti. Ma nel senso di capire che, se una persona ti parla della sua parte più buia, in quel momento non ti sta chiedendo subito una soluzione brillante. Ti sta chiedendo prima di tutto di non scappare.

Non serve dire molto.

Serve solo ascoltare, non tagliare subito il discorso, non moralizzare, non far sentire l’altro come un problema da spegnere in fretta.

Altrimenti, quello che succede, è che proprio quando chi chiede aiuto avrebbe più bisogno di sentirsi visto, si senta ancora più invisibile.

Una mente troppo accesa (il peso dei pensieri suicidari) 

Quando una persona arriva ad attuare il suicidio, da fuori può sembrare che abbia smesso di ragionare. Che non stia più pensando in modo logico, che non stia considerando le conseguenze, che non stia vedendo ciò che è ovvio per chi guarda da fuori.

E in un certo senso è vero. In quel momento non riesce più a fare quei ragionamenti. È come se il cervello, da fuori, sembrasse “spento”.

Solo che succede esattamente il contrario: il cervello in quel momento è troppo acceso.

Per fare un esempio: immagina una luce. La luce serve per vedere.

Più luce c’è, più riesci a vedere bene e a distinguere le cose… ma questa cosa è vera solo fino a un certo punto.

Se oltre quel punto la luce aumenta, e diventa troppa, ti acceca!

E invece di aiutarti a vedere meglio, ti impedisce di vedere.

La mente, in certe situazioni, funziona allo stesso modo.

I pensieri aumentano, si accavallano, si rincorrono. Provi a trovare soluzioni, a capire, a uscire da quello stato… ma ogni tentativo sembra finire contro un muro!

Più pensi, più ti incastri. Più cerchi una via d’uscita, più sembra non esserci.

In questi momenti succede una cosa che da fuori è difficile da capire e immaginare:

non è che non vuoi vedere alternative, è che non riesci più a vederle.

 “E se non finisse mai?” (dietro il rischio di suicidio) 

In quei casi, a volte, il pensiero che fa più male di tutti è: “E se non finisse mai?”

Molte sofferenze nella vita sono sopportabili per un motivo molto semplice: sappiamo che finiranno. Anche quando stiamo male, anche quando soffriamo, c’è una parte di noi che sa che prima o poi cambierà.

Ma quando sei dentro certi stati mentali, questa cosa sparisce.

Non sai quanto durerà. Non hai un orizzonte. Non hai un dopo.

E il cervello inizia a vivere quella sofferenza come se fosse eterna.

Spesso è anche questo a renderla insopportabile.

Non è solo il dolore, ma l’idea che non finirà mai.

E quando una mente è convinta davvero di questo, inizia a cercare qualsiasi modo pur di interromperlo.

Quando ogni mattina ti svegli pensando in modo ossessivo: “Non ce la faccio più così”, “non posso andare avanti”, “deve esserci un modo per fermare questa cosa.”

Quella “cosa” lì, a cui ti riferisci, non è la vita. Ma è il dolore.

E a un certo punto inizi a fare un collegamento che da fuori sembra folle (e in effetti lo è!), ma, dentro, è perfettamente logico:“Se non posso togliere solo il dolore, devo eliminare tutto ciò in cui lui abita.”

Il pensiero che consola (il suicidio)

Una volta lessi online una riflessione, che trovai paradossale quanto vera: a volte il pensiero del suicidio non ti porta a farlo, ma anzi, può tenerti in vita.

Sembra strano, ma quando ti svegli la mattina, se oltre ai pensieri intrusivi scritti sopra, ne hai anche uno che ti dice: “Ok… se proprio non ce la faccio più, potrò sempre farla finita”, per quanto possa sembrare assurdo da fuori, può portare sollievo.

Perché sapere che potresti farlo, ti fa sentire meno intrappolato nella tua condizione, ti fa sentire che, in fondo, puoi avere il controllo sul dolore che provi. E che addirittura potresti fermarlo, se solo lo volessi.

Ti dici: “Non sono obbligato a stare così per sempre.”

È una consolazione fragile, temporanea (e non è una vera soluzione), ma in quel momento è

profondamente concreta e reale per te… qualcosa a cui ti puoi aggrappare.

Ripeto (perché so che sembra assurdo dirlo, ma a volte è proprio così): l’idea del suicidio, in certi momenti, è quella che può tenerti in vita abbastanza a lungo da poter essere aiutato.

(Il suicidio è ..) Sofferenza o “ricerca di attenzione”?

Facendo un po’ da eco al fatto che le richieste di aiuto spesso possono nascondersi dietro frasi, battute, silenzi etc … c’è una cosa che andrebbe sottolineata: il dolore, soprattutto quando diventa molto profondo, non sempre si esprime bene.

Non è lucido, composto, chiaro. Ma anzi a volte è vittimistico, esagerato, quasi teatrale

Da fuori certe frasi, certi gesti, certi modi di esporsi, possono sembrare una semplice ricerca di attenzione. Ad alcuni, potrebbero addirittura risultare fastidiosi.

Ma dentro, molte volte, c’è qualcosa di più profondo e più doloroso.

Non è solo voglia di essere guardati. È bisogno di capire se si esiste ancora davvero per qualcuno.

È come se dentro ci fosse una domanda che continua ad emergere e non trova risposta: “se io sparissi, te ne accorgeresti?” … “puoi permetterti di perdermi?”

È un appello. Magari confuso, magari doloroso, ma comunque un appello.

Se ci si pensa bene, una dinamica simile la si può intravedere anche in altri comportamenti, come alcune forme di anoressia, dove la persona si ritira poco alla volta, si sottrae, si riduce… e sotto, spesso, c’è la stessa speranza: che qualcuno si accorga davvero, che qualcuno si muova, che qualcuno mostri finalmente paura di perderla.

Come se quella paura potesse diventare la prova che, “sì, per qualcuno sono davvero importante”.

Poi è chiaro che non tutte le situazioni sono uguali.

Ci sono casi in cui questo pensiero è molto legato alla relazione con gli altri, al bisogno di essere visti, riconosciuti, trattenuti; e altri casi in cui invece c’entra meno l’”Altro” e c’entra molto di più il tentativo di spegnere un dolore che sembra non avere senso e non avere via d’uscita (come ad esempio il dover sopportare una malattia cronica e/o terminale).

Ma è fondamentale ricordare che, nella maggior parte dei casi, il “togliersi la vita” non è una decisione fredda, definitiva. È qualcosa che si muove, che cambia, che può ancora essere modificata.

E anche quando da fuori sembra solo una ricerca di attenzione… forse vale la pena fermarsi un attimo in più.

Perché sto scrivendo tutto questo (parlare di suicidio) 

So benissimo che ogni esperienza è diversa. Ognuno ha il suo dolore, la sua storia, il suo modo di viverla.

Non potrò mai comprendere fino in fondo la sofferenza di qualcun altro; così come non posso capire fino in fondo il dolore di un genitore o di un amico che si trova dall’altra parte; né posso giudicare il modo in cui le persone reagiscono, cercano di aiutare o, a volte, si bloccano per la paura e non riescono ad intervenire in nessun modo.

Non sto dicendo come si devono fare le cose, cosa dovreste pensare, o come dovreste agire o reagire.

Mi sento privilegiato a scrivere questo articolo nella speranza che, magari, possa aiutare qualcuno a vedere le cose in modo diverso.

Se anche solo una frase di questo articolo farà dire a qualcuno: “ok… forse non è così semplice come pensavo”, per me sarà già una vittoria!

Su una cosa, però, non ho dubbi

Più che scansare questo argomento (come se nominarlo fosse già troppo), secondo me dovremmo imparare a guardarlo con più attenzione e con meno riflessi automatici.

Questo, forse, potrebbe portare molte persone a prestare più attenzione agli altri (senza quei filtri che spesso usiamo per semplificare tutto), e nel dubbio, ad essere più gentili e comprensivi.

Non possiamo mai sapere quanto un gesto gentile possa cambiare la giornata di una persona (e forse salvargli la vita). Non possiamo mai sapere quanto anche solo un complimento, fatto senza un motivo preciso, possa arrivare proprio a una persona che magari da ore, giorni, o settimane, sta pensando al suicidio.

Questi piccoli gesti hanno il potere di ricordare a qualcuno che così come la vita può essere imprevedibile nel dolore, può esserlo anche nel bene (e ve lo scrivo da persona che ha vissuto questa meravigliosa sensazione).

E forse è proprio per questo che anche un bel gesto “a caso”, magari fatto anche ad uno sconosciuto, può avere un peso enorme.

Parliamone di più, parliamone meglio.

Non per banalizzare, o perché debba diventare un argomento “leggero”, ma per creare uno spazio in cui nessuno si senta giudicato per quello che pensa, soprattutto quando quei pensieri nascono dalla sofferenza.

Perché, alla fine, tutti hanno bisogno della stessa cosa: sentirsi capiti, accolti… e, quando possibile, sostenuti.

Non possiamo sapere quanto possiamo cambiare la vita di qualcuno. Ma possiamo sempre scegliere di non ignorarla.

Se tu, o una persona che conosci, state vivendo pensieri suicidari o una forte sofferenza psicologica, non aspettate. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma il primo passo per uscire dall’isolamento.

In Italia è possibile contattare Telefono Amico Italia al numero 002 2327 2327. 

Anche quando tutto sembra senza soluzione, parlare con qualcuno può fare la differenza.

Daniel Dagrezio è un musicista e studente di Psicologia. Questo articolo nasce dalla sua esperienza personale e da un’intervista realizzata con GAM Medical sul tema del disagio psicologico e del suicidio.

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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