Essere delusi dalle proprie reazioni dopo un trauma

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Essere delusi dalle proprie reazioni dopo un trauma

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Dopo un evento traumatico può accadere di sentirsi spiazzati non soltanto da ciò che è successo, ma anche dal proprio modo di reagire.

Alcune persone si aspettano un crollo emotivo, un pianto incontenibile, una forte tristezza o una sensazione immediata di disperazione. Quando queste reazioni non arrivano, può comparire una domanda difficile da interpretare: “perché non sto reagendo come pensavo?”

Nella pratica clinica, questa esperienza non è affatto insolita. Le reazioni al trauma possono assumere forme molto diverse e non sempre coincidono con l’idea che abbiamo costruito, culturalmente o personalmente, di ciò che dovrebbe accadere dopo un evento molto doloroso.

Reazioni al trauma: perché non sempre arriva un crollo emotivo

Quando accade qualcosa di traumatico, una persona può riconoscere perfettamente la gravità dell’evento sul piano razionale. Può sapere che quell’esperienza rappresenterà uno spartiacque nella propria vita, che esisterà un “prima” e un “dopo”, e tuttavia non sperimentare immediatamente un’intensa reazione emotiva.

Questo può risultare sorprendente proprio perché spesso associamo il trauma a manifestazioni molto evidenti: pianto, disperazione, isolamento, depressione o perdita completa della capacità di svolgere le normali attività quotidiane.

In realtà, l’assenza di una reazione intensa e visibile non significa assenza di sofferenza. Le risposte psicologiche successive a un trauma dipendono da numerosi fattori, tra cui la natura dell’evento, la storia personale, le risorse psicologiche disponibili, il contesto in cui ci si trova e il momento di vita in cui l’esperienza si verifica.

“Perché non sto male come dovrei?”: le aspettative sulle reazioni traumatiche

Una delle difficoltà che può emergere dopo un trauma riguarda le aspettative che la persona nutre nei confronti di sé stessa.

Può esserci l’idea che, davanti a un determinato evento, si dovrebbe:

  • piangere molto o sentirsi costantemente tristi;
  • non riuscire a concentrarsi sul lavoro o sulle attività quotidiane;
  • avvertire immediatamente tutta la gravità di ciò che è successo;
  • avere bisogno di interrompere la propria routine;
  • sentirsi profondamente diversi da prima;
  • attraversare una fase evidente di crisi psicologica.

Quando nulla di questo accade, o accade soltanto in parte, la propria reazione può sembrare quasi inadeguata rispetto all’evento.

Da qui può nascere una sorta di delusione verso sé stessi, oppure il dubbio di essere emotivamente distaccati, freddi o incapaci di comprendere realmente ciò che è avvenuto. Non necessariamente, però, queste interpretazioni descrivono ciò che sta accadendo dal punto di vista psicologico.

Trauma e senso di sospensione: aspettare la “batosta”

Un’esperienza che alcune persone descrivono dopo un evento traumatico è quella di trovarsi in una sorta di fase di sospensione.

La vita continua, alcune attività rimangono possibili e le emozioni sembrano relativamente gestibili. Contemporaneamente, però, può esserci la sensazione che questa condizione non possa durare.

Si inizia così ad aspettare la cosiddetta “batosta”: il momento in cui tutto diventerà improvvisamente reale e il dolore arriverà nella sua forma più intensa.

Dal punto di vista clinico, è importante considerare che questa fase successiva non deve necessariamente verificarsi. Non esiste una regola secondo cui chi inizialmente appare stabile debba inevitabilmente andare incontro a un crollo emotivo.

Per alcune persone le reazioni cambieranno nel tempo; per altre rimarranno relativamente contenute. Entrambe le possibilità possono far parte dei modi con cui la mente risponde a un’esperienza particolarmente stressante.

Le reazioni psicologiche dopo un trauma possono comparire anche in ritardo

Non tutte le conseguenze psicologiche di un trauma compaiono immediatamente.

In alcune situazioni, nelle prime fasi la persona può essere concentrata principalmente sulla gestione delle conseguenze concrete dell’evento: prendere decisioni, risolvere problemi, occuparsi di altri familiari, affrontare procedure mediche o organizzative oppure semplicemente continuare a svolgere le proprie attività quotidiane.

Solo successivamente possono emergere alcune reazioni emotive.

Può accadere, per esempio, che compaiano:

  • maggiore ansia o irritabilità;
  • difficoltà nel sonno;
  • pensieri ricorrenti relativi all’evento;
  • evitamento di situazioni, luoghi o conversazioni associate a quanto accaduto;
  • momenti di intensa attivazione emotiva;
  • difficoltà di concentrazione;
  • una maggiore sensibilità a stimoli che ricordano l’esperienza vissuta.

La comparsa tardiva di una reazione non significa che la persona stesse precedentemente “negando” l’evento. Può semplicemente indicare che l’elaborazione psicologica non procede in maniera lineare.

Sofferenza psicologica poco visibile dopo un evento traumatico

Un altro aspetto importante riguarda la differenza tra ciò che una persona sperimenta internamente e ciò che appare all’esterno.

Non tutte le forme di sofferenza sono facilmente osservabili.

Una persona può continuare a lavorare, uscire, parlare con gli altri e mantenere una routine apparentemente normale, pur sperimentando cambiamenti significativi nel proprio funzionamento emotivo.

Nella valutazione clinica, quindi, non interessa soltanto stabilire quanto una reazione sia visibile. È più utile comprendere come l’esperienza abbia modificato il funzionamento della persona.

Per esempio, è possibile osservare cambiamenti nel modo di percepire la sicurezza, nelle relazioni, nella regolazione delle emozioni, nella capacità di rilassarsi o nel modo di interpretare determinati segnali dell’ambiente.

La sofferenza psicologica non deve necessariamente assumere forme eclatanti per essere significativa.

Non esiste un modo “corretto” di reagire a un trauma

Uno degli aspetti più importanti da chiarire è che non esiste un copione psicologico universale dopo un trauma.

Due persone possono attraversare eventi molto simili e reagire in maniera completamente diversa. Allo stesso modo, una persona può reagire diversamente a due esperienze traumatiche avvenute in momenti differenti della propria vita.

Per questo, in ambito clinico, è generalmente poco utile confrontare la propria risposta con quella degli altri o con un modello ideale di reazione.

È più utile osservare alcuni elementi concreti:

Come è cambiato il mio funzionamento rispetto a prima?

Ci sono situazioni che ora tendo a evitare?

Sono comparsi sintomi che interferiscono con il sonno, il lavoro, lo studio o le relazioni?

Quanto frequentemente penso all’evento e con quale livello di attivazione emotiva?

Mi sento costantemente in allerta o, al contrario, particolarmente distaccato da ciò che accade?

Queste domande permettono di spostare l’attenzione dal giudizio sulla propria reazione alla comprensione di ciò che effettivamente sta accadendo.

Quando le reazioni al trauma richiedono una valutazione psicologica

Non tutte le reazioni successive a un evento traumatico richiedono necessariamente un intervento psicologico. Molte risposte di stress possono modificarsi spontaneamente nel corso del tempo.

Una valutazione può diventare particolarmente utile quando i sintomi persistono, aumentano oppure iniziano a interferire in modo significativo con la vita quotidiana.

La valutazione clinica non serve a stabilire se una persona stia soffrendo “abbastanza” rispetto a ciò che è accaduto. Serve piuttosto a comprendere quali conseguenze psicologiche siano presenti, quanto incidano sul funzionamento e quali strategie possano essere utili per affrontarle.

Anche sentirsi stranamente “bene” dopo un trauma, quindi, può essere qualcosa da osservare senza trasformarlo automaticamente in un problema. Non è necessario attendere un eventuale crollo né cercare di produrre emozioni che in quel momento non si stanno sperimentando.

La risposta al trauma può avere tempi, intensità e modalità differenti. Comprenderla significa partire da ciò che la persona sta effettivamente vivendo, non da ciò che pensa di dover vivere.

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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