Ti sei mai chiesto da che età un ragazzo o una ragazza possa iniziare un percorso psicologico?
Quando si parla di giovani e terapia, emergono spesso dubbi legati all’età, al consenso e al ruolo dei genitori.
In questo articolo chiariremo quando è possibile iniziare un percorso psicologico, come funziona il consenso informato nei minori e perché il coinvolgimento dei genitori è un elemento centrale, ma non sempre uguale in tutte le fasi di crescita.
Giovani e terapia: perché parlarne sempre più presto?
Negli ultimi anni è aumentata l’attenzione verso la salute mentale in età evolutiva. Ansia, difficoltà emotive, problemi relazionali o scolastici possono emergere già durante l’infanzia o l’adolescenza e, se trascurati, tendono a consolidarsi nel tempo.
La terapia psicologica non è riservata solo all’età adulta. Al contrario, intervenire precocemente può ridurre il rischio di cronicizzazione e favorire uno sviluppo emotivo più equilibrato. Questo non significa “patologizzare” l’esperienza giovanile, ma offrire uno spazio di ascolto e supporto adeguato all’età.
Molti giovani arrivano in terapia non perché “stanno male in modo grave”, ma perché faticano a gestire emozioni, relazioni o cambiamenti. Riconoscere questo bisogno è già un primo passo di tutela.

Pensi di essere ADHD?
Compila il test di autovalutazione! Ti darà un’indicazione sull’opportunità di approfondire con diagnosi e terapia. Bastano 3 minuti per avere il risultato.
Da che età si può iniziare un percorso psicologico?
Non esiste un’età minima universale per iniziare la terapia. In linea generale, un percorso psicologico può iniziare in qualsiasi fase dello sviluppo, purché sia adeguato all’età e alle capacità del minore.
Nei bambini più piccoli, il lavoro psicologico avviene spesso attraverso il gioco e coinvolge in modo diretto i genitori. Con la crescita, soprattutto in adolescenza, la terapia assume forme più simili a quelle dell’età adulta, pur mantenendo adattamenti specifici.
In termini pratici:
- in età infantile, la terapia è spesso centrata sul contesto familiare;
- in preadolescenza, si lavora su emozioni, comportamento e relazioni;
- in adolescenza, può emergere un bisogno di spazio individuale e riservatezza.
L’elemento chiave non è l’età anagrafica, ma la capacità del giovane di partecipare al percorso e di trarne beneficio.

Il tuo punto di riferimento per l’ADHD
Se cerchi un aiuto concreto per affrontare l’ADHD, il nostro Centro Clinico è qui per te. Offriamo diagnosi accurate, trattamenti personalizzati e supporto continuo per aiutarti a vivere al meglio.
Consenso informato: cosa prevede la legge per i minori?
Quando il paziente è minorenne, il consenso informato rappresenta un aspetto centrale. In Italia, il consenso al trattamento psicologico deve essere espresso da entrambi i genitori esercenti la responsabilità genitoriale, salvo situazioni particolari previste dalla legge.
Questo significa che:
- i genitori autorizzano l’avvio del percorso;
- lo psicologo spiega obiettivi, modalità e limiti della terapia;
- il minore viene comunque informato in modo comprensibile e rispettoso.
Con l’aumentare dell’età e della maturità, il parere del giovane assume un peso sempre maggiore. In adolescenza, la motivazione del ragazzo o della ragazza è fondamentale: una terapia imposta, anche se formalmente autorizzata, rischia di essere poco efficace.
Secondo lo studio del 2016 “Informed consent and assent in child and adolescent mental health” di Ford et al., il coinvolgimento attivo del minore nel processo decisionale aumenta l’alleanza terapeutica e l’efficacia del trattamento, soprattutto negli adolescenti.

Non lasciare che la depressione prenda il sopravvento
La depressione può sembrare un ostacolo insormontabile. Al nostro Centro Clinico, ti offriamo percorsi terapeutici su misura per aiutarti a ritrovare benessere ed equilibrio.
Il ruolo dei genitori: coinvolgimento sì, invasione no
Uno dei dubbi più frequenti riguarda il ruolo dei genitori durante la terapia. È importante chiarire che coinvolgimento non significa controllo totale del percorso.
Il ruolo dei genitori cambia in base all’età:
- nei bambini, sono parte attiva del lavoro terapeutico;
- nei preadolescenti, collaborano con lo psicologo nel rispetto degli spazi del minore;
- negli adolescenti, il coinvolgimento è più limitato e mirato.
In adolescenza, la riservatezza diventa un elemento cruciale. Lo psicologo tutela lo spazio del giovane, condividendo con i genitori solo informazioni generali sull’andamento del percorso, salvo situazioni di rischio.
Secondo l’articolo del 2002 “Confidentiality in adolescent mental health care” di Ford e English, la garanzia di riservatezza favorisce l’accesso alle cure e l’apertura emotiva degli adolescenti, senza escludere il ruolo di protezione dei genitori.
Questo equilibrio permette di sostenere il giovane senza compromettere la fiducia nel percorso terapeutico.

Pensi di soffrire di depressione?
Compila il test di autovalutazione! Ti darà un’indicazione sull’opportunità di avviare un percorso clinico di supporto. Bastano 2 minuti per avere il risultato.
Quando il giovane chiede terapia e i genitori sono incerti
Può accadere che sia il giovane a chiedere aiuto, mentre i genitori siano dubbiosi o minimizzino il problema. In questi casi, ascoltare la richiesta è fondamentale, anche quando il disagio non appare evidente dall’esterno.
L’adolescenza è una fase di forte trasformazione emotiva e identitaria. Sentirsi ascoltati e presi sul serio può fare la differenza tra un disagio transitorio e uno più strutturato.
Alcuni segnali che meritano attenzione includono:
- ritiro sociale;
- cambiamenti improvvisi dell’umore;
- difficoltà scolastiche persistenti;
- isolamento emotivo;
- richieste esplicite di aiuto.
Ignorare o rimandare può rafforzare il senso di incomprensione. La terapia non è un segno di fallimento genitoriale, ma uno strumento di supporto.

Quando i genitori spingono verso un percorso psicologico e il giovane resiste
La situazione opposta è altrettanto comune: genitori motivati e giovani resistenti. In questi casi è importante evitare forzature.
Una terapia efficace richiede almeno un minimo di disponibilità interna. Spesso è utile iniziare con colloqui di orientamento, spiegando al giovane cosa aspettarsi e chiarendo che:
- non si tratta di un interrogatorio;
- non è uno spazio di giudizio;
- non è obbligatorio “parlare di tutto” subito.Rispettare i tempi del giovane favorisce un avvicinamento più autentico e riduce il rischio di abbandono precoce.
Perché iniziare presto può fare la differenza?
Avviare un percorso psicologico in giovane età non significa etichettare o definire rigidamente una persona. Al contrario, significa offrire strumenti prima che il disagio si strutturi.
Intervenire precocemente può:
- migliorare la regolazione emotiva;
- rafforzare l’autostima;
- prevenire problematiche più gravi;
- favorire una maggiore consapevolezza di sé.
La terapia diventa così uno spazio di crescita, non solo di “cura”.
Ti stai chiedendo se la terapia sia adatta a tuo figlio o a te come giovane?
Capire da che età si può iniziare una terapia e come funziona il consenso è un passo fondamentale per fare scelte consapevoli. Ogni situazione è diversa e merita una valutazione attenta.
GAM Medical, centro di psichiatria e psicoterapia italiano, si avvale di psicoterapeuti specializzati nella salute mentale dell’età evolutiva, che operano attraverso percorsi di psicoeducazione e supporto psicologico rivolti a giovani e famiglie. L’intervento è costruito in modo integrato, favorendo un dialogo strutturato tra minore, genitori e équipe clinica, nel rispetto dei tempi evolutivi e dei bisogni specifici di ciascuno.
Questo è contenuto divulgativo e non sostituisce le diagnosi di un professionista. Se ti è piaciuto l’articolo, condividilo.
Fonti:
- https://www.researchgate.net/publication/240317119_Informed_Assent_and_Informed_Consent_in_the_Child_and_Adolescent
- https://psycnet.apa.org/record/2016-42813-017



