Come gestire le ricadute ADHD senza mollare il percorso (piano anti-dropout)?

Tempo di lettura: 6 minuti

Paino anti dropout e adhd

Ti è capitato di iniziare un percorso per l’ADHD con motivazione e poi sentirti improvvisamente bloccato, stanco o scoraggiato?

Nel trattamento del Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD o DDAI) le ricadute non sono rare. Alcune persone saltano appuntamenti, interrompono strategie che stavano funzionando o attraversano periodi in cui tutto sembra tornare “come prima”. Questo può generare frustrazione, senso di fallimento e la tentazione di abbandonare completamente il percorso.

In realtà, nel lavoro terapeutico con l’ADHD, momenti di blocco, discontinuità o perdita di motivazione possono far parte del processo. Per questo motivo, costruire strategie realistiche per affrontare le ricadute è spesso più utile che cercare di mantenere una costanza perfetta.

In questo articolo di GAM Medical vedremo perché alcune persone interrompono il trattamento ADHD, quali segnali aumentano il rischio di dropout e come costruire un piano pratico anti-dropout ADHD per restare nel percorso anche nei momenti più difficili. 

Perché durante una ricaduta ADHD aumenta il rischio di dropout?

Durante una ricaduta ADHD, il rischio di dropout può aumentare perché la persona si trova proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di continuità, ma ha meno energie per mantenerla. Il percorso può iniziare a sembrare troppo impegnativo, troppo lento o troppo distante dai risultati sperati.

Quando le difficoltà tornano più intense, possono riattivarsi pensieri come “non sta funzionando”, “non sono capace”, “tanto mollo sempre” o “non ha senso continuare”. Questi pensieri possono sembrare conclusioni lucide, ma spesso nascono dal sovraccarico del momento. La ricaduta cambia il modo in cui la persona legge sé stessa, il percorso e i progressi fatti.

Il dropout non avviene sempre perché la persona non vuole più essere aiutata. A volte succede perché rispondere a un messaggio diventa difficile, riorganizzare un appuntamento sembra troppo, parlare della ricaduta fa vergognare o tornare in seduta dopo una pausa sembra impossibile. La persona può iniziare a evitare proprio il luogo in cui potrebbe portare ciò che sta accadendo.

In queste fasi, anche una seduta può sembrare un’altra richiesta da gestire. Se il percorso è percepito come qualcosa in cui bisogna “andare bene”, “fare i compiti” o dimostrare miglioramenti, la ricaduta può far sentire la persona fuori posto. Il rischio è trasformare un momento di difficoltà in una prova di fallimento.

Per questo è importante leggere il dropout non come mancanza di volontà, ma come possibile segnale di sovraccarico. Una ricaduta ADHD non dovrebbe portare automaticamente a interrompere il percorso. Può diventare, invece, un momento da osservare insieme per capire cosa non sta reggendo e quali parti del supporto vanno rese più sostenibili.

I segnali che stai entrando in una fase a rischio ricaduta ADHD

Una fase a rischio ricaduta spesso non inizia con un crollo improvviso. Secondo gli studi sul funzionamento esecutivo nell’ADHD (Barkley R.A.), può iniziare con piccoli segnali che si accumulano. La persona ADHD può accorgersi che le routine saltano più facilmente, che le cose si accumulano, che rispondere ai messaggi diventa più pesante o che ogni attività richiede più energia del solito.

Un segnale frequente è la perdita di continuità. Le strategie che prima aiutavano vengono abbandonate, non perché siano inutili, ma perché in quel momento sembrano troppo faticose da mantenere. La lista resta vuota, il calendario non viene controllato, gli appuntamenti vengono rimandati, le priorità si confondono e ogni compito sembra più grande di quello che è.

Anche l’evitamento può aumentare. La persona può iniziare a non aprire le mail, non rispondere al terapeuta, rimandare una seduta, evitare conversazioni importanti o lasciare che piccole difficoltà diventino sempre più grandi. Più passa il tempo, più tornare indietro sembra complicato.

Sul piano emotivo possono comparire irritabilità, senso di colpa, vergogna, frustrazione o pensieri molto rigidi su di sé. Frasi come “sono sempre uguale”, “non cambio mai” o “non riesco a portare avanti niente” possono indicare che la ricaduta non sta riguardando solo l’organizzazione, ma anche il modo in cui la persona sta interpretando il proprio valore.

Riconoscere questi segnali non serve a giudicarsi prima. Serve a intervenire prima. Se la persona sa che sta entrando in una fase a rischio, può ridurre il carico, chiedere supporto, semplificare gli obiettivi e restare agganciata al percorso invece di aspettare che tutto diventi ingestibile.

Il piano anti-dropout per ADHD: prepararlo quando stai meglio

Un piano anti-dropout funziona meglio se viene preparato quando la persona sta relativamente meglio. Nei momenti di ricaduta, infatti, può essere difficile pensare con lucidità, spiegare cosa succede o prendere decisioni equilibrate. Avere un piano già pronto riduce il rischio di sparire, interrompere tutto o rimandare finché il percorso sembra ormai perso.

Il piano dovrebbe partire da una domanda semplice: cosa succede di solito quando sto per mollare? Alcune persone smettono di rispondere ai messaggi. Altre saltano gli appuntamenti. Altre ancora iniziano a pensare che il percorso non serva, ma senza riuscire a parlarne apertamente. Conoscere il proprio schema permette di preparare una risposta prima che si attivi.

Una parte utile del piano può essere una frase già pronta da inviare al professionista. Per esempio: “Sono in una fase di ricaduta e mi viene voglia di mollare il percorso. Non riesco a spiegare tutto adesso, ma vorrei parlarne prima di interrompere”. Una frase così riduce lo sforzo di contatto e permette di mantenere aperto il collegamento anche quando spiegarsi sembra impossibile.

Il piano può prevedere anche una modalità minima di continuità. In una fase difficile, forse non è realistico mantenere tutti gli obiettivi, fare esercizi tra una seduta e l’altra o seguire una routine completa. Può però essere realistico presentarsi alla seduta, fare un incontro più centrato sulla stabilizzazione o ridurre temporaneamente il carico.

Il punto del piano anti-dropout non è impedire ogni difficoltà. È evitare che una difficoltà diventi automaticamente un’interruzione. Quando il piano è chiaro, la persona non deve scegliere tra fare tutto perfettamente e mollare tutto. Può scegliere una terza via: restare nel percorso, ma con meno pressione.

Quando cambiare strategia invece di mollare il percorso?

Quando una ricaduta ADHD si presenta, può venire spontaneo pensare che il percorso non stia funzionando. A volte però il problema non è il percorso in sé, ma una strategia che non è più adatta al momento, al carico o al modo in cui la persona sta funzionando in quella fase.

Una strategia può funzionare per alcune settimane e poi smettere di essere sostenibile. Una routine può sembrare utile all’inizio, ma diventare troppo rigida. Un sistema di organizzazione può aiutare nei giorni buoni, ma crollare appena aumentano stress, stanchezza o imprevisti. Questo non significa che la persona sia incapace di cambiare. Significa che la strategia va adattata.

Cambiare strategia può voler dire ridurre gli obiettivi, rendere più brevi le attività, usare promemoria più visibili, semplificare le liste, lavorare su una sola priorità o modificare il modo in cui vengono gestiti gli appuntamenti. Può anche voler dire parlare con il professionista del fatto che alcuni compiti tra una seduta e l’altra sono troppo pesanti o poco chiari.

È importante distinguere tra “questo non funziona” e “io non funziono”. La prima frase apre possibilità. La seconda chiude tutto. Una ricaduta può indicare che serve più struttura, meno struttura, più supporto, più flessibilità o un obiettivo diverso. Non deve diventare una sentenza sulla persona.

Mollare il percorso può sembrare una soluzione immediata perché riduce la pressione nel breve periodo. Ma se il problema resta, spesso la fatica ritorna più avanti. Cambiare strategia, invece, permette di usare la ricaduta come informazione e non come prova di fallimento.

Un percorso ADHD efficace dovrebbe poter includere aggiustamenti. Non deve funzionare solo quando la persona riesce a essere costante, ordinata e motivata. Deve poter reggere anche i momenti in cui queste capacità calano.

Come trasformare la ricaduta ADHD in informazioni utili?

Una ricaduta ADHD può essere dolorosa, ma può anche offrire informazioni importanti. Invece di leggerla solo come una regressione, può essere utile chiedersi che cosa sta mostrando. Spesso la ricaduta segnala un punto in cui il sistema era troppo fragile, troppo rigido o troppo carico.

Dopo una fase difficile, può essere utile ricostruire cosa è successo prima. Forse c’è stato un periodo di poco sonno, troppe richieste, cambiamenti improvvisi, stress emotivo, sovraccarico lavorativo, interruzione delle routine o mancanza di recupero. La ricaduta raramente arriva dal nulla. Di solito ci sono segnali che, guardati dopo, diventano più riconoscibili.

Trasformare la ricaduta in informazioni utili significa anche osservare quali strategie non hanno retto. Forse la to-do list era troppo lunga, il piano troppo ambizioso, le aspettative troppo alte o il supporto troppo poco presente. Questo non rende inutile il percorso. Al contrario, permette di renderlo più realistico.

La domanda non dovrebbe essere “perché sono ricaduto/a di nuovo?”, ma “quali condizioni hanno reso più probabile questa ricaduta?”. Questo cambio di prospettiva riduce il senso di colpa e aiuta a costruire prevenzione. Se si capisce cosa precede il peggioramento, diventa più facile intervenire prima la volta successiva.

Anche il dropout può diventare un’informazione. Se la persona tende a sparire quando si sente in colpa, il percorso può includere strategie specifiche per restare in contatto. Se tende a interrompere quando non vede risultati rapidi, si può lavorare sulle aspettative. Se salta le sedute quando è sovraccarica, si può preparare una modalità di rientro più semplice.

Una ricaduta non cancella i progressi. Può mostrare cosa va modificato perché i progressi diventino più stabili. Il percorso non deve essere perfetto per essere utile. Deve essere abbastanza flessibile da permettere alla persona con Disturbo dell’Attenzione e Iperattività di riprendere, anche dopo una fase difficile.

In alcune situazioni, lavorare con professionisti esperti in trattamenti ADHD può aiutare a costruire strategie più sostenibili e compatibili con il proprio funzionamento attentivo ed emotivo.

Questo è contenuto divulgativo e non sostituisce le diagnosi di un professionista. Se ti è piaciuto l’articolo, condividilo.

Fonti:

  • https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/22306052/

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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