ADHD e il bias del “pensavo di averlo fatto”

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ADHD e il bias del "pensavo di averlo fatto"

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“Ero convinto di averlo fatto”, “Ti giuro che me lo ricordo”, “Com’è possibile che non l’abbia fatto?”. Il cosiddetto bias del “pensavo di averlo fatto”, frequente nell’ADHD, descrive proprio questa esperienza: essere sinceramente convinti di aver completato un’azione che, in realtà, era stata soltanto pensata, programmata o iniziata mentalmente.

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Perché nell’ADHD si può pensare di aver fatto qualcosa?

Ogni attività quotidiana attraversa diversi passaggi mentali. Prima formuliamo un’intenzione, poi pianifichiamo l’azione, la iniziamo, la portiamo avanti e, infine, registriamo il fatto che sia stata completata.

In condizioni ideali, questi momenti rimangono sufficientemente distinti:

  • devo rispondere a quel messaggio;
  • apro la conversazione;
  • penso a cosa scrivere;
  • invio la risposta;
  • registro mentalmente di averlo fatto.

Nell’ADHD, tuttavia, il monitoraggio di questa sequenza può essere meno stabile. La persona può aver aperto il messaggio, formulato mentalmente la risposta e immaginato con chiarezza l’azione di inviarla.

In seguito, ricorderà correttamente di essersi occupata di quel messaggio, ma potrebbe non distinguere con precisione quale fase del compito sia stata realmente raggiunta.

Il ricordo dell’intenzione può quindi essere interpretato come ricordo dell’esecuzione. Non perché i due eventi siano identici, ma perché hanno lasciato alcune tracce comuni: lo stesso contenuto, lo stesso obiettivo, lo stesso contesto e, talvolta, persino una parte della stessa fatica mentale.

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ADHD: quando intenzione e azione si confondono

Pensare a un’azione non è un processo passivo. Quando programmiamo un compito, possiamo anticiparne i passaggi, immaginare le difficoltà, formulare frasi, prendere decisioni e prepararci a iniziare. Se questa rappresentazione mentale è particolarmente dettagliata, il ricordo successivo può conservare una sensazione di familiarità molto intensa.

La mente ricorda di aver “lavorato” su quella cosa. Ricorda il contenuto dell’azione e il ragionamento che l’ha accompagnata. Può quindi formarsi una conclusione apparentemente logica: se lo ricordo così bene, devo averlo fatto.

Il problema non riguarda necessariamente il contenuto del ricordo, ma la sua fonte. La persona ricorda effettivamente qualcosa, ma può avere difficoltà a stabilire se quel ricordo provenga:

  • dall’aver immaginato l’azione;
  • dall’averla programmata;
  • dall’averla iniziata;
  • dall’averla completata davvero;
  • dall’aver svolto una situazione molto simile in un altro momento.

La familiarità del ricordo viene così scambiata per una prova del completamento.

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Quali funzioni cognitive possono essere coinvolte?

Il fenomeno può essere compreso considerando alcune delle aree che, nell’ADHD adulto, possono presentare un funzionamento discontinuo.

La memoria di lavoro permette di mantenere temporaneamente attive le informazioni necessarie per portare avanti un compito. Non serve soltanto a ricordare cosa dobbiamo fare, ma anche a tenere traccia di ciò che abbiamo già fatto mentre l’attività è ancora in corso. Un’interruzione, una distrazione o il passaggio improvviso a un altro stimolo possono indebolire questa registrazione.

La memoria prospettica riguarda invece la capacità di ricordarsi di compiere un’azione futura: inviare un documento, richiamare una persona, prendere un farmaco o pagare una bolletta. Ricordare l’intenzione, però, non garantisce che venga registrato altrettanto chiaramente il momento della sua realizzazione.

Anche l’attenzione svolge un ruolo centrale. Se l’azione viene compiuta in modo rapido, automatico o mentre l’attenzione è già orientata altrove, il cervello può non codificare in maniera sufficientemente distinta il suo completamento. Al contrario, una lunga preparazione mentale può ricevere molta più attenzione dell’azione concreta.

Infine, le funzioni esecutive e l’automonitoraggio aiutano a verificare lo stato di avanzamento: ho iniziato? Ho concluso? Manca un passaggio? Il risultato è stato registrato? Quando questo controllo interno è discontinuo, il confine tra intenzione e completamento può diventare meno affidabile.

Non è una compromissione dell’esame di realtà

È importante chiarire che questa esperienza non implica una perdita di contatto con la realtà. La persona ADHD non è generalmente incapace di distinguere ciò che è reale da ciò che è immaginato.

La convinzione di aver compiuto un’azione nasce da un errore circoscritto nella ricostruzione della sequenza: si ricorda di aver pensato al compito, di essersene occupati mentalmente o di averne avviato una parte, ma non è stato registrato con sufficiente precisione se l’ultimo passaggio sia avvenuto davvero.

Quando emergono prove concrete — il messaggio è ancora nelle bozze, la bolletta risulta non pagata, il documento non è stato inviato — la persona riconosce normalmente l’accaduto. La sua reazione può però essere di autentico stupore, perché l’esperienza soggettiva precedente era accompagnata da una forte sensazione di certezza.

Non si tratta quindi di non riconoscere la realtà, ma di attribuire a un’azione pensata lo status di azione conclusa.

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Quando nell’ADHD il costo mentale di un compito può sembrare il costo dell’esecuzione

C’è poi un ulteriore aspetto, spesso meno visibile. Per molte persone ADHD, avvicinarsi mentalmente a un compito può richiedere un investimento e un impegno cognitivo considerevole.

Prima ancora di cominciare, la persona può aver:

  • pensato ripetutamente all’attività;
  • cercato di trovare il momento adatto;
  • valutato da dove iniziare;
  • anticipato tutti i passaggi;
  • provato a superare la resistenza all’avvio;
  • gestito ansia, frustrazione o senso di sopraffazione;
  • interrotto e ripreso più volte la preparazione.

A livello soggettivo, è già stato sostenuto un costo. La persona può sentirsi affaticata come se avesse realmente eseguito il compito, perché una parte significativa dello sforzo è già avvenuta sul piano cognitivo ed emotivo.

Questo non significa che pensare a un’attività equivalga a realizzarla. Aiuta però a comprendere perché la sensazione di averla completata possa essere così concreta. La mente ha effettivamente attraversato qualcosa: non sempre, però, ciò che ha attraversato coincide con l’esecuzione esterna dell’azione.

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Esempi del bias del “pensavo di averlo fatto” nell’ADHD

Il bias del “pensavo di averlo fatto” può riguardare azioni molto diverse. Ripensando alle situazioni che più spesso ci vengono raccontate in seduta e alla frustrazione che le accompagna, alcuni esempi che ci vengono in mente sono:

  • essere convinti di aver risposto a un messaggio, dopo aver formulato mentalmente la risposta;
  • credere di aver fissato un appuntamento, dopo aver controllato le disponibilità;
  • ricordare di aver pagato una scadenza, quando si era soltanto aperta l’applicazione bancaria;
  • pensare di aver inviato un allegato, perché il file era già stato selezionato o preparato;
  • essere certi di aver comunicato un’informazione al partner o a un collega, dopo averla ripetuta molte volte nella propria mente;
  • credere di aver assunto un farmaco, perché si era pensato al momento in cui prenderlo;
  • essere convinti di aver riposto un oggetto, avendo immaginato il posto in cui metterlo;
  • ricordare di aver completato un’attività domestica, quando ne erano stati svolti soltanto i passaggi iniziali.

Questi episodi possono diventare più frequenti nei periodi di sovraccarico, quando sono presenti numerosi compiti contemporanei, molte interruzioni, poco riposo o un’elevata pressione emotiva.

ADHD e azioni dimenticate: le conseguenze nella vita quotidiana

Dall’esterno, dimenticare un’azione può sembrare una semplice disattenzione. Il problema è che la persona, fino a quel momento, non percepiva affatto di aver dimenticato. Era convinta di averla portata a termine.

La scoperta può quindi generare confusione, frustrazione e sfiducia verso la propria memoria. In alcune persone compaiono pensieri come: “Non posso fidarmi di me”, “Come faccio a essere così sicuro di una cosa falsa?” oppure “Se non ricordo nemmeno questo, cos’altro potrei essermi perso?”.

Anche le relazioni possono risentirne. Un’altra persona potrebbe interpretare l’episodio come superficialità, irresponsabilità o tentativo di evitare le conseguenze. Frasi come “Te l’avevo detto che non l’avevi fatto” o “Trovi sempre una scusa” rischiano di aumentare il senso di inadeguatezza, senza aiutare a comprendere il meccanismo.

Riconoscere il fenomeno non significa eliminare la responsabilità dell’azione mancata. Significa distinguere tra mancanza di interesse e difficoltà nel monitorare il completamento. Questa distinzione è importante per individuare strategie realmente utili, invece di affidarsi soltanto alla volontà o ai rimproveri.

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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