Gaslighting nel DOC

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Gaslighting nel DOC

Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) può essere interpretato, da un punto di vista psicologico e fenomenologico, come una forma di gaslighting interno, cioè un processo in cui la persona finisce per mettere continuamente in dubbio la propria percezione, i propri ricordi e il proprio giudizio.

Le ossessioni funzionano spesso come una voce interna che insinua il dubbio (“E se non avessi chiuso il gas?”, “E se avessi fatto qualcosa di sbagliato senza accorgermene?”), portando l’individuo a non fidarsi più della propria esperienza diretta e a cercare continue verifiche o rassicurazioni.

In questo senso, la mente stessa diventa una sorta di interlocutore che contraddice e destabilizza il soggetto.

Allo stesso tempo, nelle relazioni interpersonali, alcune dinamiche del DOC — come il bisogno costante di conferme, le richieste ripetute di rassicurazione o il controllo delle azioni altrui — possono far apparire la persona ossessiva, agli occhi degli altri, come se stesse esercitando una forma di gaslighting o di pressione cognitiva sugli altri, anche se ciò avviene generalmente in modo non intenzionale e come conseguenza del disturbo stesso.

Cosa si intende per gaslighting?

Il gaslighting è una forma di manipolazione psicologica in cui una persona cerca di far dubitare un’altra della propria percezione della realtà, dei propri ricordi o del proprio giudizio. Attraverso negazioni, contraddizioni, minimizzazioni o reinterpretazioni dei fatti, il manipolatore porta progressivamente la vittima a sentirsi confusa, insicura e dipendente dal suo punto di vista.

Il termine deriva dal film Gaslight (1944), in cui un uomo manipola la moglie facendole credere di stare perdendo la sanità mentale, tra le altre cose negando cambiamenti evidenti nell’ambiente domestico.

In psicologia, il gaslighting viene spesso discusso nel contesto di relazioni abusive o fortemente sbilanciate, perché mina la fiducia che una persona ha nelle proprie capacità cognitive ed emotive, rendendola più vulnerabile al controllo dell’altro.

Percezione di gaslighting interno nel disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)

Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) può essere letto, in senso metaforico, come una forma di gaslighting interno, cioè come un processo psicologico in cui la persona viene spinta a dubitare continuamente di ciò che ha percepito, pensato o fatto.

Anche quando il soggetto sa di aver compiuto correttamente un’azione — per esempio chiudere la porta, spegnere il gas, lavarsi le mani in modo adeguato o controllare un oggetto — il dubbio ossessivo riappare e insinua che forse non sia abbastanza, che qualcosa possa essere andato storto, che ci sia stato un errore, una dimenticanza o una colpa non vista.

In questo senso, il DOC produce una vera e propria frattura interna tra esperienza e sospetto: da una parte c’è ciò che la persona ha fatto e percepito, dall’altra c’è una voce interna che contesta, smentisce, invalida.

È proprio questa dinamica a rendere particolarmente efficace la metafora del gaslighting: la persona finisce per non sentirsi più un testimone affidabile di sé stessa. Il proprio ricordo non basta, la propria percezione non convince, il proprio giudizio non rassicura.

Di conseguenza, per cercare di ridurre l’angoscia e recuperare un senso di certezza, il soggetto può sentirsi costretto a mettere in atto verifiche, controlli, ripetizioni o rituali compulsivi.

Si crea così un circolo particolarmente doloroso:

  • l’ossessione introduce il dubbio;
  • il dubbio mette in crisi la fiducia in sé;
  • la perdita di fiducia spinge alla compulsione;
  • la compulsione, invece di risolvere il problema, rinforza l’idea che il dubbio fosse fondato.

Per questo il DOC può essere descritto come un dialogo interno destabilizzante, in cui il pensiero ossessivo assume il ruolo di una presenza mentale che contraddice costantemente l’esperienza vissuta.

La persona non è più libera di affidarsi a ciò che sa, sente o ricorda, ma si trova intrappolata in una continua trattativa con il dubbio.

Il risultato è una progressiva erosione della fiducia in sé stessi: ciò che dovrebbe apparire semplice, evidente o concluso non viene mai sentito come davvero certo. In questa prospettiva, il DOC non è solo un disturbo fatto di sintomi e rituali, ma anche un’esperienza profonda di disconferma interiore, in cui il soggetto si sente messo in crisi dalla propria stessa mente.

Dal Gaslighting esperito al gaslighting perpetuato nel DOC

Quando le ossessioni e le compulsioni si estendono oltre la sfera interna e invadono la vita quotidiana e le relazioni, la persona con disturbo ossessivo-compulsivo può finire per coinvolgere, spesso inconsapevolmente, anche chi le sta accanto nel proprio sistema di dubbi, controlli e rassicurazioni.

In questi casi, dall’esterno, alcuni suoi comportamenti possono assomigliare a una forma di gaslighting, perché mettono ripetutamente in discussione ciò che l’altro ha fatto, visto, ricordato o già verificato.

Non si tratta, però, di una manipolazione intenzionale: il punto centrale è che il dubbio ossessivo non rimane confinato nella mente della persona, ma tende a riversarsi nello spazio condiviso, trasformando la convivenza, la coppia o la vita familiare in un terreno continuamente attraversato dall’incertezza.

Può accadere, per esempio, che la persona chieda più volte conferma su un’azione già compiuta, che domandi di ricontrollare un oggetto, una porta, il gas, una prescrizione, una pulizia, o che metta in dubbio la correttezza di un gesto fatto da un familiare o dal partner.

A forza di essere interrogato, corretto o richiamato a verificare di nuovo, l’altro può iniziare a sentirsi come se la propria esperienza non fosse più sufficiente, come se ciò che vede o ricorda non bastasse mai davvero.

È proprio qui che nasce l’impressione di una dinamica simile al gaslighting: non perché vi sia una volontà di confondere l’altro, ma perché l’altro viene trascinato dentro un clima di dubbio continuo che finisce per logorare la spontaneità e la fiducia nelle proprie percezioni.

Questa dinamica può svilupparsi in modi diversi:

  • attraverso richieste ripetute di rassicurazione, come domande continue del tipo: “Sei sicuro?”, “Hai controllato bene?”, “Non ti sei dimenticato nulla?”;
  • attraverso il coinvolgimento dell’altro nei rituali compulsivi, per esempio chiedendo di verificare, pulire, ordinare o ripetere determinate azioni;
  • attraverso la correzione o la contestazione frequente delle azioni altrui, che può far sentire l’altra persona perennemente sotto esame;
  • attraverso la trasmissione del dubbio, per cui ciò che inizialmente apparteneva solo alla persona con DOC finisce per contaminare anche il pensiero di chi vive con lei;
  • attraverso la creazione di un clima relazionale di incertezza, in cui nulla sembra mai definitivamente concluso o sufficientemente sicuro.

Dal punto di vista di chi convive con una persona ossessiva, tutto questo può produrre effetti emotivi molto concreti. L’altro può sentirsi:

  • confuso;
  • stanco;
  • costantemente sollecitato a confermare;
  • indotto a ricontrollare anche ciò che sa di aver già fatto;
  • progressivamente meno sicuro del proprio modo di agire o di ricordare.

Per questo, sul piano relazionale, la persona DOC può sembrare una “gaslighter”: perché il suo dubbio, invece di restare interno, si estende all’altro e finisce per mettere in crisi anche l’altrui senso di certezza.

Ma la differenza fondamentale rispetto al gaslighting vero e proprio è decisiva e va chiarita con forza: nel gaslighting autentico c’è generalmente una componente di manipolazione, di controllo e di intenzionalità relazionale; nel DOC, invece, questo meccanismo nasce soprattutto dal tentativo disperato di abbassare l’ansia, neutralizzare il pericolo percepito e ottenere una rassicurazione che, però, dura solo per poco.

In altre parole, la persona con DOC non cerca di dominare la realtà dell’altro: cerca, piuttosto, di trovare sollievo dalla propria angoscia. Tuttavia, poiché questo sollievo passa spesso attraverso il coinvolgimento delle persone vicine, l’effetto relazionale può essere ugualmente pesante.

È per questo che, in una lettura più dinamica del disturbo, si può dire che il DOC non colpisce soltanto l’interiorità del soggetto, ma tende anche a organizzare attorno a sé un campo relazionale fatto di dubbi, verifiche e continue richieste di conferma, nel quale gli altri possono sentirsi, a loro volta, destabilizzati.

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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