L’autismo è una condizione del neurosviluppo caratterizzata da una grande variabilità di profili, bisogni e modalità di funzionamento. Accanto alla descrizione clinica e comportamentale, negli anni la ricerca ha proposto diverse ipotesi neuropsicologiche per spiegare alcune difficoltà ricorrenti e, soprattutto, per comprendere come le persone nello spettro elaborano informazioni sociali, comunicative e cognitive.
Questi modelli non vanno intesi come etichette rigide né come spiegazioni “uniche” e definitive: al contrario, rappresentano cornici interpretative che mettono a fuoco specifici processi mentali e aiutano a collegare osservazioni quotidiane, risultati sperimentali e possibili implicazioni educative o cliniche.
Tra le ipotesi più influenti troviamo: il deficit della teoria della mente, che riguarda la comprensione degli stati mentali propri e altrui; il deficit della coerenza centrale, legato al modo in cui vengono integrate le informazioni per costruire una visione d’insieme; e il deficit delle funzioni esecutive, cioè l’insieme di abilità che permettono di pianificare, inibire risposte non adeguate e adattarsi ai cambiamenti.
Nei paragrafi che seguono verranno presentate queste tre prospettive, evidenziandone i concetti chiave e il contributo alla comprensione delle caratteristiche neuropsicologiche dell’autismo.

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Ipotesi del deficit della teoria della mente nell’autismo (Baron-Cohen)
L’ipotesi del deficit della teoria della mente, sviluppata da Simon Baron-Cohen, è una delle più conosciute per spiegare alcune difficoltà socio-comunicative nell’autismo.
Per teoria della mente si intende la capacità di capire che le persone hanno stati mentali (pensieri, emozioni, desideri, intenzioni, credenze) che possono essere diversi dai nostri e persino diversi dalla realtà.
Questa abilità è fondamentale per interpretare ciò che accade nelle interazioni: permette di intuire “cosa l’altro sa”, “cosa vuole”, “perché ha detto quella frase”, “che cosa si aspetta da me”.
Secondo questa ipotesi, nelle persone autistiche tale competenza può svilupparsi in modo atipico o risultare meno spontanea, rendendo più difficile attribuire stati mentali a sé e agli altri.
Questo non significa assenza di emozioni o “mancanza di empatia” in senso generale: qui si parla soprattutto di empatia cognitiva, cioè della comprensione della prospettiva mentale altrui.
Di conseguenza, alcune situazioni sociali possono diventare più faticose: cogliere ironia e sarcasmo, capire i sottintesi, interpretare segnali ambigui (tono di voce, espressioni, contesto), gestire turni di conversazione o regole “non dette”. In questi casi la persona può affidarsi di più a regole esplicite, routine o strategie apprese, perché “leggere” la mente dell’altro in modo immediato richiede un carico maggiore.
La ricerca ha studiato questa ipotesi anche con compiti sulle false credenze, che verificano se si comprende che un’altra persona può avere un’idea sbagliata rispetto alla realtà.
Molti risultati hanno sostenuto l’ipotesi, ma oggi si riconosce che il quadro è variabile: alcune persone con disturbo dello spettro dell’autismo superano questi test (soprattutto in contesti strutturati), ma possono comunque faticare nella vita quotidiana, dove le interazioni sono rapide e piene di informazioni da integrare.
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Ipotesi del deficit del funzionamento centrale dell’autismo
L’ipotesi del deficit del funzionamento centrale, proposta da Uta Frith e sviluppata da Francesca Happé, è spesso indicata come ipotesi della debole coerenza centrale.
Con questa espressione si intende la tendenza, tipica dello sviluppo “medio”, a integrare automaticamente le informazioni e a costruire un significato globale: quando osserviamo una scena, ascoltiamo un discorso o leggiamo un testo, di solito cogliamo rapidamente “il senso generale”, mettendo insieme indizi diversi (contesto, esperienza, tono di voce, elementi visivi).
Secondo questa ipotesi, in molte persone autistiche questa spinta verso l’insieme sarebbe meno spontanea, mentre risulterebbe più forte e immediata l’elaborazione dei dettagli.
In concreto, questo significa che può esserci una maggiore abilità (o preferenza) nel notare particolari, regolarità e differenze minime, ma anche una maggiore difficoltà a “fare sintesi” quando il compito richiede di collegare tra loro elementi provenienti da canali diversi o di interpretare informazioni ambigue.
Ad esempio, nella comunicazione può diventare più complesso comprendere un messaggio che dipende molto dal contesto: il significato di una frase cambia se detta scherzando o seriamente, se accompagnata da un certo tono di voce, se inserita in una situazione specifica.
Se l’attenzione si concentra soprattutto su una parte dell’informazione (per esempio le parole letterali), il “senso complessivo” può risultare meno immediato.
Anche nella vita quotidiana questo può tradursi in difficoltà quando bisogna orientarsi in ambienti ricchi di stimoli (rumori, luci, persone, segnali simultanei) o quando serve individuare rapidamente ciò che è davvero rilevante.
È importante però sottolineare che questa ipotesi non descrive solo un “deficit”: la focalizzazione sul dettaglio può essere anche un punto di forza.
In molti casi si associa a precisione, cura, abilità nel riconoscere pattern, nel ricordare informazioni specifiche o nel lavorare con sistemi strutturati.
La fatica emerge soprattutto quando viene richiesto un passaggio ulteriore: non solo vedere i pezzi, ma costruire una “mappa” unica che li colleghi, selezionando ciò che conta e scartando il resto.

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Ipotesi del deficit delle funzioni esecutive nell’autismo (Ozonoff)
L’ipotesi del deficit delle funzioni esecutive, associata in particolare ai lavori di Sally Ozonoff, interpreta molte caratteristiche dell’autismo come conseguenza di un funzionamento atipico di quei processi cognitivi di “regia” che permettono di organizzare il comportamento in modo flessibile.
Le funzioni esecutive includono abilità come la pianificazione (stabilire obiettivi e passaggi per raggiungerli), l’inibizione (bloccare risposte impulsive o non adeguate), la memoria di lavoro (tenere e manipolare informazioni mentre si svolge un compito), la flessibilità cognitiva (cambiare strategia quando le condizioni cambiano) e il monitoraggio (controllare l’andamento di ciò che si sta facendo e correggersi).
Sono competenze legate soprattutto alle aree frontali del cervello e risultano fondamentali per affrontare la complessità della vita quotidiana: organizzare la giornata, gestire più richieste insieme, passare da un’attività all’altra, adattarsi agli imprevisti, decidere cosa fare prima e cosa dopo.
Secondo questa ipotesi, in molte persone nello spettro autistico una parte di queste abilità può essere meno efficiente o richiedere un maggiore sforzo, con effetti che si notano in situazioni concrete.
Per esempio, la difficoltà di iniziare un compito (soprattutto se poco strutturato), di rispettare sequenze e tempi, o di “vedere” i passaggi necessari può portare a procrastinazione, blocchi o bisogno di guida esterna. La fatica nella flessibilità può invece manifestarsi come disagio nei cambiamenti di programma, attaccamento a routine, difficoltà nel passare rapidamente da un’idea all’altra o nel tollerare alternative.
Anche l’inibizione e l’autoregolazione possono essere coinvolte: quando l’ambiente è imprevedibile o sovraccarico, può diventare più difficile filtrare stimoli, gestire frustrazione e modulare le reazioni, con conseguenti crisi, irritabilità o ritiro. È importante notare che questi comportamenti non sono “capricci”, ma spesso segnali di un carico esecutivo troppo alto rispetto alle risorse disponibili in quel momento.
Un aspetto interessante di questa prospettiva è che le funzioni esecutive incidono sia sull’apprendimento sia sulla socialità. Anche nelle interazioni, infatti, serve pianificare cosa dire, aspettare il proprio turno, cambiare argomento, correggersi se l’altro non ha capito: tutte azioni che richiedono controllo e flessibilità.
Per questo l’ipotesi esecutiva può integrarsi con le altre: alcune difficoltà sociali possono dipendere non solo dalla comprensione degli stati mentali (teoria della mente), ma anche dalla gestione “online” del comportamento e dell’attenzione.

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