Essere neuroqueer: cosa significa?

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Essere neuroqueer: cosa significa?

Neuroqueer è un termine usato per descrivere, a seconda del contesto, sia l’esperienza di vivere la neurodivergenza in modo non conforme alle norme neurotipiche, sia l’identità di una persona che è contemporaneamente neurodivergente e queer (LGBTQIA+).

È una parola unica con due impieghi principali: nel primo caso “queer” funziona soprattutto come “fuori norma” rispetto alle aspettative sociali su comunicazione, relazioni e funzionamento quotidiano; nel secondo caso “queer” indica direttamente un’appartenenza identitaria legata a orientamento sessuale e/o identità di genere.

Chiarire questa doppia accezione è utile perché evita equivoci frequenti e permette di parlare in modo preciso di esperienze spesso sovrapposte ma non automatiche, soprattutto quando si discute di autismo e ADHD.

Neuroqueer come esperienza: vivere fuori dalle regole neurotipiche

Nella prima accezione, neuroqueer descrive un’esperienza: il fatto che molti modi di funzionare neurodivergenti producono, quasi inevitabilmente, uno scarto rispetto a ciò che la società considera “normale”.

In questo senso una persona può essere neuroqueer anche se è cisgender ed eterosessuale, perché “queer” qui non indica la sessualità ma la non conformità alle regole implicite neurotipiche.

Con l’autismo questo è particolarmente evidente: molte norme sociali si basano su segnali non detti, lettura rapida del non verbale, compromessi relazionali impliciti, tolleranza a rumore e sovraccarico, gestione “standard” di contatto visivo, turni di parola e piccoli rituali di socialità.

Le persone autistiche possono trovarsi a navigare questi codici senza che siano mai esplicitati, oppure rifiutarli perché incoerenti o troppo costosi; spesso comunicano in modo più diretto e orientato al contenuto, e hanno bisogni di autoregolazione (pause, stim, routine, chiarezza) che entrano in conflitto con ambienti progettati per neurotipici.

Con l’ADHD lo scarto riguarda spesso ritmi e produttività: tempo non lineare, difficoltà di avvio, attenzione fluttuante e iperfocus, bisogno di stimoli e motivazione, organizzazione che non segue i modelli “regolari” attesi.

In questa accezione, parlare di neuroqueer serve a nominare un punto concreto: non è che la persona “non ci prova”, è che le regole dominanti sono tarate su un tipo di mente specifico, e chi è autistico o ADHD finisce per vivere fuori copione, spesso pagando un prezzo alto in mascheramento, stanchezza e auto-colpevolizzazione.

Neuroqueer come identità: neurodivergenza e LGBTQIA+ intrecciate

Nella seconda accezione, neuroqueer è un’etichetta identitaria intersezionale: indica persone che sono sia neurodivergenti (per esempio autistiche e/o ADHD) sia queer in senso LGBTQIA+, quindi non eterosessuali e/o non cisgender, oppure comunque non riconducibili alle categorie tradizionali.

Qui non si usa “queer” come metafora di non conformità, ma come termine identitario vero e proprio, e “neuroqueer” serve a tenere insieme due dimensioni che, nella vita reale, spesso si intrecciano: la neurodivergenza può influire su come si interpretano e si sentono le norme di genere e sessualità, e viceversa l’esperienza queer può modellare il modo in cui si vive la neurodivergenza (visibilità, stigma, appartenenze, sicurezza negli spazi sociali e sanitari).

In molte comunità è emersa anche l’osservazione che tra persone autistiche e ADHD c’è una presenza rilevante di identità LGBTQIA+ e di percorsi non lineari rispetto al genere e alle relazioni.

Per alcune persone, quindi, “neuroqueer” è una parola comoda e precisa perché evita di dover sempre elencare tutto (“autisticə e non binariə”, “ADHD e bisessuale”, ecc.) e perché segnala che non si tratta di due etichette separate che convivono per caso, ma di un’esperienza integrata.

In questo senso il termine può avere una funzione pratica: creare riconoscimento, facilitare la costruzione di spazi più sicuri e competenti, e ricordare che supporto e inclusione devono considerare entrambe le dimensioni (per esempio nella comunicazione, nella sensorialità, nella gestione dell’ansia sociale, ma anche nel rispetto dei pronomi, dei percorsi di coming out, delle relazioni e dei contesti di discriminazione).

Origini del termine “neuroqueer”

Nel dibattito contemporaneo, il termine neuroqueer viene spesso attribuito a Nick Walker, che lo utilizza in modo sistematico a partire dalla metà degli anni 2010.

Questa attribuzione, però, è stata messa in discussione da ricerche successive che invitano a ricostruire una storia più ampia e accurata del termine.

Un contributo al riguardo è l’articolo di Perry Zurn, Re-citing the Origins of Neuroqueer (PMID: 40351181, DOI: 10.1353/ken.2024.a958998), che propone una rilettura critica delle origini del concetto e del modo in cui viene citato.

Secondo Zurn, attribuire neuroqueer a un singolo autore oscura il fatto che il termine nasce all’interno di conversazioni collettive tra persone neurodivergenti, molto prima della sua formalizzazione teorica.

Le fonti d’archivio mostrano che neuroqueer circolava già nei primi anni 2000 all’interno del forum Usenet alt.support.autism, uno spazio di discussione informale ma estremamente attivo, in cui persone autistiche condividevano esperienze, linguaggi e strategie di auto-descrizione.

Successivamente, tra il 2013 e il 2016, il termine viene elaborato e affinato all’interno del blog NeuroQueer, che funzionava come luogo di confronto comunitario più che come piattaforma accademica.

Neuroqueer non nasce come un termine calato dall’alto, ma come una parola che prende forma lentamente, attraverso l’uso, il confronto e il bisogno condiviso di descrivere esperienze che non trovavano spazio nel linguaggio esistente.

In questo senso, parlare di origini collettive non è solo una questione storica, ma anche politica: riconoscere che il termine è stato sviluppato da persone neuroqueer significa non cancellarle dalla loro stessa storia.

Zurn mette in parallelo questa dinamica con un dibattito analogo sul termine neurodiversità, spesso attribuito a Judy Singer.

Anche in quel caso, diversi studiosi hanno sottolineato come il concetto fosse già presente in forum e comunità online prima della sua formalizzazione accademica.

Il punto non è negare il contributo di singole figure, ma evitare una narrazione che semplifica eccessivamente processi che sono, in realtà, comunitari, distribuiti e non lineari.

Questo aspetto risuona con l’esperienza di molti lettori e lettrici di testi sulla neurodiversità.

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

ADHD e affettività, Autismo, Psicologia generale

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