Perché chi soffre di disturbi alimentari ama cucinare?

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Perché chi soffre di disturbi alimentari ama cucinare

Può sembrare un controsenso, quasi una contraddizione difficile da comprendere: ci sono persone che convivono con un disturbo alimentare, come l’anoressia nervosa, che rifiutano il cibo o lo vivono con angoscia, eppure amano cucinare.

Molte di queste persone trascorrono ore ai fornelli, preparando ricette elaborate, piatti complessi e dolci curati nei minimi dettagli.

Il cibo, che nella quotidianità diventa fonte di paura e di controllo, in cucina assume un volto diverso.

A questo si aggiunge un altro aspetto tipico del nostro tempo: la condivisione.

Non basta cucinare, spesso si sente anche il bisogno di fotografare, immortalare, rendere quei piatti visibili agli altri attraverso i social.

Così, capita di trovare profili in cui abbondano immagini di torte, biscotti decorati, piatti colorati e impiattati con estrema precisione, pubblicati magari proprio da chi, nella vita di tutti i giorni, fatica a nutrirsi.

Questa esposizione pubblica crea una sorta di vetrina: un modo per raccontare una relazione con il cibo che non passa attraverso il consumo diretto, ma attraverso la preparazione e la rappresentazione.

La domanda allora sorge spontanea: come è possibile che una persona che rifiuta il cibo ami cucinarlo? Qual è il legame tra il rifiuto di mangiare e il bisogno di creare, offrire, mostrare piatti agli altri? Perché proprio chi vive il cibo come nemico può trasformarlo in un oggetto di dedizione, di estetica e di condivisione?

Sono interrogativi che ci introducono a un tema complesso e ricco di sfumature, che approfondiremo nelle righe che seguono.

Il sapore negato: il paradosso della cucina nei disturbi del comportamento alimentare

Come abbiamo visto, può sembrare un paradosso osservare come alcune persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare nutrano al tempo stesso una vera passione per la cucina.

Eppure questo legame esiste, ed è tutt’altro che raro.

Spesso chi vive un DCA ama trascorrere ore in cucina, dedicarsi a ricette elaborate, sperimentare nuove preparazioni o curare nei minimi dettagli la presentazione dei piatti.

Per quanto possa sembrare contraddittorio, esiste una stretta relazione tra il cucinare e il disturbo alimentare.

Non si tratta, quindi, di una semplice coincidenza o di un interesse separato dalla malattia, ma di una pratica che, in modi diversi, è spesso intrecciata con i vissuti, i bisogni e le strategie di chi convive con un DCA.

Nelle prossime righe, proveremo ad esplorare i 4 principali motivi per cui alcune persone con disturbi del comportamento alimentare amano cucinare.

#1 Controllo sul cibo: quando cucinare diventa un modo per dominare il cibo

Uno dei motivi più evidenti per cui una persona con un disturbo alimentare può sviluppare una passione per la cucina riguarda il bisogno di controllo.

Cucinare permette infatti di avere pieno potere su ogni aspetto del cibo: dalla scelta degli ingredienti alla loro quantità, dal modo in cui vengono combinati fino alla presentazione finale del piatto.

In questo processo tutto diventa misurabile, ordinato, prevedibile, e quindi rassicurante. In condizioni in cui il cibo viene percepito come minaccioso o carico di ansia, poterlo gestire nei minimi dettagli restituisce una sensazione di padronanza che altrimenti sfugge.

Il cucinare diventa così un rituale in cui nulla è lasciato al caso: ogni grammo viene pesato, ogni porzione calcolata, ogni ricetta seguita con precisione quasi maniacale.

Anche se il piatto preparato non verrà mangiato da chi lo cucina, il fatto stesso di averlo creato e governato dall’inizio alla fine conferisce un senso di sicurezza e di potere.

In questo modo, la cucina si trasforma in un terreno paradossalmente protettivo: non tanto uno spazio di nutrimento, quanto un campo in cui esercitare il controllo che la malattia rende necessario.

#2 Alimentazione vicaria: vivere il cibo attraverso gli altri

Un altro motivo significativo è quello dell’alimentazione vicaria, cioè il vivere il cibo attraverso gli altri.

Per alcune persone con disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, osservare qualcuno che mangia ciò che hanno preparato diventa una fonte di piacere e appagamento sostitutivo.

Se l’atto di nutrirsi in prima persona è carico di paura, colpa o ansia, vedere amici, familiari o conoscenti che gustano un piatto cucinato da loro consente di partecipare indirettamente a quell’esperienza senza doverla affrontare davvero.

È come se il piacere e la soddisfazione che l’altro prova potessero essere assorbiti per osmosi: una sorta di nutrimento simbolico che non passa dal corpo ma dall’osservazione.

In questo senso cucinare e offrire cibo diventa un modo per restare in contatto con il mondo dell’alimentazione, ma da una posizione di distanza, quasi protetta.

La persona non mangia, ma “fa mangiare”, e in questo trova un senso di ruolo, di partecipazione e persino di gratificazione emotiva, che diventa una compensazione rispetto al vuoto lasciato dal rifiuto del cibo.

#3 Distanza protettiva dal cibo: stare vicino al cibo senza doverlo mangiare

Per molte persone con disturbi alimentari, cucinare rappresenta un modo di mantenere una distanza protettiva dal cibo.

Entrare in contatto con gli ingredienti, manipolarli, trasformarli in un piatto finito permette di relazionarsi con l’alimentazione senza dover compiere il passo che genera maggiore angoscia: mangiare.

È una vicinanza paradossale, perché il cibo è presente, viene toccato, annusato, addirittura esaltato nella sua bellezza estetica, ma non varca mai la soglia del corpo.

In questo modo, chi cucina può sentirsi parte del mondo del cibo senza esserne realmente coinvolto, quasi come se si trovasse davanti a una vetrina: osserva, prepara, controlla, ma resta separato da ciò che teme.

Questa distanza crea una barriera protettiva che riduce l’ansia e consente di trasformare un oggetto vissuto come minaccioso in qualcosa che si può maneggiare e perfino rendere gradevole, ma solo a condizione che resti esterno, non ingerito.

È un equilibrio fragile, ma che per chi soffre può rappresentare una strategia per convivere con un nemico trasformandolo in uno strumento apparentemente inoffensivo.

#4 Copertura per il proprio DCA: quando la passione diventa maschera

In alcuni casi, la passione per la cucina può funzionare come una sorta di copertura che maschera il disturbo alimentare agli occhi degli altri.

Preparare piatti elaborati, occuparsi regolarmente dei pasti della famiglia o presentarsi come “quella che ama cucinare” diventa un modo per distogliere l’attenzione dal fatto che, in realtà, si mangia poco o quasi nulla.

È una strategia sottile: mentre tutti si concentrano sull’abilità culinaria, sulla creatività e sulla dedizione verso il cibo, nessuno nota davvero l’assenza della persona nel momento del consumo.

Anzi, la figura del “cuoco” o della “pasticcera” del gruppo spesso riceve elogi e riconoscimenti, rinforzando l’idea che non ci sia nulla di problematico. In questo modo la cucina diventa una maschera sociale rassicurante, capace di coprire la sofferenza e di rendere invisibile la rigidità del rapporto personale con il cibo.

Dietro la facciata di generosità e passione, il disturbo può così rimanere celato, protetto da una narrativa accettata e persino ammirata dagli altri.

Ora: quello dei disturbi del comportamento alimentare è un vero e proprio spettro e le manifestazioni sono molto diverse da persona a persona.

Non tutte le persone che soffrono di un DCA amano cucinare, anzi: per alcune la cucina è uno spazio da cui stare il più lontano possibile, un luogo che suscita ansia e da cui si preferisce tenere le distanze.

Non possiamo quindi generalizzare, ma possiamo dire che, per molte altre, la passione per la cucina rappresenta invece una parte significativa del proprio rapporto con il cibo, spesso intrecciata con la malattia stessa.

È un fenomeno che incuriosisce anche chi osserva dall’esterno: familiari, amici, conoscenti che vedono nello stesso individuo sia la difficoltà a nutrirsi sia l’abilità o la dedizione nel cucinare, e che inevitabilmente si chiedono come sia possibile questa apparente contraddizione.

In questo testo abbiamo provato a dare alcune chiavi di lettura, senza la pretesa di esaurire un tema complesso, ma con l’intento di mostrare come, dietro a ciò che a prima vista sembra solo un paradosso, si nascondano dinamiche psicologiche profonde che meritano attenzione e comprensione.

PS.

Potrebbe anche essere che, leggendo queste righe, tu ti riconosca in alcune dinamiche: magari in questo momento ti trovi a passare molto tempo in cucina, a cucinare tanto senza però mangiare, oppure senti il bisogno di preparare piatti soprattutto per avere il controllo sulla quantità, o ancora ti accorgi di ripetere alcuni comportamenti senza averne piena consapevolezza.

In questo caso, ti consigliamo innanzitutto di fare il nostro test sui disturbi alimentari, un test online sui DCA completamente gratuito che può essere un primo passo per riflettere sul tuo rapporto con il cibo.

Successivamente, ti invitiamo ad avvicinarti per una valutazione professionale e una diagnosi di DCA formale presso i nostri professionisti della salute mentale e all’interno del nostro centro specializzato nel trattamento dei disturbi del comportamento alimentare (DCA).

Rivolgersi a esperti è fondamentale, perché un percorso di cura personalizzato può davvero fare la differenza.

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