9 piccole bugie che ogni persona con ADHD conosce bene

Tempo di lettura: 8 minuti

9 bugie adhd

Dici spesso piccole bugie, mezze verità o promesse sincere nel momento in cui vengono pronunciate, ma difficili da mantenere nella realtà quotidiana?

Non nascono necessariamente dal desiderio di ingannare gli altri. Molto spesso servono a coprire una fatica: il ritardo, la dimenticanza, il caos mentale, la difficoltà a iniziare, la paura di essere giudicati o il senso di colpa per non essere riusciti a fare ciò che sembrava semplice.

L’obiettivo di questo articolo non è colpevolizzare chi è ADHD, ma riconoscere alcune situazioni comuni con un po’ di autoironia e molta comprensione. Perché dietro certe frasi non c’è pigrizia: ci sono funzioni esecutive sotto stress, memoria di lavoro che si sovraccarica, percezione del tempo alterata e strategie ancora da costruire.

9 Bugie delle persone ADHD 

Molte piccole bugie legate all’ADHD nascono dalla vergogna. Dopo anni passati a sentirsi dire “sei sempre in ritardo”, “te lo avevo detto”, “basta organizzarsi”, “devi solo impegnarti”, può diventare automatico cercare di nascondere la difficoltà.

A volte si dice “ho tutto sotto controllo” quando dentro si ha la sensazione opposta. Si dice “lo faccio dopo” perché iniziare sembra troppo difficile. Si dice “me lo ricordo” perché prendere appunti sembra eccessivo, oppure perché si vuole credere di poter gestire tutto mentalmente.

Queste frasi non cancellano le conseguenze pratiche: un messaggio non risposto resta un messaggio non risposto, un ritardo resta un ritardo, una scadenza saltata può creare problemi. Ma comprenderne l’origine permette di affrontarle in modo più utile. La domanda non è solo “perché l’ho detto?”, ma “quale fatica stavo cercando di coprire?”.

Riconoscere queste piccole bugie può diventare un punto di partenza. Non per colpevolizzarsi, ma per capire dove servono strumenti più adatti: promemoria, routine, margini di tempo, checklist, supporto, pause e strategie realistiche.

“Arrivo tra cinque minuti”

Questa è una delle frasi più conosciute. Viene detta con convinzione, spesso senza cattiva fede. In quel momento sembra davvero possibile arrivare tra cinque minuti. Poi però bisogna ancora trovare le chiavi, chiudere lo zaino, vestirsi, controllare il telefono, ricordarsi qualcosa lasciato in casa e magari rientrare perché si è dimenticato un oggetto importante.

Nell’ADHD, la percezione del tempo può essere poco affidabile come possiamo approfondire con lo studio “Time Perception in Adult ADHD: Findings from a Decade—A Review” di Christian Mette

Alcune persone sottostimano quanto richieda un’attività, soprattutto quando è composta da tanti piccoli passaggi. Uscire di casa non è un’unica azione: è una sequenza di micro-compiti. E ognuno può aprire una distrazione.

Dire “arrivo tra cinque minuti” può diventare un modo per tranquillizzare l’altra persona, ma anche se stessi. Il problema è che spesso crea aspettative non realistiche e aumenta la pressione.

Una strategia più utile può essere aggiungere margine. Se si pensa di impiegare cinque minuti, probabilmente è meglio dire quindici. Se si pensa di essere quasi pronti, può essere utile controllare prima se si è davvero alla porta, con scarpe, chiavi, telefono e documenti già in mano.

Non è una questione di pessimismo. È una forma di protezione dal proprio ottimismo temporale.

“Me lo ricordo, non serve scriverlo”

Questa frase sembra innocente, ma può essere pericolosa. Nel momento in cui qualcosa viene detto, sembra impossibile dimenticarlo. Un appuntamento, una commissione, una cosa da comprare, una risposta da inviare: tutto appare chiaro e presente.

Poi arriva una notifica, un pensiero, un’altra richiesta, un rumore, un cambio di attività. E quell’informazione, che sembrava solidissima, sparisce.

Nell’ADHD (Disturbo dell’Attenzione), la memoria di lavoro può essere molto sollecitata. Tenere a mente troppe informazioni contemporaneamente può diventare difficile, soprattutto se non vengono trasformate subito in un supporto esterno. Non perché la persona non tenga a quell’impegno, ma perché il cervello non sempre conserva ciò che sembrava urgente pochi minuti prima.

Scrivere non è un segno di debolezza. È una strategia. Promemoria, note vocali, appunti visibili, calendari condivisi e checklist servono proprio a non affidare tutto alla memoria del momento.

Una frase più utile potrebbe essere: “Aspetta, lo segno subito”. Non perché la persona sia incapace, ma perché conosce il proprio funzionamento e sceglie di aiutarsi.

“Lo faccio dopo”

“Lo faccio dopo” è una promessa che spesso nasce sincera. Il problema è che il “dopo” può diventare uno spazio indefinito, senza orario, senza punto di partenza e senza vera struttura.

Con il Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività, iniziare un compito può essere più difficile che portarlo avanti. Se un’attività è noiosa, lunga, poco chiara o emotivamente pesante, il cervello può cercare una via di fuga. Rimandare dà sollievo immediato, ma spesso aumenta l’ansia successiva, questo si può leggere nello studio “Adult ADHD‐Related Poor Quality of Life: Investigating the Role of Procrastination” di Ruth Netzer Turgeman, Yehuda Pollak.

Il “dopo” può anche essere un modo per evitare la sensazione di fallimento. Finché una cosa è rimandata, non è ancora andata male. Non è ancora incompleta. Non è ancora una prova del fatto che “non ce la faccio”. Ma più il compito resta sospeso, più diventa pesante.

Per trasformare questa frase in qualcosa di più utile, serve rendere il “dopo” concreto. Non “lo faccio dopo”, ma “lo faccio alle 17”, oppure “faccio solo i primi cinque minuti”, oppure “apro il documento e scrivo il titolo”. Spesso il problema non è la mancanza di volontà, ma l’assenza di un primo passo abbastanza piccolo.

“Ho quasi finito”

A volte “ho quasi finito” significa davvero che manca poco. Altre volte significa che la parte più visibile è stata fatta, ma restano tutti i passaggi finali: rileggere, sistemare, inviare, salvare, riordinare, chiudere, consegnare, rispondere, controllare.

Con l’ADHD, può essere difficile stimare quanto tempo richieda la fase finale di un’attività. Il cervello vede il grosso del lavoro completato e considera il compito quasi chiuso. Ma spesso proprio gli ultimi dettagli sono quelli che richiedono più pazienza, attenzione e continuità.

Il rischio è fermarsi al 90%. Il progetto esiste, il testo è scritto, la valigia è quasi pronta, la mail è in bozza, ma manca l’ultimo passaggio. E quell’ultimo passaggio può restare sospeso per ore, giorni o settimane.

Per questo può essere utile definire cosa significa davvero “finito”. Finito non vuol dire “ci ho lavorato”. Vuol dire consegnato, inviato, messo al suo posto, archiviato, chiuso. Dare una definizione concreta aiuta a non confondere il progresso con la conclusione.

“Ti stavo proprio per rispondere”

Questa frase è molto comune, soprattutto con messaggi, email e chat. A volte è vera: la persona ha letto il messaggio, ha pensato alla risposta, magari l’ha anche formulata mentalmente. Solo che non l’ha inviata.

Nell’ADHD può succedere spesso di “rispondere nella testa”. Il cervello registra l’intenzione come se fosse quasi un’azione completata. Poi arriva un’altra attività e il messaggio resta lì, aperto o dimenticato.

Non sempre il silenzio significa disinteresse. Può significare sovraccarico, difficoltà a scegliere le parole, paura di rispondere tardi, mancanza di energia sociale o semplice dimenticanza. Il problema è che dall’esterno può essere interpretato come freddezza o trascuratezza.

Una strategia utile può essere inviare risposte brevi invece di aspettare la risposta perfetta. Anche un “ho letto, ti rispondo meglio dopo” può mantenere il contatto aperto. L’importante è che il “dopo” non resti completamente affidato alla memoria: meglio aggiungere un promemoria o fissare un momento preciso.

“Non mi sono distratto/a, stavo ascoltando”

Questa frase può essere vera e falsa allo stesso tempo. Alcune persone ADHD ascoltano meglio mentre si muovono, scarabocchiano, guardano altrove o fanno qualcosa con le mani. Da fuori può sembrare distrazione, ma in realtà quel movimento può aiutare a mantenere l’attenzione.

Altre volte, però, la distrazione c’è davvero. Si ascolta l’inizio della frase, poi una parola attiva un pensiero, quel pensiero ne attiva un altro, e improvvisamente si perde un pezzo della conversazione. Quando si torna presenti, si cerca di ricostruire il senso generale senza farlo notare.

Il punto non è fingere attenzione perfetta, ma trovare modalità più adatte. Chiedere di ripetere, prendere appunti, fare domande, riassumere ciò che si è capito o scegliere ambienti con meno distrazioni può aiutare molto.

Dire “mi sono perso/a un pezzo, puoi ripetere?” può sembrare difficile, soprattutto se si teme il giudizio. Ma spesso è più utile di fingere di aver seguito tutto. L’attenzione ADHD non è assenza di attenzione: è un’attenzione che ha bisogno di condizioni più favorevoli.

adhd e piccole bugie
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“Ho tutto sotto controllo”

Questa è una frase che può uscire quando dentro c’è caos. Scadenze accumulate, oggetti sparsi, messaggi non letti, documenti da cercare, pensieri che si sovrappongono e la sensazione costante di dover recuperare qualcosa.

A volte “ho tutto sotto controllo” viene detto per non preoccupare gli altri. Altre volte per evitare consigli non richiesti. Altre ancora per convincersi che la situazione sia gestibile, anche quando il carico mentale è già troppo alto.

Il problema è che mantenere l’apparenza del controllo richiede energia. Si continua a funzionare, ma a un costo elevato. Si rimandano richieste di aiuto, si nasconde la confusione, si cerca di recuperare all’ultimo momento e si vive con la paura che qualcosa cada.

Avere tutto sotto controllo non dovrebbe significare fare tutto da soli. Può significare avere sistemi esterni, chiedere supporto, semplificare, togliere attività inutili, usare strumenti visivi e accettare che la memoria mentale non basta per reggere tutto.

Il vero controllo, a volte, inizia proprio quando si smette di fingere che vada tutto bene.

“Mi basta una notte per recuperare”

Dopo giorni di iperfocus, ritardi, stimoli, impegni e sonno ridotto, può sembrare che una sola notte basti a sistemare tutto. “Dormo e domani riparto.” A volte funziona. Ma spesso il recupero richiede più di qualche ora.

Il Disturbo dell’Attenzione-Iperattività può portare ad alternare fasi di grande intensità a momenti di crollo. Quando qualcosa interessa molto o quando una scadenza è vicina, si può andare avanti ignorando fame, sonno, pause e segnali del corpo. Il problema arriva dopo, quando il sistema chiede il conto come si può leggere nello studio “Sleep disorders in patients with ADHD: impact and management challenges” di Dafna Wajszilber, José Arturo Santiseban, Reut Gruber.

Una sola notte può non bastare a recuperare sovraccarico mentale, fatica emotiva e stimolazione accumulata. Servono pause vere, riduzione delle richieste, movimento leggero, routine semplici e tempo senza dover continuamente rispondere a qualcosa.

Riconoscere il bisogno di recupero non è pigrizia. È manutenzione. Come uno smartphone con troppe app aperte, anche la mente ha bisogno di chiudere processi, ricaricare e ripartire con meno pressione.

“Questa volta mi organizzo meglio”

Questa frase è forse una delle più sincere. Spesso arriva dopo un momento di frustrazione: una scadenza mancata, una dimenticanza, un ritardo, una giornata caotica. In quel momento nasce una forte motivazione a cambiare tutto.

Si compra una nuova agenda, si scarica un’app, si crea un sistema, si promette di iniziare da lunedì. Per qualche giorno funziona. Poi il sistema diventa troppo complicato, troppo rigido o poco stimolante. E viene abbandonato.

Il problema non è voler migliorare. Il problema è cercare di diventare improvvisamente una persona diversa. Con l’ADHD, l’organizzazione funziona meglio quando è semplice, visibile, ripetibile e tollerante agli errori. Un metodo troppo perfetto rischia di fallire appena salta un giorno.

Organizzarsi meglio non significa trovare il planner definitivo. Significa costruire pochi strumenti che reggano anche nei giorni difficili: un calendario usato davvero, una lista breve, un posto fisso per gli oggetti importanti, promemoria automatici, routine minime e margini di tempo realistici.

Questa volta può andare meglio, ma non perché la persona si impone di non sbagliare più. Può andare meglio perché smette di affidarsi solo alla forza di volontà e inizia a costruire sistemi adatti al proprio funzionamento.

Le “piccole bugie” dell’ADHD spesso nascondono fatica, vergogna e strategie che non funzionano più. Con un percorso di psicoeducazione individuale ADHD con GAM Medical, clinica specializzata in ADHD, puoi imparare a riconoscere meglio il tuo funzionamento, comprendere perché certe difficoltà si ripetono e costruire strumenti pratici per gestire tempo, organizzazione, memoria e sovraccarico con più consapevolezza.

Questo è contenuto divulgativo e non sostituisce le diagnosi di un professionista. Se ti è piaciuto l’articolo, condividilo.

Fonti:

  • https://www.mdpi.com/1660-4601/20/4/3098
  • https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12423737/
  • https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/30588139/

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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