Il Ramadan è il mese sacro per i musulmani, un periodo di spiritualità, riflessione, preghiera e comunità ma quando è presente un disturbo del comportamento alimentare (DCA) — attivo o in fase di remissione — il Ramadan può diventare un periodo particolarmente complesso.
Questo articolo nasce con un intento puramente clinico e psicoeducativo: non è un giudizio sulla pratica religiosa, ma una riflessione sulle possibili criticità per chi sta affrontando un disturbo alimentare.
Cos’è il ramadan?
Il Ramadan è il nono mese del calendario islamico ed è considerato il mese più sacro per i musulmani. È un periodo dedicato alla spiritualità, alla riflessione, alla preghiera e alla crescita personale. Durante il Ramadan, i fedeli osservano il digiuno quotidiano dall’alba al tramonto: non si assumono cibo, bevande (acqua inclusa) né si compiono altre pratiche considerate invalidanti il digiuno.
Il digiuno si interrompe al tramonto con il pasto serale chiamato iftar, mentre prima dell’alba si consuma un pasto chiamato suhoor.
Il Ramadan non è solo astensione dal cibo: è un mese di disciplina, solidarietà, carità e maggiore attenzione alla dimensione etica e spirituale della vita. Per molti rappresenta un momento di forte connessione con la comunità e con la propria fede.
Il digiuno durante il Ramadan è uno dei Cinque Pilastri dell’Islam, cioè uno dei doveri religiosi fondamentali. Tuttavia, sono previste esenzioni per alcune condizioni, tra cui malattia, gravidanza, allattamento o altre situazioni che potrebbero compromettere la salute.
In sintesi, il Ramadan è un periodo di profondo significato religioso e identitario, che coinvolge non solo l’alimentazione ma l’intera dimensione spirituale e comunitaria della persona.
Quando il digiuno incontra un disturbo alimentare di tipo restrittivo
Nei disturbi alimentari di tipo restrittivo (come anoressia nervosa o forme restrittive di altri DCA), il digiuno può rappresentare un forte fattore di rischio.
Il digiuno religioso può essere vissuto in modo ambivalente: da un lato come pratica spirituale, dall’altro come potenziale rinforzo del sintomo restrittivo.
La limitazione dell’assunzione di cibo, che nel Ramadan ha un significato religioso e collettivo, può sovrapporsi a dinamiche già presenti nel disturbo, come il controllo calorico, la rigidità alimentare e il senso di “virtù” associato alla restrizione.
In alcuni casi, il digiuno può:
- legittimare comportamenti restrittivi già in atto
- rendere più difficile distinguere tra motivazione spirituale e sintomo
- aumentare il rischio di ricaduta
La linea di confine può diventare sottile, soprattutto per chi è in fase di recupero.
Disturbi restrittivi: quando il Ramadan può “mascherare” l’anoressia
Nei disturbi alimentari restrittivi, come l’anoressia nervosa (o forme restrittive di altri DCA), il Ramadan può diventare un contesto in cui la restrizione alimentare risulta socialmente comprensibile e legittimata, e questo può involontariamente “mascherare” il disturbo.
Digiunare durante il giorno, saltare pasti o ridurre porzioni può apparire coerente con la pratica religiosa, rendendo più difficile per familiari e persone vicine notare segnali di allarme o distinguere tra devozione e sintomatologia.
In alcuni casi, la persona può sentirsi “protetta” dallo sguardo esterno: ciò che in altri periodi verrebbe visto come preoccupante (non mangiare, evitare cibo, rigidità) durante il Ramadan può passare inosservato o essere interpretato come disciplina spirituale.
Dal punto di vista clinico, il rischio è che il disturbo utilizzi la cornice del digiuno per rafforzare schemi già presenti: controllo, perfezionismo, bisogno di “fare bene”, riduzione dell’alimentazione anche nei momenti consentiti (iftar e suhoor), aumento dell’attività fisica o evitamento di situazioni conviviali.
Per questo, quando c’è un DCA restrittivo in atto o una storia recente di anoressia, è importante valutare con attenzione se e come osservare il Ramadan, perché la priorità è evitare che una pratica spirituale venga cooptata dal disturbo e trasformata in una strategia di mantenimento o ricaduta.
Digiuno e disturbi con abbuffate: il rischio del ciclo restrizione–perdita di controllo
Nei disturbi caratterizzati da abbuffate (come binge eating disorder o bulimia nervosa), il digiuno prolungato può attivare un altro tipo di criticità.
La restrizione durante il giorno può aumentare:
- la fame fisiologica intensa
- la deprivazione percepita
- l’attivazione emotiva
Il momento dell’iftar, che è culturalmente e socialmente ricco di cibo e convivialità, può diventare terreno vulnerabile per episodi di perdita di controllo. Questo può riattivare sensi di colpa, vergogna e compensazioni, alimentando il ciclo patologico.
Non è il Ramadan in sé a causare il disturbo, ma la struttura del digiuno può interagire con meccanismi già fragili.
DCA e religione: il conflitto tra fede e sintomo
Quando è presente un disturbo del comportamento alimentare, il Ramadan può attivare un conflitto profondo tra fede e salute.
Da una parte c’è il desiderio sincero di osservare il digiuno, partecipare alla vita comunitaria e vivere un mese spiritualmente significativo; dall’altra ci sono esigenze cliniche concrete, come la regolarità dei pasti, la stabilità nutrizionale e la prevenzione di ricadute. In questo contesto può diventare molto delicato anche il tema dell’“infrangere” il digiuno: l’idea di dover mangiare o bere durante il giorno per motivi di salute può generare senso di colpa, vergogna o paura di non essere abbastanza devoti.
- Nelle forme restrittive, il digiuno può sovrapporsi al sintomo e renderne più difficile il contenimento;
- nei disturbi con abbuffate, invece, la restrizione diurna può aumentare vulnerabilità e perdita di controllo all’iftar, con conseguenti vissuti di fallimento sia personale sia religioso.
Anche se nella tradizione islamica sono previste esenzioni dal digiuno in caso di malattia e la tutela della salute è un valore importante, accettare questa possibilità può essere psicologicamente complesso, soprattutto quando il disturbo alimentare amplifica rigidità, perfezionismo e bisogno di controllo.
Il punto centrale non è scegliere tra fede e salute, ma evitare che il disturbo utilizzi la pratica religiosa per rafforzarsi: in alcuni casi, la scelta più rispettosa della propria fede può essere proprio quella di proteggere la propria salute, con il supporto clinico e, se desiderato, anche religioso.psicologico, accettare questa possibilità può non essere semplice.
Ramadan durante il recupero da un DCA: una fase ancora più sensibile
Per chi è in fase di remissione o recupero da un disturbo alimentare, il Ramadan può rappresentare un momento particolarmente delicato.
Il recupero si fonda spesso su:
- regolarità dei pasti
- ascolto dei segnali corporei
- flessibilità alimentare
- riduzione del controllo rigido
Un periodo di digiuno può riattivare schemi precedenti, anche dopo mesi o anni di stabilità. Talvolta, proprio perché la persona “sta meglio”, può sottovalutare la vulnerabilità residua.
La ricaduta non è inevitabile, ma il rischio va valutato con attenzione e consapevolezza.
Come affrontare il Ramadan se si ha un disturbo alimentare
Non esiste una risposta unica valida per tutti. È fondamentale:
- confrontarsi con il proprio team curante
- valutare lo stato attuale del disturbo
- distinguere motivazione spirituale e sintomatologia
- considerare eventuali alternative religiosamente accettabili
In alcuni casi, può essere indicato non osservare il digiuno per motivi di salute. In altri, può essere possibile adattare la pratica con un monitoraggio clinico attento.
L’obiettivo non è scegliere tra fede e salute, ma trovare una modalità che non comprometta il percorso di cura.



