Ti è mai capitato di entrare in una stanza e, una volta dentro, non ricordarti minimamente perché ci fossi andato?
Oppure di essere nel bel mezzo di una conversazione e, all’improvviso, dimenticare cosa stavi dicendo o cosa volevi dire?
Hai mai aperto il frigorifero, fissato il suo contenuto per diversi secondi, e realizzato di non avere la minima idea di cosa stavi cercando?
Queste esperienze comuni, se occasionali, sono del tutto normali.
Ma quando diventano frequenti, ricorrenti, quasi quotidiane, allora possono nascondere qualcosa di più profondo: il fenomeno del mind blank, o blanking out, un momento di completo vuoto mentale che, per molte persone, soprattutto quelle ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività), è una realtà tanto frustrante quanto difficile da spiegare.
Nelle prossime righe capiremo di cosa si tratta e perché è così frequente nell’ADHD.
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Cosa si intende per Mind Blank (o Blanking Out)
Il mind blank è uno stato in cui la mente, senza preavviso, si svuota. Non si tratta solo di distrarsi o perdersi in altri pensieri: è come se il pensiero stesso venisse messo in pausa, come se l’attività mentale si interrompesse del tutto.
È un blackout cognitivo, una sospensione silenziosa in cui non si riesce nemmeno a ricordare quale fosse il pensiero precedente, cosa si stava facendo o dicendo, o quale fosse l’intenzione. È un vuoto netto, non decorato da pensieri laterali o fantasie alternative: è puro silenzio mentale, spesso accompagnato da un’imbarazzante consapevolezza di quel vuoto stesso.
L’etimologia del termine mind blank è significativa. “Mind” significa “mente”, mentre “blank” è un termine inglese che si riferisce a qualcosa di vuoto, bianco, privo di segni o contenuti.
L’origine di “blank” risale al francese antico blanc, che significa proprio “bianco”, e che nei secoli ha assunto il significato più ampio di assenza o mancanza. In ambito tipografico, una “blank page” è una pagina bianca, priva di testo. In informatica, un “blank screen” è uno schermo privo di informazioni.
Traslato nella dimensione mentale, il mind blank è quella stessa pagina vuota, ma dentro di noi.
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Il Mind Blank (o Blanking Out) nell’ADHD, come si manifesta?
Nell’ADHD, il mind blank non è solo un fenomeno occasionale.
È un elemento strutturale dell’esperienza cognitiva.
Le persone ADHD hanno difficoltà a mantenere attiva la cosiddetta “rete di attenzione esecutiva”, ossia quella funzione cerebrale che regola il passaggio da un pensiero all’altro, che tiene insieme le intenzioni, le memorie a breve termine e i focus dell’azione.
Quando questa rete si interrompe, anche solo per pochi secondi, il risultato è un momento di silenzio interno, di sospensione totale. È come se il cervello si fosse messo in modalità standby, e ripartisse solo quando uno stimolo esterno o un pensiero casuale rompe il vuoto.
Questa condizione è tanto più difficile da comprendere quanto più è invisibile. Chi ne soffre può sembrare distratto, svagato, poco interessato o pigro, quando in realtà sta semplicemente sperimentando un’interruzione non voluta e non controllabile del proprio flusso mentale.
A differenza del mind wandering, cioè del vagare della mente da un pensiero all’altro, il mind blank non ha contenuto: non si sta pensando ad altro, non si sta fantasticando, non si sta riflettendo – semplicemente non si sta pensando affatto.
A livello neuroscientifico, si ipotizza che il fenomeno sia collegato a un funzionamento irregolare del default mode network, una rete cerebrale che si attiva quando la mente è a riposo ma impegnata in pensieri interni.
Nei soggetti ADHD, l’attivazione e disattivazione di questa rete può essere erratica, portando a frequenti disconnessioni. Il mind blank è quindi anche un sintomo dell’instabilità dell’attenzione e dell’autoregolazione, tratti distintivi dell’ADHD.
L’impatto sulla vita quotidiana è notevole. Il blanking out può interrompere una conversazione importante, causare la dimenticanza di informazioni appena acquisite, compromettere la capacità di prendere decisioni o semplicemente rallentare l’intero processo di lavoro o studio.
È uno dei motivi per cui molte persone ADHD riferiscono di sentirsi “lente” o “inefficienti”, nonostante abbiano un’intelligenza brillante e una creatività spesso fuori dal comune.
Dal punto di vista clinico, il mind blank è difficile da rilevare perché non lascia tracce visibili. Non c’è un sintomo fisico, non c’è una parola chiave che lo annunci, non c’è una reazione oggettiva che lo segnali.
Per questo è fondamentale che chi vive questa esperienza trovi le parole per descriverla, che venga ascoltato con attenzione, e che si lavori per includere questo aspetto nella diagnosi e nella gestione terapeutica dell’ADHD.
Il mind blank non è nemmeno riconducibile, almeno nella sua forma tipica legata all’ADHD, a un’esperienza di dissociazione nel senso clinico del termine, come la depersonalizzazione o la derealizzazione.
Sebbene, a un primo sguardo, possa sembrare simile a certi stati dissociativi – in cui la coscienza si altera, si allontana o si frammenta – in realtà è qualcosa di profondamente diverso.
Nella depersonalizzazione, ad esempio, l’individuo si sente estraniato da sé, come se osservasse il proprio corpo dall’esterno, come se non fosse davvero “dentro” la propria esperienza. Nella derealizzazione, invece, il mondo attorno appare ovattato, irreale, distante, quasi finto, come se lo si stesse guardando attraverso un vetro spesso o dentro un sogno.
Nel mind blank, tutto questo non c’è. Non c’è la sensazione di guardarsi da fuori, né l’impressione che ciò che ci circonda sia irreale o distorto.
Non si sperimenta un’alterazione della percezione, ma piuttosto la totale assenza di percezione cosciente.
È come se, più che vivere un’esperienza alterata della realtà, si smettesse per un attimo di vivere un’esperienza qualsiasi. Non si è fuori dal proprio corpo, ma non si è nemmeno pienamente dentro.
Non si è in una realtà alterata, ma in una realtà sospesa. Non c’è confusione tra sé e il mondo: c’è silenzio, sospensione, vuoto.
Chi descrive questi momenti parla spesso di una sorta di “morte mentale”, una pausa improvvisa e totalizzante della coscienza. È come se si venisse interrotti – senza alcun avvertimento – e poi riavviati.
Un attimo prima si è presenti, attivi, coinvolti in un’azione o in un pensiero; un attimo dopo, non c’è più niente.
E al ritorno, si riemerge da quello spazio vuoto senza memoria di ciò che è accaduto durante l’interruzione, perché, semplicemente, non è accaduto nulla.
Non c’era pensiero, non c’era voce interiore, non c’era elaborazione. È come se il filo del pensiero fosse stato bruscamente reciso, e poi riannodato, ma con un nodo che lascia uno spazio vuoto, un buco nel tessuto mentale.
Questa assenza non è spaventosa come può esserlo la derealizzazione, che dà la sensazione angosciante di perdere il contatto con la realtà, ma è spesso destabilizzante.
Perché avviene senza una chiara causa scatenante, senza una logica apparente, e lascia il soggetto con un senso di frustrazione, di smarrimento, e talvolta con la sensazione di essere “difettoso”, di non riuscire a funzionare come dovrebbe.
A differenza delle esperienze dissociative che emergono spesso in risposta a traumi o ansia intensa, il mind blank nell’ADHD può avvenire nei contesti più banali: mentre si legge una frase, mentre si ascolta qualcuno parlare, mentre si cerca di formulare una risposta semplice.
Non si tratta, dunque, di un fenomeno allucinatorio, né di una fuga della coscienza verso un altrove, come nella dissociazione vera e propria. S
i tratta, piuttosto, di un’assenza cruda, lineare, totale. È il vuoto, nella sua forma più netta. Una cesura nel tempo mentale. E forse è proprio questa sua semplicità spietata che lo rende così difficile da spiegare e così facile da non vedere, da parte di chi osserva da fuori.
Per questo è fondamentale distinguere il mind blank da tutte quelle esperienze che, pur coinvolgendo un’alterazione della coscienza, si manifestano con contenuti, percezioni distorte, illusioni o cambiamenti nella visione di sé.
Qui non c’è nulla da decifrare: c’è solo il buco.
Una specie di stop mentale in cui ci si interrompe, si scompare, e si riappare pochi secondi dopo come se nulla fosse. Ma per chi vive quel momento, anche se dura pochissimo, è come una micro-resurrezione.
Un piccolo blackout dell’esistenza da cui si riemerge non sempre consapevoli di quello che si è perso, ma quasi sempre con un sottile senso di estraneità, come se si fosse saltato un battito della propria presenza nel mondo.
È importante chiarire infine che il mind blank non è un’esperienza esclusiva né propriamente uno dei sintomi del Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD).
In realtà, episodi di assenza mentale possono capitare a chiunque. Periodi intensi di stress, sovraccarico emotivo, mancanza di sonno, momenti di profonda stanchezza o anche semplice noia possono condurre chiunque a sperimentare attimi di silenzio mentale, vuoti improvvisi, dimenticanze inspiegabili.
È parte della fragilità intrinseca del nostro funzionamento cognitivo, che non è sempre lineare, continuo o prevedibile.
Allo stesso modo, il mind blank può essere presente in diverse condizioni psicopatologiche.
Si riscontra, ad esempio, nei disturbi d’ansia, dove la mente può “congelarsi” in risposta a un eccesso di stimoli o a una paura anticipatoria.
È osservabile anche nella depressione, dove l’apatia e il rallentamento psichico possono produrre lunghi momenti di disconnessione o confusione.
Anche nei disturbi dissociativi o nei disturbi post-traumatici, la mente può disancorarsi dalla realtà o dalla coscienza immediata, lasciando il soggetto in uno stato di sospensione simile a un vuoto cognitivo.
Perfino persone senza alcuna diagnosi clinica, ma semplicemente sovraccariche di impegni, possono vivere momenti in cui la mente sembra “spegnersi”.
Tuttavia, quando si parla di mind blank nell’ADHD si fa riferimento a qualcosa di ben più profondo, strutturale e persistente.
Non si tratta di un fenomeno passeggero, che accade ogni tanto in condizioni eccezionali.
Al contrario, si tratta di una caratteristica frequente e ricorrente, che si insinua nella vita quotidiana con una regolarità disarmante.
Per chi vive l’ADHD, il vuoto mentale non è una parentesi temporanea ma un’interruzione che può accadere decine di volte al giorno, in momenti anche cruciali, compromettendo la capacità di portare a termine compiti, mantenere conversazioni, seguire un ragionamento o semplicemente rimanere presente a sé stessi.
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