Il metabolismo di una persona ADHD: cosa cambia?

Tempo di lettura: 4 minuti

metabolismo e persone adhd

Il metabolismo di una persona ADHD funziona davvero in modo diverso?

Questa è una domanda frequente, soprattutto quando il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) viene associato a difficoltà nel controllo dell’alimentazione, variazioni di peso o maggiore rischio di obesità. La risposta, supportata dalla letteratura scientifica, è che le differenze metaboliche nell’ADHD non riguardano tanto il metabolismo corporeo in senso stretto, quanto il metabolismo cerebrale e la regolazione neurobiologica dei comportamenti.

Questo articolo analizza cosa cambia nel metabolismo di una persona ADHD, quali alimenti è preferibile limitare, quali possono essere più utili e quale relazione esiste tra ADHD e obesità.

Il metabolismo di una persona ADHD: cosa cambia?

Quando si parla di “metabolismo nell’ADHD” è importante evitare semplificazioni. Le evidenze scientifiche non indicano un metabolismo basale più veloce o una maggiore capacità di “bruciare calorie”. Le differenze principali riguardano invece il metabolismo cerebrale, ovvero il modo in cui il cervello utilizza energia e neurotrasmettitori.

Studi di neuroimaging, in particolare con PET, hanno mostrato nelle persone ADHD una riduzione del metabolismo del glucosio in specifiche aree cerebrali, come la corteccia prefrontale e i gangli della base, regioni coinvolte nelle funzioni esecutive, nel controllo degli impulsi e nella regolazione dell’attenzione (Zametkin et al., 1990; Volkow et al., 2001).

A questo si aggiunge una alterazione del metabolismo dopaminergico e noradrenergico, sistemi neurochimici centrali per:

  • Motivazione;
  • Gratificazione;
  • Autoregolazione;
  • Pianificazione del comportamento.

Queste differenze spiegano molte caratteristiche dell’ADHD, inclusa la difficoltà a mantenere comportamenti regolari e a lungo termine, come quelli legati all’alimentazione.

La dopamina svolge un ruolo chiave nei circuiti della ricompensa. Nei pazienti ADHD, una minore efficienza della trasmissione dopaminergica può portare a una ricerca più intensa di stimoli immediatamente gratificanti, inclusi quelli alimentari.

Diversi studi suggeriscono che questa disregolazione del reward favorisca:

  • Alimentazione impulsiva;
  • Consumo rapido di cibi altamente palatabili;
  • Difficoltà nel riconoscere segnali di fame e sazietà.

Questi comportamenti non sono riconducibili a mancanza di forza di volontà, ma a meccanismi neurobiologici ben documentati (Volkow et al., 2009). In questo senso, il metabolismo “diverso” dell’ADHD riguarda soprattutto il modo in cui il cervello valuta e ricerca la ricompensa, influenzando indirettamente il comportamento alimentare.

Cosa non mangiare con l’ADHD?

Non esiste una “dieta per l’ADHD” universalmente valida, ma la letteratura scientifica indica alcuni alimenti e abitudini alimentari che possono peggiorare la disregolazione attentiva ed emotiva, soprattutto in soggetti vulnerabili.

È consigliabile limitare:

  • Zuccheri semplici e raffinati: il consumo di alimenti ad alto indice glicemico è associato a rapidi aumenti della glicemia seguiti da cali energetici, che possono influenzare negativamente l’attenzione e la regolazione del comportamento (Ludwig et al., 2013).
  • Alimenti ultra-processati: alimenti ricchi di grassi saturi, sale e additivi, sono correlati a peggiori esiti cognitivi e comportamentali.
  • Bevande zuccherate ed energy drink: bevande ad eccesso di caffeina e zuccheri possono aumentare l’irrequietezza e disturbare il sonno, già spesso compromesso nell’ADHD.
  • Pasti irregolari o saltati: la disregolazione dei ritmi alimentari può amplificare la difficoltà di autoregolazione emotiva.

Le evidenze suggeriscono che la qualità dell’alimentazione, più che singoli alimenti, giochi un ruolo rilevante nel supportare il funzionamento cognitivo.

Cosa deve mangiare un ADHD?

Un’alimentazione equilibrata non cura l’ADHD, ma può rappresentare un fattore di supporto alla regolazione neurobiologica e comportamentale.

Gli elementi più studiati includono:

  • Proteine di qualità che favoriscono una maggiore stabilità glicemica e supportano la sintesi dei neurotrasmettitori.
  • Acidi grassi omega-3: diversi studi indicano un possibile beneficio degli omega-3 sul funzionamento cognitivo e sull’attenzione, soprattutto nei bambini e negli adolescenti con ADHD (Bloch & Qawasmi, 2011).
  • Carboidrati complessi contribuiscono a un rilascio energetico più graduale.
  • Micronutrienti essenziali: livelli più bassi di ferro, zinco e magnesio nel sangue sono più frequenti in bambini ADHD rispetto a controlli senza il disturbo, e queste carenze possono essere correlate con differenze nei processi neurobiologici sottostanti il comportamento e l’attenzione (Villagomez et al., 2014).

È importante sottolineare che l’intervento nutrizionale deve essere personalizzato e non sostituisce la valutazione clinica o il trattamento psicologico e farmacologico ADHD quando indicato. 

Per un’analisi più dettagliata e pratica della dieta nell’ADHD, con indicazioni specifiche sui modelli alimentari, sulla distribuzione dei pasti e sulle strategie nutrizionali più appropriate, è possibile consultare l’articolo dedicato Dieta ADHD: la corretta alimentazione è importante”.

Qual è la relazione tra ADHD e obesità?

La relazione tra ADHD e obesità è supportata da numerose evidenze epidemiologiche. Meta-analisi e studi longitudinali mostrano che le persone ADHD presentano un rischio significativamente aumentato di sovrappeso e obesità, sia in età evolutiva sia in età adulta (Cortese et al., 2016).

I meccanismi coinvolti includono:

  • Impulsività alimentare;
  • Difficoltà di pianificazione dei pasti;
  • Disregolazione emotiva;
  • Alterazioni del sonno;
  • Sedentarietà.

Ancora una volta, non si tratta di un metabolismo corporeo “lento”, ma di una complessa interazione tra fattori neurobiologici, comportamentali e ambientali. È interessante notare che alcuni studi suggeriscono che il trattamento adeguato dell’ADHD, incluso quello farmacologico ADHD, possa ridurre il rischio di obesità migliorando l’autoregolazione (Levy et al., 2009).

Le evidenze scientifiche indicano che affrontare il tema del metabolismo nell’ADHD richiede un approccio integrato che consideri:

  • Funzionamento cerebrale;
  • Comportamento alimentare;
  • Aspetti emotivi e motivazionali;
  • Contesto di vita.

Ridurre tutto a una questione di dieta o peso rischia di oscurare la complessità del disturbo e di alimentare stigmatizzazione. 

Per approfondire il legame tra ADHD e comportamento alimentare, è possibile consultare l’articolo: “Sai che l’ADHD e i disturbi alimentari sono collegati?” che esplora in modo specifico le connessioni cliniche tra ADHD e disturbi dell’alimentazione.

Comprendere cosa cambia nel metabolismo di un paziente ADHD significa riconoscere che molte difficoltà alimentari e ponderali hanno radici neurobiologiche, non morali o motivazionali. Una valutazione accurata del funzionamento attentivo ed esecutivo rappresenta un passaggio fondamentale per impostare interventi efficaci e personalizzati.

Presso il GAM Medical, Centro ADHD e Psicologia, è possibile approfondire questi aspetti attraverso percorsi clinici multidisciplinari.

Per una prima valutazione orientativa, è disponibile il Test ADHD online, utile per esplorare la presenza di tratti compatibili con il disturbo.

Individuare precocemente l’ADHD consente di comprendere meglio il proprio funzionamento, inclusa la relazione con l’alimentazione e il peso, e di accedere a interventi basati su solide evidenze scientifiche.

Questo è contenuto divulgativo e non sostituisce le diagnosi di un professionista. Se ti è piaciuto l’articolo, condividilo.

Fonti:

  • https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/2233902/ 
  • https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/19738093/ 
  • https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3743729/ 
  • https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/21961774/ 
  • https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4928738/ 
  • https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5247534/ 
  • https://link.springer.com/article/10.1007/s13679-012-0012-0

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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