Espressioni facciali “autistiche”

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Espressioni facciali "autistiche"

Non esistono delle vere e proprie espressioni facciali autistiche, nel senso che non è possibile guardare il volto di una persona e capire automaticamente se sia autistica oppure no soltanto dalla sua mimica facciale. Non c’è una “faccia autistica” riconoscibile in modo univoco.

Detto questo, il tema dell’espressione facciale nell’autismo è comunque molto importante, ed è da tempo al centro della riflessione clinica e scientifica.

Lo è sia per quanto riguarda il riconoscimento delle espressioni facciali e delle microespressioni negli altri, tema di cui abbiamo parlato nell’articolo Autismo e riconoscimento emotivo, sia per quanto riguarda l’espressione delle emozioni sul proprio volto, cioè il modo in cui una persona nello spetrro autistico comunica ciò che prova attraverso la mimica.

In questa sede ci dedicheremo proprio a questo secondo aspetto: capire perché si parla di espressioni facciali nell’autismo, quali caratteristiche possono emergere e perché questo tema interessa così tante persone.

Lo facciamo sia per le persone autistiche, che spesso si sentono dire frasi come “hai sempre la stessa espressione”, “sei troppo serio/a”, “togliti quella faccia”, sia per le persone che vivono accanto a bambini o adulti autistici, e che si chiedono come interpretare un volto che a volte appare meno espressivo, più difficile da leggere o semplicemente diverso da ciò che si aspettano.

Espressioni facciali: cosa sono?

Per espressione del viso si intende l’insieme dei movimenti del volto attraverso cui una persona comunica, in modo più o meno consapevole, ciò che prova o il modo in cui sta vivendo una certa situazione.

Le espressioni facciali coinvolgono soprattutto occhi, sopracciglia, fronte, bocca e muscoli del viso, e permettono di trasmettere segnali emotivi come gioia, tristezza, rabbia, paura, sorpresa, disgusto, ma anche stati più complessi come imbarazzo, perplessità, tensione o interesse.

Le espressioni del volto non servono solo a “mostrare” un’emozione interna: hanno anche una funzione relazionale, perché aiutano gli altri a capire come stiamo, cosa intendiamo comunicare e come stiamo reagendo a ciò che accade.

Per questo il tema delle espressioni facciali è così importante: non riguarda solo il volto in sé, ma il modo in cui entriamo in relazione con gli altri.

“Togliti quella faccia”: autismo, espressione del viso e appiattimento espressivo

Molte persone autistiche si sono sentite dire per anni frasi come: “togliti quella faccia”, “cambia espressione”, “hai sempre la stessa faccia”, “sembri arrabbiato”, “ma sorridi ogni tanto”.

Sono frasi molto comuni, che spesso vengono dette fin dall’infanzia e che possono lasciare un segno profondo, perché trasmettono l’idea che il proprio volto sia “sbagliato”, incomprensibile o socialmente inadeguato.

In effetti, per alcune persone autistiche, il volto a riposo può apparire poco variabile, meno spontaneamente modulato o più uniforme rispetto a quanto gli altri si aspettano.

Questo può dare l’impressione di una mimica più fissa, come se ci fosse sempre la stessa espressione, o una sorta di appiattimento emotivo nell’espressione facciale.

Autismo ed espressioni facciali: espressione emotiva appiattita o emotività appiattita?

Il fatto che ci possano essere delle modalità sottili o apparentemente assenti di espressione emotiva non significa che la persona autistica non provi emozioni.

Significa, piuttosto, che il modo in cui le emozioni passano attraverso il volto può essere diverso, meno immediato, meno leggibile o meno aderente alle convenzioni sociali abituali.

In alcune persone autistiche, le espressioni del viso possono risultare meno “automatiche” sul piano sociale. Per esempio, può non attivarsi in modo spontaneo quella tendenza a imitare l’espressione dell’altro durante l’interazione, oppure questa imitazione può essere meno frequente, meno intuitiva o meno immediata.

In altri casi, soprattutto nel corso della crescita, la persona può avere imparato a mostrare certe espressioni in modo volontario, quasi come una regola sociale: sorridere in determinate circostanze, assumere una faccia interessata, modulare lo sguardo, cambiare espressione quando “ci si aspetta” che lo faccia.

Questo può avvenire come forma di masking, cioè di adattamento sociale, oppure perché da bambini è stato insegnato esplicitamente a fare così.

Il punto, però, è che quando questa espressività non è spontanea ma appresa o costruita, può richiedere sforzo.

E quando lo sforzo viene meno, quando la persona è stanca, sovraccarica, a disagio o semplicemente è nel suo stato naturale, il volto può tornare a un’espressione più stabile, più neutra, meno modulata. È proprio in questi casi che arrivano commenti come “hai sempre la stessa espressione”.

Una persona autistica può provare tristezza, gioia, disagio, entusiasmo, rabbia, paura o affetto in modo intenso, ma non mostrarlo sul volto nel modo atteso dagli altri.

Oppure può mostrarlo in modo più sottile, meno codificato, meno riconoscibile secondo i parametri neurotipici.

Per questo motivo, l’apparente “fissità” dell’espressione non va letta come assenza di emozioni, freddezza o disinteresse, ma come una possibile differenza nel modo in cui l’esperienza emotiva viene espressa.

Stereotipizzazione delle espressioni emotive nell’autismo

In alcune persone autistiche, l’espressione emotiva del volto può non avvenire in modo spontaneo, automatico e socialmente “atteso”.

Questo significa che, a meno che la persona non scelga attivamente di mostrare un’emozione con il viso (per esempio sorridendo per esprimere gioia, spalancando gli occhi e alzando le sopracciglia per mostrare sorpresa, oppure corrugando la fronte per far capire disappunto) quell’emozione può non comparire sul volto nella forma che gli altri si aspettano.

In questi casi, più che una spontaneità espressiva, può esserci una sorta di apprendimento stereotipizzato delle espressioni facciali: la persona impara che a una certa emozione “corrisponde” una certa faccia, e può riprodurla in modo più volontario che naturale.

Non si tratta di finzione nel senso comune del termine, ma di una modalità più cosciente e costruita di tradurre all’esterno ciò che si prova.

Può accadere, per esempio, che la persona abbia interiorizzato che:

  • se è felice, dovrebbe sorridere
  • se è sorpresa, dovrebbe aprire la bocca o alzare le sopracciglia
  • se ascolta, dovrebbe mostrare un volto interessato
  • se vuole rassicurare l’altro, dovrebbe assumere un’espressione più calda o accogliente

Per alcune persone con disturbo dello spettro dell’autismo, quindi, l’espressione facciale non è sempre un riflesso immediato dell’emozione, ma può essere una specie di “traduzione volontaria” dell’esperienza interna. Questo può dare l’impressione che il volto sia più neutro, più fisso o meno variabile quando non è in atto questo sforzo consapevole di espressione.

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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