DOC e DCA: le sovrapposizioni più significative

Tempo di lettura: 7 minuti

DOC e DCA le sovrapposizioni più significative

Sapevi che tra DOC e DCA possono esserci delle sovrapposizioni significative?

I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) e il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) sono tradizionalmente considerati quadri psicopatologici distinti, con criteri diagnostici specifici e traiettorie evolutive che, almeno in apparenza, rimandano a domini differenti.

Eppure, nella pratica clinica e nella letteratura psicopatologica, emerge con crescente chiarezza un dato difficilmente ignorabile: tra DCA e DOC esistono sovrapposizioni significative, non solo a livello di comorbilità, ma anche — e forse soprattutto — sul piano dei vissuti interni, dei meccanismi cognitivi e delle strategie di regolazione emotiva.

Ossessività: il substrato comune tra DOC e DCA

Tra le aree di sovrapposizione più interessanti tra DOC e DCA ce n’è una che spesso passa sotto traccia perché è meno “spettacolare” dei sintomi: l’ossessività come tratto, cioè una modalità stabile di funzionare, quasi temperamentale, che spinge verso rigidità, ipercontrollo e perseverazione mentale.

Qui non parliamo delle ossessioni in senso clinico (pensieri intrusivi specifici) né delle compulsioni (rituali), ma di un’impronta di base: la tendenza a incastrarsi su dettagli, regole e standard, a rimuginare, a cercare la forma “perfetta” delle cose e a fare fatica a “lasciar correre”.

Nel DOC, questa ossessività è coerente con il cuore stesso del disturbo: una mente che cerca certezza, coerenza e controllo, spesso attraverso un pensiero iper-analitico e ripetitivo.

Ma la stessa qualità si ritrova con frequenza anche nei DCA, soprattutto nelle forme restrittive (come l’anoressia nervosa): qui l’ossessività può manifestarsi come perfezionismo elevato, bisogno di ordine e precisione, standard rigidissimi su “come dovrei essere”, e una difficoltà marcata a tollerare l’errore o l’imperfezione.

È come se, in entrambi i casi, l’esperienza interna fosse attraversata da un filo comune: se non è esatto, non è abbastanza; se non è sotto controllo, è pericoloso.

Questa somiglianza conta perché spiega perché, a livello di vissuto, alcune persone con DCA restrittivo descrivano una qualità mentale “DOC-like” anche quando il contenuto è diverso: non necessariamente paura di contaminazione o di danno, ma una stessa postura interna fatta di rigidità, autocorrezione continua, attenzione estrema al dettaglio e un senso di urgenza nel rispettare regole autoimposte. In altre parole: la sovrapposizione non è tanto di tema, quanto di stile mentale.

E proprio questo “stile” può rendere alcuni DCA particolarmente tenaci: quando l’ossessività è alta, le regole diventano identità, il controllo diventa sicurezza, e mollare anche un piccolo vincolo può essere vissuto come una perdita enorme.

Il circuito pensiero–azione tra DOC e DCA

Nei disturbi alimentari, soprattutto nelle forme restrittive (come l’anoressia nervosa), alcuni pattern possono essere letti come un vero e proprio ciclo ossessivo–compulsivo: nasce un pensiero intrusivo (o una preoccupazione martellante), aumenta il disagio, e la persona mette in atto un comportamento ripetitivo per “neutralizzare” quel disagio e tornare a sentirsi a posto.

Il punto chiave è che, come nel DOC, il comportamento non è semplicemente un’abitudine: è spesso vissuto come necessario, urgente, difficile da non fare. E soprattutto funziona (almeno nel breve periodo), perché abbassa l’ansia — e proprio per questo tende a rinforzarsi e ripetersi.

Esempi comuni di questa concatenazione, in versione “DCA”:

  • Pensiero intrusivo: “Ho mangiato troppo / ho sbagliato / adesso ingrasso.”
    Compulsione di neutralizzazione: saltare il pasto successivo, ridurre drasticamente le calorie, “compensare” con allenamento, camminare per ore, o seguire regole ancora più rigide il giorno dopo.
  • Pensiero intrusivo: “Questo cibo è ‘sporco’, non è sicuro, non lo controllo.”
    Compulsione: evitare categorie di alimenti, mangiare solo “cibi sicuri”, ripetere sempre gli stessi pasti, tagliare il cibo in modo ritualizzato, mangiare lentissimo, pesare/controllare ossessivamente le porzioni.
  • Pensiero intrusivo: “Se non controllo il peso, perdo il controllo di tutto.”
    Compulsione: pesarsi ripetutamente, controllare il corpo allo specchio, pizzicare la pelle per verificare “quanto grasso c’è”, fare body-checking in modo automatico e ripetitivo.
  • Pensiero intrusivo: “Devo essere perfetta, non posso sgarrare.”
    Compulsione: riscrivere mentalmente regole, fare conteggi continui, controllare ingredienti in modo eccessivo, pianificare in maniera rigida ogni pasto, evitare situazioni sociali dove non si può gestire ogni dettaglio.

In tutti questi casi, la somiglianza con il DOC non sta nel fatto che sia la stessa cosa, ma nel meccanismo di mantenimento: il comportamento (restrizione, controllo, rituali, evitamento) riduce l’ansia nell’immediato e quindi diventa la risposta “preferita” del cervello ogni volta che si attiva il pensiero minaccioso.

Il problema è che questo sollievo è temporaneo: più si neutralizza, più il sistema impara che quel pensiero era davvero pericoloso e che senza il rituale non si può stare bene. Risultato: il ciclo si stringe.

Una differenza importante, però, è che nei DCA la compulsione può essere socialmente “travestita” da virtù (disciplina, controllo, forza di volontà), e questo la rende ancora più subdola: dall’esterno può sembrare determinazione, dall’interno spesso è una gabbia fatta di urgenza, paura e rigidità.

DOC o DCA? Quando sembrano uguali (ma non lo sono)

Quando si parla di alimentazione, controllo e rituali, la confusione è comprensibile: alcune persone con DCA, soprattutto restrittivi, sembrano “DOC-like”; e alcune persone con DOC a tema cibo/salute/contaminazione finiscono per avere condotte alimentari molto rigide che assomigliano a un DCA.

In mezzo, c’è una zona grigia reale: comportamenti simili possono nascere da motivazioni interne diverse. E proprio lì si gioca la diagnosi differenziale.

L’idea utile, in ottica clinica, è questa: non basta guardare cosa fa la persona (evita cibi, controlla, conta, restringe). Bisogna capire perché lo fa, cioè quale minaccia sta cercando di prevenire e che funzione ha quel comportamento.

La domanda n.1: “Qual è la paura principale?”

È spesso la discriminante più potente.

Nel DCA (soprattutto restrittivo) la paura centrale tende a ruotare attorno a:

  • aumento di peso, cambiamento del corpo, perdita di “controllo” sul corpo
  • valutazione di sé basata su peso/forma (autostima “incollata” a quei parametri)
  • vergogna, giudizio sociale legato al corpo
  • sensazione che mangiare “rovini” l’identità o il valore personale (“se mangio così, valgo meno”)

Nel DOC a tema alimentare la paura centrale di solito non è “ingrassare” come tema principale, ma:

  • contaminazione (sporco, germi, tossine, chimici, “impurità”)
  • danno fisico immediato o catastrofico (“mi ammalo”, “mi intossico”, “succede qualcosa di grave”)
  • responsabilità e colpa (“se mangio questo e sto male, è colpa mia”, “potrei far male a qualcuno”)
  • necessità di certezza/assenza di rischio (“devo essere sicuro al 100%”)

Stesso comportamento, paure diverse:

  • Evitare un alimento può significare “mi fa ingrassare” (più DCA) oppure “mi contamina/mi fa ammalare” (più DOC).
  • Cucinare in modo rituale può servire a “ridurre calorie e sentirsi virtuosa/o” (più DCA) oppure a “neutralizzare il rischio di contaminazione” (più DOC).

La domanda n.2: “Che posto hanno peso, forma e immagine corporea?”

Questa è un’altra colonna portante.

Nel DCA, di solito trovi:

  • sovrainvestimento su peso/forma (sono al centro della definizione di sé)
  • paura intensa dell’aumento di peso anche quando sottopeso (nelle forme tipiche)
  • body checking (specchio, pizzicare, misurare, confronti) con valenza identitaria/emotiva
  • restrizione e controllo con una qualità spesso “morale” (“brava/o” se resisto, “schifo” se sgarro)

Nel DOC, peso/forma possono comparire, ma spesso:

  • non sono il perno identitario
  • non c’è la stessa “economia emotiva” centrata sul corpo (valgo/non valgo)
  • i rituali sono più legati a sicurezza, purezza, prevenzione del danno, certezza

Attenzione: in alcuni casi di DOC può esserci anche controllo del corpo, ma il motore è diverso (es. “se non controllo, succede qualcosa di pericoloso”), mentre nei DCA il corpo è spesso il “campo di battaglia” principale.

La domanda n.3: “Il pensiero è egodistonico o egosintonico?”

Semplificando:

  • DOC: i contenuti sono più spesso egodistonici (“non voglio pensarla così”, “è assurdo”, “è contro di me”), anche se la persona ci crede emotivamente e si sente costretta a neutralizzare.
  • DCA: nelle forme restrittive, molte regole possono essere egosintoniche almeno in parte (“è giusto così”, “mi fa stare al sicuro”, “mi rende migliore”), anche se contemporaneamente generano sofferenza e prigionia.

Non è una regola assoluta: un DCA può diventare egodistonico col tempo (“non mi riconosco più”), e un DOC può essere poco insight (“mi sembra vero”). Però, come indizio clinico, aiuta.

La domanda n.4: “Qual è la funzione del rituale: estetica/valore o sicurezza/neutralizzazione?”

Qui si vede bene la “logica interna”.

Rituali nel DCA: spesso sono finalizzati a

  • mantenere la restrizione (contare, pesare, saltare, compensare)
  • ridurre l’angoscia legata a calorie/corpo
  • ripristinare un senso di valore, padronanza, “purezza” intesa come disciplina

Rituali nel DOC: spesso servono a

  • neutralizzare un rischio percepito (contaminazione, danno, colpa)
  • ridurre dubbio e incertezza (“devo essere sicuro”)
  • ottenere una sensazione di “giusto” (il famoso just right) che non c’entra col corpo in sé

Quando il DOC “sembra un DCA”: DOC a tema cibo

Esistono forme in cui il DOC si aggancia al cibo in modi che possono imitare un DCA:

  • selezione ristrettissima di alimenti “sicuri” per timore di contaminazione/intossicazione
  • evitamento di ristoranti o cibo preparato da altri
  • rituali di lavaggio, cottura, controllo scadenze/ingredienti estremi
  • perdita di peso come conseguenza non ricercata (o secondaria)

In questi casi, la persona può dimagrire molto e limitarsi tantissimo, ma se scavi trovi che la motivazione primaria non è magrezza/forma, bensì sicurezza/contaminazione/certezza.

Per approfondire questo argomento nello specifico ti consigliamo di leggere l’articolo del nostro blog di psicologiaDOC a Tema Alimentare: somiglianze e differenze con i DCA

Quando il DCA “sembra un DOC”: restrizione con ciclo ossessivo–compulsivo

Nell’anoressia (e in alcuni quadri restrittivi), il funzionamento può diventare sorprendentemente simile al DOC:

  • pensieri intrusivi: “ho mangiato troppo”, “ho perso il controllo”, “devo rimediare”
  • aumento ansia/colpa/vergogna
  • compulsioni: restrizione più dura, iperattività fisica, controllo, rituali alimentari, body checking

Qui la differenza sta nel fatto che:

  • il “pericolo” è spesso legato a peso/forma/valore personale
  • la neutralizzazione avviene tramite comportamenti alimentari e di controllo corporeo
  • la “ricompensa” emotiva può includere anche senso di identità e successo (“ce l’ho fatta”)

Segnali che fanno pensare a comorbilità (DOC + DCA)

A volte non è “uno o l’altro”: sono entrambi. Alcuni indizi:

  • rituali ossessivi generalizzati anche fuori dal tema cibo (controlli, ordine, lavaggi, ripetizioni, paura di danno) insieme a sintomi centrati su peso/forma
  • due paure distinte presenti in parallelo (es. “ingrassare” e “contaminarmi/ammalarmi” con logiche diverse)
  • la persona riconosce “due circuiti”: uno sul corpo/valore e uno sul rischio/certezza
  • storia personale: tratti ossessivi marcati preesistenti + esordio DCA (o viceversa)

In comorbilità, spesso i due disturbi si “potenziano”: il DOC irrigidisce il DCA (più regole, più rituali), e il DCA offre al DOC un terreno concreto su cui fissarsi (cibo, numeri, routine).

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

Psicologia generale

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