Perché alcune donne, anche quando sono competenti e motivate, vivono il lavoro come una sequenza continua di “troppo”, “tardi” e “non abbastanza”?
In molti casi non si tratta di scarso impegno, ma dell’intersezione tra ADHD in età adulta, aspettative di genere e ambienti lavorativi poco “neuro-friendly”.
Che difficoltà vivono le donne ADHD nel mondo del lavoro?
La ricerca mostra che i sintomi ADHD (in particolare disattenzione e difficoltà esecutive) sono associati a problemi di funzionamento lavorativo e a maggiore impairment nelle attività quotidiane. Uno studio ampio sul tema ha evidenziato che i sintomi di inattenzione sono fortemente legati a difficoltà sul lavoro, come organizzazione, performance percepita e gestione dei compiti (Fuermaier et al., ADHD at the workplace: ADHD symptoms, diagnostic status, and work-related functioning, 2021).
Allo stesso tempo, la letteratura sottolinea che l’ADHD nelle donne è spesso meno riconosciuto e presenta profili clinici e di funzionamento che possono differire da quelli maschili, con impatti importanti sulla vita adulta, incluso il lavoro. (Young et al., Females with ADHD: An expert consensus statement, 2020).
1 – Difficoltà nella gestione del tempo e delle scadenze
Nel lavoro, “saper stimare i tempi” e “tenere le scadenze” non è solo una questione di buona volontà: è una funzione esecutiva. Nelle donne ADHD può comparire il classico pattern:
- Partenze lente (fatica ad avviare il compito);
- Sprint finale sotto pressione;
- Consegne in ritardo o percepite come “al limite”;
- Sensazione cronica di rincorsa.
Questa difficoltà viene spesso descritta come time blindness (cecità temporale): il tempo non viene percepito come una risorsa lineare, ma come qualcosa che “sfugge”. Uno studio su funzionamento lavorativo e ADHD sottolinea proprio la vulnerabilità del lavoro ai sintomi ADHD, con impatti concreti sulla gestione dei compiti e dei problemi work-related (Fuermaier et al., ADHD at the workplace: ADHD symptoms, diagnostic status, and work-related functioning, 2021).
Nelle donne, la componente psicologica tende a essere più pesante: aspettative culturali di “essere organizzate” + storia di feedback negativi (“sei distratta”, “sei disordinata”) possono trasformare una difficoltà neurocognitiva in un’autovalutazione punitiva.
2 – Sovraccarico cognitivo e multitasking forzato
Molti contesti lavorativi richiedono multitasking: mail, chat, riunioni, notifiche, cambi di priorità. Il problema è che il multitasking continuo aumenta il carico sulla memoria di lavoro e sulla capacità di mantenere il focus.
Per molte persone ADHD il rischio è un sovraccarico cognitivo: la mente “satura”, l’attenzione si frammenta, aumentano errori e stanchezza. Non è un caso che la ricerca evidenzi come le difficoltà lavorative siano più legate ai sintomi (soprattutto inattenzione) che non alle performance ai test neuropsicologici: ciò che pesa è la gestione reale del contesto, non “quanto si è intelligenti” (Fuermaier et al., ADHD at the workplace: ADHD symptoms, diagnostic status, and work-related functioning, 2021).
Nel lavoro delle donne questa difficoltà può essere amplificata da un tema pratico: spesso si sommano richieste di coordinamento, cura, gestione relazionale e “tenuta invisibile” del team (quello che in molte organizzazioni è chiamato office housework). Se le richieste aumentano e l’ambiente non è strutturato, il cervello ADHD paga il prezzo in fatica e disorganizzazione.
3 – Difficoltà nella comunicazione lavorativa e nelle dinamiche sociali
Qui non parliamo di “scarse capacità sociali” in senso generico, ma di dinamiche frequenti:
- Perdere passaggi chiave in riunione (attenzione fluttuante);
- Difficoltà a seguire discorsi lunghi o poco strutturati;
- Dimenticare dettagli o consegne comunicati “al volo”;
- Rispondere impulsivamente o, al contrario, bloccarsi per paura di sbagliare.
Uno studio qualitativo sulle donne ADHD impiegate descrive come molte vivano il lavoro come un ambiente complesso, con necessità di strategie e accomodamenti per mantenere l’occupazione (Schreuer & Dorot, Experiences of employed women with attention deficit hyperactive disorder: A phenomenological study, 2017).
Nelle donne c’è spesso un’aggravante: la pressione a “gestire bene le relazioni” può portare a masking (compensazioni eccessive, ipercontrollo, sorriso di facciata) con consumo enorme di energie. Il risultato? La persona appare “funzionante”, ma arriva a fine giornata scarica, irritabile o esausta.
4 – Autocritica, sindrome dell’impostore e bassa autostima professionale
Molte donne ADHD non hanno un problema di capacità, ma di coerenza della performance: giornate brillanti alternate a giornate caotiche. Questa variabilità può generare un vissuto tipico:
- “Se oggi ho reso, è fortuna”
- “Se oggi ho sbagliato, è perché sono inadeguata”
La letteratura sull’ADHD femminile sottolinea differenze nel profilo clinico e nel funzionamento associato, e l’importanza di migliorare riconoscimento e percorsi di supporto per ridurre impatti a lungo termine (Young et al., Females with ADHD: An expert consensus statement, 2020).
In più, l’ADHD non riconosciuto o diagnosticato tardi può lasciare dietro di sé una storia di “quasi”: quasi promossa, quasi in pari, quasi a livello. Questo terreno è perfetto per la sindrome dell’impostore: la persona teme che “prima o poi si scoprirà” che non è abbastanza.
5 – Fatica emotiva e disregolazione sul lavoro
L’ADHD non riguarda solo difficoltà attentive o esecutive: molte persone ADHD sperimentano anche disregolazione emotiva, ovvero una maggiore intensità e difficoltà nel gestire le emozioni nei contesti sociali e lavorativi. Sul lavoro questo si traduce in fenomeni clinicamente rilevanti come:
- Reazioni più intense a critiche o feedback;
- Frustrazione rapida quando un compito è noioso o ambiguo;
- Ruminazioni serali (“non dovevo dire così…”, “domani mi licenziano”);
- Difficoltà a “staccare” mentalmente dopo l’orario di lavoro.
Queste manifestazioni non sono “esagerazioni volontarie”, ma riflettono disfunzioni nella regolazione emotiva associate all’ADHD adulto. Studi clinici hanno infatti identificato una connessione significativa tra ADHD e maggior stress mentale legato al lavoro: le persone con ADHD sperimentano livelli più alti di stress occupazionale e sintomi correlati alla salute mentale rispetto alla popolazione senza ADHD, soprattutto in assenza di adeguato supporto o accomodamenti (Schein et al., Stress and work-related mental illness among working adults with ADHD, 2023).
Quando la fatica emotiva sul lavoro si somma all’ansia da prestazione e alle richieste cognitive continue, il cervello entra in uno stato di allerta prolungato. Questo stato cronico non resta limitato “a livello mentale”: ha effetto anche su insonnia, sintomi somatici, affaticamento generale e rischio di burnout. Il burnout, in particolare, è stato osservato con maggiore incidenza in contesti con elevata richiesta emotiva e scarso supporto organizzativo, e può manifestarsi con esaurimento emotivo, distacco e ridotta performance lavorativa (Oscarsson et al., Stress and work-related mental illness among working adults with ADHD: a qualitative study, 2022).
Ma per molte donne ADHD la fatica emotiva sul lavoro non nasce solo dall’ambiente professionale. In molte società, inclusa quella italiana contemporanea, le donne continuano ad assumere una quota sproporzionata di responsabilità emotive e organizzative nella famiglia, il cosiddetto “carico mentale invisibile”. In larga misura, l’organizzazione della casa, della cura dei figli e della gestione dei rapporti familiari ricade ancora prevalentemente sulle donne, generando un doppio ruolo da gestire simultaneamente. La ricerca sociologica ha evidenziato quanto questo carico cognitivo ed emotivo permanente influisca negativamente sulla qualità della vita e sulla capacità di bilanciare lavoro e vita privata.
L’esperienza di molte donne ADHD non è solo “avere molte cose da fare”, ma dover gestire simultaneamente carichi emotivi, organizzativi, familiari e di lavoro con un cervello predisposto a difficoltà di regolazione. Questo crea un terreno fertile per la esauribilità emotiva, la difficoltà di concentrazione dopo compiti stressanti, la difficoltà di riposo notturno e una percezione di costante insufficienza, anche quando le performance sono effettivamente buone o adeguate.
Affrontare questi quadri richiede un approccio integrato che non si limiti a “insegnare tecniche di gestione dello stress”, ma lavori su consapevolezza emotiva, strategie di autoregolazione, pianificazione funzionale e accomodamenti personali e ambientali. Questo è uno degli obiettivi della psicoeducazione individuale ADHD: aiutare le donne a comprendere come il loro profilo di funzionamento interagisce con i ruoli multipli che occupano, e come sviluppare strumenti che riducano la fatica emotiva e migliorino la partecipazione lavorativa e la qualità della vita.

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Quali sono i diritti di una donna lavoratrice?
- Parità di trattamento (accesso, retribuzione, carriera) e tutela contro discriminazioni di genere (D.Lgs. 11 aprile 2006, n. 198 – Codice delle pari opportunità).
- Tutela della maternità e della genitorialità: congedi e protezioni correlate previste dal D.Lgs. 151/2001 (D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151 – Testo unico tutela maternità e paternità).
- Tutele contro comportamenti discriminatori e molestie (inquadrate nel sistema di pari opportunità e norme collegate, spesso con procedure interne aziendali).
E l’ADHD sul lavoro?
Se l’ADHD è formalmente inquadrato in un percorso clinico e produce un impatto funzionale significativo, può essere utile parlarne con professionisti sanitari e, se opportuno, con l’azienda per valutare accomodamenti organizzativi (es. struttura del lavoro, gestione delle interruzioni, chiarezza delle consegne). Le modalità dipendono dal caso e dal contesto.
In questo contesto, la psicoeducazione individuale sull’ADHD rappresenta uno strumento clinico fondamentale. Le tecniche di psicoeducazione non mirano a “normalizzare” la persona, ma a rendere comprensibile il proprio funzionamento, fornendo chiavi di lettura basate su evidenze scientifiche. Attraverso la psicoeducazione è possibile lavorare su aspetti centrali come:
- Il riconoscimento dei segnali precoci di sovraccarico emotivo;
- La comprensione dei meccanismi di disregolazione emotiva tipici dell’ADHD;
- La distinzione tra limiti neurofunzionali e giudizi interiorizzati;
- Lo sviluppo di strategie realistiche di organizzazione, gestione dell’energia e recupero;
- La riduzione dell’autocritica e del senso di colpa legato ai ruoli multipli.
Comprendere come l’ADHD interagisce con il lavoro e con la vita quotidiana consente di spostare il focus dalla prestazione alla sostenibilità, favorendo una partecipazione lavorativa più stabile e un miglior equilibrio psicofisico.
Se ti riconosci nelle difficoltà descritte e desideri un supporto strutturato e competente, il centro ADHD e di psicologia GAM Medical offre un percorso di psicoeducazione individuale ADHD, pensato per accompagnare le donne adulte nella comprensione del proprio funzionamento attentivo ed emotivo e nella costruzione di strategie personalizzate per il lavoro e la vita quotidiana. La psicoeducazione rappresenta un primo passo concreto per ridurre la sofferenza, aumentare la consapevolezza e promuovere un rapporto più funzionale con sé stesse e con il proprio contesto professionale.
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Fonti:
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33528652/
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32787804/
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- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/28269805/
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- https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9714234/
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- https://leg14.camera.it/parlam/leggi/deleghe/testi/
- https://presidenza.governo.it/USRI/magistrature/norme/



