Barbara Berlusconi, ADHD e diagnosi differenziale: quando una lettura clinica cambia tutta la storia

Tempo di lettura: 4 minuti

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Quando una persona racconta pubblicamente il proprio percorso di salute mentale, non sta offrendo una diagnosi, ma una chiave di lettura.
Nel caso di Barbara Berlusconi, il racconto della diagnosi ADHD arrivata in età adulta mette al centro un tema cruciale: quanto una diagnosi iniziale possa non essere sbagliata, ma incompleta, e quanto la diagnosi differenziale possa cambiare il modo di comprendere un’intera storia personale.

Il racconto di Barbara Berlusconi: quando “depressione” non spiegava tutto

Nel suo racconto pubblico, Barbara Berlusconi ha descritto anni di sofferenza psicologica interpretati inizialmente come depressione. Questa diagnosi, secondo quanto riferito, sembrava coerente con il vissuto emotivo del momento, ma non riusciva a spiegare in modo soddisfacente alcune difficoltà di fondo che attraversavano la sua esperienza da tempo.

Non si tratta di negare la presenza della sofferenza depressiva, ma di osservare come la cornice clinica iniziale non restituisse un senso completo del suo funzionamento. Nel suo racconto emergono elementi di fatica cronica, discontinuità, senso di inadeguatezza e difficoltà a mantenere un equilibrio interno, aspetti che non trovavano una spiegazione unitaria.

È proprio in questo scarto tra diagnosi e vissuto che si inserisce il tema della diagnosi differenziale.

Depressione o ADHD? La sovrapposizione che ha segnato il suo percorso

Secondo la review Adult ADHD and comorbid depression (Kessler R.C. et al., 2006), ADHD e depressione in età adulta condividono numerosi sintomi, tra cui difficoltà di concentrazione, affaticamento mentale, perdita di motivazione e senso di inefficacia. Questa sovrapposizione rende particolarmente complesso distinguere i due quadri senza una valutazione approfondita.

Nel caso di Barbara Berlusconi, il racconto suggerisce che i sintomi osservabili fossero compatibili con una lettura depressiva, ma non raccontassero l’intera traiettoria di funzionamento. La diagnosi differenziale, in situazioni come questa, non si limita a chiedere “che sintomi hai ora?”, ma prova a rispondere a domande diverse: da quanto tempo esistono queste difficoltà?, come si manifestavano prima?, in quali contesti erano più evidenti?

Questo tipo di analisi è spesso ciò che permette di distinguere una depressione primaria da una sofferenza secondaria a un disturbo del neurosviluppo non riconosciuto.

La diagnosi di ADHD in età adulta: rileggere il passato

Nel racconto di Barbara Berlusconi, la diagnosi ADHD arrivata successivamente non appare come una semplice “nuova etichetta”, ma come una riorganizzazione del significato di molte esperienze precedenti. Ciò che prima veniva letto come fragilità o fallimento personale trova una spiegazione diversa.

Molte persone che ricevono una diagnosi di ADHD in età adulta descrivono un processo simile: la diagnosi non cambia ciò che è accaduto, ma cambia il modo in cui viene interpretato. Questo passaggio può portare sollievo, ma anche dolore per il tempo trascorso senza una comprensione adeguata.

Nel caso di Barbara Berlusconi, questo momento sembra rappresentare uno spartiacque narrativo: prima una sofferenza senza spiegazione completa, dopo una chiave di lettura che integra elementi cognitivi, emotivi e comportamentali.

diagnosi specialistica
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Cosa rende “differenziale” una diagnosi come la sua

Secondo la review The importance of accurate diagnosis in adult ADHD (Faraone S.V. et al., 2015), la diagnosi ADHD in età adulta richiede un approccio strutturato che tenga conto dell’intero funzionamento della persona, non solo dei sintomi attuali.

Nel caso raccontato da Barbara Berlusconi, una diagnosi differenziale adeguata avrebbe richiesto di considerare:

  • la storia di sviluppo, anche in assenza di una diagnosi infantile;
  • le strategie di compensazione messe in atto nel tempo;
  • la variabilità del funzionamento nei diversi contesti;
  • l’efficacia limitata dei trattamenti precedenti;
  • l’impatto delle difficoltà sulla vita quotidiana.

Questo tipo di valutazione non cerca di “sostituire” una diagnosi con un’altra, ma di costruire una lettura più completa e coerente del funzionamento individuale.

Quando una diagnosi incompleta aumenta la sofferenza

Un elemento centrale nel racconto di Barbara Berlusconi è l’effetto soggettivo di una diagnosi che non spiegava pienamente il suo vissuto. Sentirsi curate senza sentirsi comprese può aumentare la frustrazione, l’autocritica e la sensazione di non funzionare “come si dovrebbe”.

In questi casi, la diagnosi non è solo uno strumento clinico, ma anche un elemento identitario. Quando non restituisce senso, può diventare un fattore di sofferenza aggiuntiva. Il suo racconto mostra come una diagnosi tardiva possa portare a una rilettura dell’intera storia personale, con un impatto emotivo significativo.

Questo non significa che la diagnosi precedente fosse “sbagliata”, ma che non era sufficiente.

Perché il caso Berlusconi parla a molte persone

Il valore del racconto di Barbara Berlusconi non sta nella sua notorietà, ma nel fatto che rende visibile un’esperienza comune: vivere per anni con una spiegazione che non convince del tutto. Il suo caso aiuta a comprendere che:

  • non tutte le sofferenze emotive sono solo depressione;
  • l’ADHD in età adulta può rimanere invisibile a lungo;
  • una diagnosi differenziale può cambiare radicalmente la comprensione di sé;
  • rivolgersi a professionisti esperti non è un dettaglio, ma una necessità.

Usare il suo racconto come centro dell’articolo consente di parlare di diagnosi differenziale attraverso una storia concreta, senza trasformarla in una generalizzazione.

Quando chiedersi se la propria storia è stata letta nel modo giusto?

Il racconto di Barbara Berlusconi invita a porsi una domanda semplice ma profonda: la diagnosi che ho ricevuto spiega davvero il mio funzionamento? Mettere in discussione una diagnosi non significa negare la sofferenza, ma cercare una comprensione più accurata.

GAM Medical, centro di psichiatria e psicoterapia italiano, propone percorsi di valutazione e psicoeducazione personalizzati, condotti da professionisti esperti in ADHD e diagnosi differenziale, con l’obiettivo di costruire letture cliniche accurate e condivise, orientate al benessere nel lungo periodo.

Questo è contenuto divulgativo e non sostituisce le diagnosi di un professionista. Se ti è piaciuto l’articolo, condividilo.

Fonti: 

  • https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC2695217/
  • https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10205222/

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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