Checklist dei “falsi positivi”: quando i sintomi somigliano all’ADHD ma hanno altre cause

Tempo di lettura: 4 minuti

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Pensi di avere l’ADHD?

Distrazione, irrequietezza, impulsività, difficoltà a organizzarsi, sensazione di avere la mente sempre accesa: sono tutti segnali che possono far pensare all’ADHD (Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività, noto anche come “DDAI”). Il punto, però, è che questi sintomi non indicano automaticamente la stessa causa. Non esiste un singolo test che, da solo, confermi l’ADHD, e ci sono diverse condizioni che possono produrre un quadro molto simile.

Per questo parlare di “falsi positivi” non significa mettere in dubbio la realtà della sofferenza o dei sintomi. Significa piuttosto ricordare che sintomi veri possono essere letti in modo frettoloso, attribuendoli all’ADHD quando, in realtà, dipendono da sonno disturbato, ansia, depressione, difficoltà di apprendimento, uso di sostanze o altre condizioni che richiedono un inquadramento diverso.

L’obiettivo di questo articolo è aiutare a distinguere tra sintomi che somigliano all’ADHD e sintomi che possono avere altre cause, così da capire perché una valutazione accurata è importante e perché non basta riconoscersi in una lista di difficoltà per arrivare a una conclusione.

Che cosa significa davvero “falso positivo” quando si parla di ADHD?

Quando si parla di falso positivo in questo contesto, non si intende che la persona stia esagerando o immaginando i sintomi. Si intende che un insieme di difficoltà reali — per esempio disattenzione, agitazione mentale, impulsività o disorganizzazione — viene interpretato come DDAI, anche se potrebbe dipendere da un’altra condizione o da una combinazione di fattori diversi.

Questo è importante perché la somiglianza esterna può essere molto forte. Dormire male, vivere uno stato ansioso intenso, attraversare una depressione o avere difficoltà specifiche di apprendimento può portare a problemi di concentrazione, memoria di lavoro, tenuta attentiva e gestione quotidiana. I sintomi, quindi, sono reali; ciò che cambia è la loro origine.

Quali elementi servono davvero per orientarsi?

Per orientarsi davvero verso l’ADHD, non basta osservare che una persona si distrae o fa fatica a organizzarsi. In generale, i sintomi devono essere persistenti, interferire in modo significativo con la vita quotidiana e comparire in più contesti, non solo in una situazione specifica,come si legge nello studio “Tools for the Diagnosis of ADHD in Children and Adolescents: A Systematic Review” di Bradley S Peterson, Joey Trampush, Morah Brown, Margaret Maglione, Maria Bolshakova, Mary Rozelle, Jeremy Miles, Sheila Pakdaman, Sachi Yagyu e Aneesa Motala. Inoltre, l’ADHD è un disturbo del neurosviluppo: i sintomi devono avere radici nell’infanzia, anche se possono essere riconosciuti o diagnosticati più tardi.

Questo significa che, se una difficoltà compare improvvisamente solo in età adulta, oppure emerge soltanto in una fase di forte stress, o riguarda un’area molto circoscritta della vita, è importante fermarsi e considerare anche altre ipotesi. Una valutazione ben fatta guarda proprio a questo: storia dei sintomi, continuità nel tempo, presenza in contesti diversi e impatto reale sul funzionamento.

Quali possono essere i segnali che chiedono prudenza prima di dire “è ADHD”?

Ci sono alcuni segnali che chiedono più cautela prima di arrivare alla conclusione che si tratti di ADHD. Per esempio, quando i sintomi sono comparsi solo recentemente e non c’è una storia chiara di difficoltà simili nell’infanzia. Oppure quando il problema emerge quasi solo in un contesto specifico, come il lavoro, lo studio o un certo tipo di compito, ma non in altri ambiti della vita.

Un altro elemento da osservare è il legame molto stretto con condizioni come insonnia, stress acuto, ansia, depressione, uso frequente di sostanze o difficoltà specifiche di apprendimento. Anche problemi di vista, udito o altre condizioni mediche possono alterare attenzione e rendimento. Quando i sintomi sembrano seguire soprattutto queste condizioni, è importante non saltare troppo in fretta alla spiegazione ADHD.

Può essere utile fare mente locale su alcune domande semplici: 

  1. questi segnali c’erano anche da bambina o bambino? 
  2. Li vedo in più aree della vita o solo in una? 
  3. Sono peggiorati soprattutto dopo un periodo di stress, di scarso sonno o di malessere emotivo? 
  4. Riguardano davvero il funzionamento generale oppure alcuni compiti molto specifici? 

Questa prudenza non serve a negare il problema, ma a capirlo meglio.

L’ansia può essere confusa con l’iperattività ADHD?

L’ansia può somigliare molto al Disturbo dell’Attenzione, soprattutto quando la mente è continuamente accesa, salta da un pensiero all’altro, fatica a restare su un compito e vive una forma costante di allerta. In questi casi la persona può sentirsi dispersa, irrequieta, sopraffatta o incapace di concentrarsi, ma il motore principale può essere la preoccupazione, non un disturbo dell’attenzione in senso stretto.

La differenza, spesso, sta nel fatto che nell’ansia l’attenzione viene catturata da paure, scenari futuri, timori di errore, controllo e tensione interna. La mente sembra “distratta”, ma in realtà è spesso troppo occupata. Per questo una persona può riconoscersi nei sintomi dell’ADHD e allo stesso tempo stare vivendo principalmente un quadro ansioso, oppure un’ansia che si sovrappone ad altro. Proprio qui una valutazione accurata fa la differenza.

La depressione può essere confusa con la disattenzione ADHD?

Anche la depressione può produrre sintomi che assomigliano alla condizione ADHD. Quando il tono dell’umore si abbassa, possono comparire difficoltà di concentrazione, rallentamento mentale, fatica a iniziare i compiti, scarsa iniziativa, perdita di motivazione e sensazione di avere la mente meno disponibile. In questi casi la persona può sembrare disattenta o disorganizzata, ma il problema principale può nascere dall’energia ridotta e dal peso dell’umore, non da un pattern ADHD di base.

Questo non significa che ADHD e depressione si escludano a vicenda. Possono anche coesistere. Ma quando la disattenzione compare insieme a forte apatia, perdita di interesse, rallentamento, tristezza marcata o sensazione di spegnimento generale, è importante considerare che la causa principale possa essere un’altra, oppure che ci sia un quadro misto da leggere con attenzione.

Se ti riconosci in questi sintomi, una valutazione diagnostica ADHD può aiutarti a capire se si tratta davvero di ADHD o se ci sono altre cause da considerare.

Questo è contenuto divulgativo e non sostituisce le diagnosi di un professionista. Se ti è piaciuto l’articolo, condividilo.

Fonti:

  • https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38523599/

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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