Ti stai chiedendo il perchè da adulti le persone ADHD hanno più probabilità di sviluppare demenza?
Una cosa è bene precisare subito: indipendentemente dal fatto che ci sia o meno un’associazione tra ADHD in età adulta e rischio di demenza, questo non significa che l’ADHD causi direttamente la demenza, o almeno ad oggi non lo possiamo affermare con certezza. Questo significa che il tema va affrontato senza allarmismi ma con serietà. L’ipotesi più plausibile, oggi, è che in alcune persone l’ADHD si associ nel tempo ad altri fattori che possono pesare sulla salute cerebrale, come depressione, fumo, sedentarietà, ipertensione di mezza età, diabete di tipo 2 e altre condizioni che vengono spesso collegate anche al rischio di demenza.
In questo articolo di GAM Medical, clinica ADHD, vedremo il perché l’avanzare dell’età nelle persone ADHD, influenza il rischio di riscontrare demenza in età adulta e perché.
In che modo si sviluppa la demenza nell’adulto ADHD?
Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività (ADHD/DDAI) non “si trasforma” automaticamente in demenza. La demenza è una sindrome caratterizzata da un declino cognitivo progressivo che interferisce con la vita quotidiana, mentre l’ADHD è un disturbo del neurosviluppo che può persistere anche in età adulta. Il punto centrale non è una trasformazione diretta, ma il fatto che in alcune persone possano coesistere o sommarsi vulnerabilità diverse nel corso della vita.
Nello studio del 2023 “Adult Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder and the Risk of Dementia” di Stephen Z. Levine, Anat Rotstein, Arad Kodesh, gli autori hanno ipotizzato che l’ADHD nell’adulto possa essere collegato a una minore capacità di compensare, con l’avanzare dell’età, processi neurodegenerativi o cerebrovascolari. È una spiegazione possibile, ma ancora teorica: gli stessi autori sottolineano che servono ulteriori studi per capire meglio il rapporto tra Condizione ADHD, invecchiamento cognitivo e demenza.

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Relazione tra demenza e adhd negli adulti
Come detto non abbiamo abbastanza riscontri per sapere se la relazione tra demenza e ADHD sia esatta e lineare. In altre parole, il segnale esiste, ma non basta ancora per affermare con certezza che l’ADHD sia una causa diretta di demenza. Un punto importante è che alcuni sintomi cognitivi di ADHD nell’adulto e nell’anziano possono assomigliare a quelli del decadimento cognitivo lieve, creando incertezza diagnostica. Proprio per questo è fondamentale che eventuali cambiamenti di memoria, linguaggio, orientamento o autonomia vengano letti all’interno di una valutazione specialistica accurata, e non attribuiti automaticamente né all’ADHD né alla demenza.

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Un campanello d’allarme: Quali sono i primi segnali di demenza nell’ADHD adulto?
Nell’ADHD adulto possono essere presenti da anni disattenzione, disorganizzazione, difficoltà nel seguire una conversazione lunga, tendenza a dimenticare appuntamenti o oggetti. I segnali che devono far pensare a qualcosa di diverso, o a qualcosa in più, sono soprattutto quelli nuovi, progressivi e peggiorativi, cioè cambiamenti che prima non c’erano o che diventano nettamente più marcati con il tempo.
Tra i segnali iniziali più importanti nelle demenze rientrano perdita di memoria che interferisce con la vita quotidiana, difficoltà nel trovare le parole giuste, problemi di ragionamento o giudizio, maggiore confusione, difficoltà visuo-spaziali, tendenza a ripetere le stesse domande e difficoltà nella gestione delle attività abituali come pagamenti, farmaci o spostamenti in luoghi familiari.
In pratica, una persona ADHD può essere sempre stata distratta o disorganizzata; ciò che merita attenzione clinica è un cambiamento rispetto al proprio funzionamento abituale. Se una persona che ha sempre compensato bene inizia a perdersi in percorsi noti, a non riconoscere errori evidenti, a confondere parole comuni o a non riuscire più a gestire compiti che prima svolgeva in autonomia, è opportuno approfondire.

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Cosa si può fare per prevenire la demenza nell’ADHD adulto?
Non esiste oggi una prevenzione specifica che elimini in modo certo il rischio di demenza nelle persone ADHD. Esistono però strategie di riduzione del rischio sostenute da linee guida e grandi report internazionali. L’OMS raccomanda interventi e comportamenti orientati alla protezione della salute cerebrale, e il report 2024 della Lancet Commission of dementia indica che quasi la metà dei casi di demenza potrebbe essere prevenuta o ritardata intervenendo su fattori modificabili lungo l’arco della vita.
Sul piano pratico, parlare di prevenzione significa quindi lavorare con continuità su sonno, attività fisica, controllo dei fattori cardiovascolari e metabolici, riduzione del fumo, trattamento di ansia e depressione, monitoraggio dell’uso di sostanze e costruzione di routine sostenibili. Non sono strategie “anti-ADHD” o “anti-demenza” in senso assoluto, ma interventi concreti che favoriscono la salute del cervello nel lungo periodo.
Il consulto specialistico è la scelta più utile quando compaiono dubbi reali su memoria, linguaggio, orientamento o autonomia. Lo studio del 2026 “Cognitive Profile of ADHD in Older Adults: A Systematic Review” di Natividad Pardo-Palenzuela, Iban Onandia-Hinchado, Unai Diaz-Orueta, afferma che questo vale ancora di più nelle persone adulte ADHD, perché alcune difficoltà attentive possono confondere il quadro e rendere più difficile distinguere tra funzionamento abituale, stress, depressione, lieve decadimento cognitivo o demenza iniziale.
Il messaggio più utile, oggi, è un altro: prendere sul serio la salute cognitiva, riconoscere eventuali cambiamenti nuovi e progressivi, e intervenire presto sui fattori di rischio modificabili. Una valutazione ben fatta non si limita a chiedere “sei più distratto del solito?”, ma ricostruisce la storia clinica, osserva l’andamento dei sintomi nel tempo, valuta se c’è stato un cambiamento progressivo rispetto al funzionamento precedente. È questo il modo più corretto per evitare sia allarmismi inutili sia sottovalutazioni pericolose.
Quando viene confermata la presenza di ADHD, tra le opzioni di trattamento può essere indicata anche la terapia farmacologica ADHD, sempre sotto supervisione specialistica. I farmaci per l’ADHD agiscono sui sistemi neurochimici coinvolti nell’attenzione e nell’autoregolazione, e possono contribuire a ridurre disattenzione, impulsività e difficoltà organizzative. Nei percorsi proposti da GAM Medical, centro adhd, l’eventuale trattamento farmacologico viene valutato in modo integrato con il quadro clinico complessivo e inserito all’interno di un piano terapeutico più ampio e personalizzato.
Questo è contenuto divulgativo e non sostituisce le diagnosi di un professionista. Se ti è piaciuto l’articolo, condividilo.
Fonti:
- https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2810766
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41146423/
- https://www.ausl.bologna.it/cit/dem/la-prevenzione/i-14-fattori-di-rischio-modificabili/files/articolo-lancet-sintesi.pdf



