Masochismo al lavoro: scegliere sempre il peggio

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Masochismo al lavoro: scegliere sempre il peggio

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Contenuto verificato

Revisione clinica a cura di

Dott.ssa Federica Carvelli

Referente per CBT, mindfulness, regolazione emotiva e neurodivergenze.

Ultima revisione clinica: 6 Agosto 2026

Coordinamento editoriale: Denise Puglisi

Sai che cos’è il masochismo al lavoro?

Se sei una di quelle persone che si definisce o viene definita dagli altri come “masochista” nei contesti lavorativi, probabilmente ti riconoscerai in alcune dinamiche ricorrenti:

  • accettare condizioni di lavoro particolarmente pesanti
  • tollerare ambienti stressanti o poco valorizzanti
  • ritrovarti, anche cambiando lavoro, in situazioni molto simili tra loro.

Come se, in qualche modo, finissi sempre per scegliere o ritrovarti nel contesto più difficile.

Questo può non significare semplicemente “avere sfortuna” o essere capitati nel posto sbagliato, ma può indicare la presenza di una dinamica ricorrente nel rapporto con il lavoro, che in alcuni contesti viene descritta informalmente come “masochismo lavorativo”. 

Si tratta di una tendenza a esporsi ripetutamente a situazioni frustranti, faticose o svalutanti, anche quando esisterebbero alternative più sostenibili.

Nei prossimi paragrafi vedremo più nel dettaglio di che cosa si tratta, quali sono i segnali principali e quali meccanismi possono portare una persona a scegliere spesso inconsapevolmente sempre il “peggio” sul piano lavorativo.

Cos’è il masochismo lavorativo?

Il masochismo lavorativo (o masochismo professionale) è una particolare forma di masochismo che si manifesta all’interno dei contesti di lavoro.

In senso psicologico, il masochismo non va inteso in modo semplicistico, ma come una tendenza, spesso inconsapevole, a esporsi ripetutamente a situazioni frustranti, faticose o svalutanti, traendone in qualche modo un significato o una “coerenza” interna.

Quando questa dinamica si esprime nel lavoro, la persona può trovarsi intrappolata in schemi ricorrenti che la portano a scegliere, mantenere o ricreare condizioni professionali poco sostenibili.

Questo può manifestarsi in diverse configurazioni, tra cui:

  • Scegliere (o ritrovarsi in) lavori particolarmente complicati o stressanti, anche quando esisterebbero alternative più equilibrate
  • Sovraccaricarsi di lavoro: lavorare oltre il necessario, fare straordinari continui o non delegare, anche senza una reale richiesta esterna
  • Accettare condizioni lavorative vessatorie: stipendi bassi, scarsa valorizzazione, richieste eccessive o poco realistiche
  • Mantenere relazioni professionali difficili: con capi critici, svalutanti o colleghi conflittuali
  • Difficoltà a dire di no: accettare compiti, responsabilità o carichi di lavoro anche quando si è già in difficoltà
  • Restare in situazioni insoddisfacenti a lungo, nonostante il disagio evidente
  • Cambiare lavoro ma ritrovarsi in contesti simili: come se lo stesso schema si ripetesse in ambienti diversi
  • Collegare il proprio valore personale alla fatica e al sacrificio, sentendosi “giusti” solo quando si è sotto pressione

In questo senso, il masochismo lavorativo non riguarda solo ciò che accade all’esterno, ma anche il modo in cui la persona si posiziona rispetto al lavoro, contribuendo, spesso senza rendersene conto, a mantenere queste dinamiche nel tempo.

Perché si verifica il masochismo lavorativo?

Prima di tutto, quando si parla di masochismo lavorativo, è utile chiedersi: perché alcune persone tendono a ritrovarsi o a mantenersi in situazioni lavorative particolarmente faticose, svalutanti o insoddisfacenti?

Non esiste una spiegazione unica. Queste dinamiche possono derivare dall’interazione di diversi fattori psicologici, relazionali e ambientali, che possono variare significativamente da persona a persona.

In alcuni casi possono contribuire schemi cognitivi e relazionali appresi nel corso della vita. Una persona può, ad esempio, aver sviluppato la convinzione che il proprio valore dipenda dalla produttività, dalla capacità di sacrificarsi o dal fatto di riuscire a sopportare situazioni difficili. Questi schemi possono influenzare il modo in cui vengono valutate le opportunità lavorative e i propri limiti.

Anche alcuni tratti di personalità, come un forte perfezionismo, un marcato senso del dovere o una tendenza all’autosacrificio, possono favorire la permanenza in contesti caratterizzati da richieste eccessive. La persona può infatti avere difficoltà a riconoscere quando il carico di lavoro è diventato insostenibile oppure considerare normale dover fare sempre di più.

A questi fattori psicologici possono aggiungersi elementi più concreti, come la precarietà economica, la difficoltà a trovare alternative professionali, la situazione del mercato del lavoro o la necessità di mantenere una determinata fonte di reddito. In questi casi, rimanere in un ambiente lavorativo problematico non rappresenta necessariamente una scelta inconsapevole di sofferenza, ma può essere una risposta a vincoli reali.

Anche il contesto sociale può contribuire a mantenere queste dinamiche. In alcuni ambienti, ad esempio, lavorare oltre i propri limiti, essere sempre disponibili o rinunciare al proprio benessere può essere valorizzato e interpretato come segno di dedizione, affidabilità o ambizione.

In altri casi, alcune caratteristiche associate all’ADHD, come difficoltà nella regolazione delle attività, nella gestione del tempo, nell’organizzazione o nella definizione dei limiti, possono contribuire a creare situazioni di sovraccarico. Questo non significa che l’ADHD determini il masochismo lavorativo, ma che può rappresentare uno dei fattori da considerare quando una persona si ritrova ripetutamente in condizioni di lavoro disfunzionali.

Anche il burnout può entrare in questo circuito. Una persona già sottoposta a un forte sovraccarico può avere meno energie e risorse cognitive per modificare la propria situazione, stabilire confini o cercare alternative, contribuendo così al mantenimento del problema.

Le esperienze infantili e familiari possono quindi rappresentare uno dei possibili fattori, ma non costituiscono una spiegazione universale. È più corretto considerare il masochismo lavorativo come il possibile risultato dell’interazione tra storia personale, schemi cognitivi, tratti individuali, condizioni ambientali, rinforzi sociali e caratteristiche specifiche del contesto lavorativo.

Per questo motivo, anche quando esiste un pattern ricorrente, è importante evitare di interpretarlo automaticamente come una scelta inconscia di sofferenza. Prima di parlare di “masochismo”, bisogna comprendere quali fattori stanno realmente mantenendo quella situazione.

Conseguenze del masochismo professionale

Le conseguenze del masochismo lavorativo possono essere significative e impattare profondamente sul benessere psicologico, emotivo e anche fisico della persona.

Proprio perché si tratta di una dinamica che tende a ripetersi nel tempo, gli effetti possono accumularsi e diventare sempre più invalidanti. Tra le principali conseguenze troviamo:

  • Stress cronico: una costante esposizione a richieste elevate e contesti lavorativi difficili può mantenere nel tempo uno stato di stress prolungato, con conseguenze sul benessere psicologico e fisico
  • Burnout: esaurimento emotivo, distacco dal lavoro e senso di inefficacia che possono svilupparsi quando l’esposizione prolungata a richieste e condizioni lavorative stressanti supera le risorse della persona.
  • Ansia: preoccupazioni costanti legate al lavoro, senso di pressione e difficoltà a “staccare” mentalmente
  • Sintomi depressivi: senso di svuotamento, perdita di motivazione, vissuti di impotenza e riduzione dell’autostima possono comparire in presenza di uno stress lavorativo prolungato. 
  • Insoddisfazione lavorativa persistente: la sensazione di non trovare un contesto professionale soddisfacente o di non ricevere un riconoscimento adeguato rispetto al proprio impegno. 
  • Riduzione dell’autostima: il ripetersi di esperienze lavorative negative può contribuire a sviluppare una percezione più negativa delle proprie capacità e del proprio valore professionale.
  • Difficoltà nel tempo libero: fatica a rilassarsi o a godere di momenti fuori dal lavoro
  • Somatizzazioni: mal di testa, tensioni muscolari, disturbi del sonno o altri segnali fisici legati allo stress
  • Isolamento: meno energie per le relazioni personali, con un progressivo ritiro sociale
  • Mantenimento del ciclo disfunzionale: il ripetersi di situazioni lavorative stressanti può rafforzare modalità di comportamento e di pensiero che rendono più difficile modificare la situazione o riconoscere la necessità di porre dei limiti.

Se ti riconosci in queste dinamiche, è importante considerare che ritrovarsi ripetutamente in situazioni lavorative difficili non significa necessariamente scegliere consapevolmente di stare male o fare “cattive scelte”. Possono contribuire diversi fattori psicologici, individuali e ambientali.

Noi di GAM Medical siamo una clinica specializzata nel trattamento di stress e burnout e possiamo aiutarti a comprendere quali fattori stanno contribuendo alle difficoltà che stai vivendo sul lavoro e a individuare strategie più sostenibili per gestirle.

In base alla situazione individuale, il percorso può concentrarsi sia sui sintomi e sulle difficoltà presenti nel quotidiano, sia sui fattori psicologici, relazionali o ambientali che contribuiscono a mantenere il problema nel tempo.



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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

Psicologia generale, Stress

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