Quando ci si avvicina a una realtà complessa e delicata come quella dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), le parole che scegliamo di usare contano più di quanto immaginiamo. Spesso, anche con le migliori intenzioni, si rischia di dire o chiedere qualcosa che può ferire, mettere a disagio o addirittura peggiorare il vissuto di chi ne soffre e ci sono cose che è proprio il caso di non dire a una persona che soffre di DCA.
Approcciarsi a queste condizioni richiede attenzione, consapevolezza e rispetto. Ci sono frasi, commenti e domande che è meglio evitare del tutto, perché non aiutano, non sostengono e non aprono al dialogo. Anzi, possono diventare un peso ulteriore da portare.
Nei disturbi alimentari, le parole hanno un impatto enorme: possono rafforzare sensi di colpa, vergogna, controllo o inadeguatezza.
In molti casi diventano veri e propri trigger, capaci di riattivare pensieri disfunzionali o comportamenti dannosi.
Anche osservazioni apparentemente innocue sul corpo, sul cibo o sull’aspetto fisico possono essere vissute come un attacco o una pressione.
Per questo è fondamentale imparare cosa non dire, cosa non chiedere e quali argomenti trattare con estrema cautela.
Non si tratta di camminare sulle uova, ma di scegliere un linguaggio più umano, empatico e consapevole, che non aggiunga dolore a chi sta già affrontando una battaglia complessa e spesso invisibile.
#1 “quanto pesi?”: la domanda da non fare a chi soffre di un disturbo alimentare
“Quanto pesi?” è una domanda che non andrebbe mai fatta a una persona che soffre di un disturbo del comportamento alimentare, indipendentemente dal tipo di DCA.
Nel caso dei disturbi di tipo restrittivo, il peso può essere vissuto come un numero carico di controllo, giudizio e paura, capace di rinforzare dinamiche ossessive e comportamenti dannosi.
Allo stesso modo, per chi soffre di binge eating o di altre condizioni in cui il corpo può trovarsi in una situazione di lieve o maggiore sovrappeso, questa domanda può riattivare vergogna, senso di colpa e un profondo disagio legato all’immagine corporea.
Parlare di peso significa spesso ridurre una persona a un numero, ignorando la complessità della sua esperienza. È una domanda potenzialmente triggerante, che non offre supporto né comprensione, ma rischia invece di alimentare il dolore e la sofferenza già presenti.
#2 “sono tutti capricci”: i DCA non sono un capriccio
“Sono tutti capricci” è una delle frasi più dannose che si possano dire a una persona che soffre di un disturbo del comportamento alimentare.
Ridurre un DCA a un capriccio, a una scelta o a una mancanza di forza di volontà significa negare la natura profonda e complessa di queste condizioni, che sono disturbi psicologici seri e riconosciuti.
Questa frase invalida la sofferenza di chi ne è colpito, fa sentire la persona non compresa e spesso colpevole per qualcosa che non ha scelto.
Sentirsi dire che “basterebbe volerlo” o che si tratta di un’esagerazione può aumentare il senso di isolamento, rafforzare il silenzio e rendere ancora più difficile chiedere aiuto.
Anche questa è una frase fortemente triggerante, perché minimizza il dolore e trasmette il messaggio che la sofferenza non sia reale o degna di attenzione.
#3 “pensa ai bambini che muoiono di fame”: i DCA non sono una scelta
“Pensa ai bambini che muoiono di fame” è una frase che si sente spesso dire, anche ai bambini, come se bastasse un richiamo morale per cambiare il rapporto con il cibo.
Nel caso dei disturbi del comportamento alimentare, però, è una frase assolutamente da non dire perché parte da un presupposto sbagliato: l’idea che la persona possa semplicemente scegliere di mangiare o di comportarsi diversamente.
Nei disturbi restrittivi, il rifiuto del cibo non è un capriccio né una decisione volontaria, ma il risultato di una sofferenza profonda che non si risolve con una frase di questo tipo.
Allo stesso modo, nei disturbi caratterizzati da abbuffate, il consumo eccessivo di cibo non è una mancanza di rispetto o di consapevolezza, ma l’espressione di un disagio che va ben oltre il controllo razionale.
Dire una frase del genere significa sminuire il disturbo, ridurlo a una questione di buona volontà o di educazione, e ignorare completamente la complessità di ciò che la persona sta vivendo.
#4 “sei ingrassata / sei dimagrita “: commenti sul peso da non fare a una persona che soffre di DCA
“Sei dimagrita” / “Sei ingrassata”: i commenti sul corpo e sul peso non andrebbero fatti in generale, perché rientrano nella macroarea del body shaming e rinforzano l’idea che il valore di una persona passi da come appare.
Nel caso dei disturbi alimentari, però, diventano ancora più delicati e potenzialmente dannosi.
Anche quando sembrano “neutri” o addirittura “complimenti”, questi commenti riportano l’attenzione su peso, forme e cambiamenti fisici, cioè proprio sul terreno più sensibile per chi sta lottando con un disturbo alimentare.
Possono alimentare pensieri ossessivi, confronti continui e bisogno di controllo, oppure essere interpretati come una conferma che il corpo venga costantemente osservato e giudicato.
In sostanza, come per la domanda “quanto pesi?”, dire “sei dimagrita” o “sei ingrassata” riduce la persona a un aspetto esteriore e rischia di rinforzare le dinamiche del disturbo, invece di sostenere davvero la persona dietro quel corpo.
#5 “fai impressione” o “ti stanno bene questi chili in più”: commenti qualitativi sulla forma del corpo
Commenti come “mi fai impressione”, “ti stanno bene questi chili in più”, “ora stai meglio” o “sei dimagrita, sembri un’altra persona” sono frasi che vanno oltre il semplice “sei ingrassata” o “sei dimagrita”, perché aggiungono una valutazione qualitativa al cambiamento del corpo.
Anche quando non sono esplicitamente negativi – o addirittura quando vengono percepiti come positivi – restano comunque commenti centrati sul peso e sull’aspetto fisico.
Nel contesto dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, questo è particolarmente delicato.
Attribuire un significato di “meglio” o “peggio” all’essere ingrassati o dimagriti può rinforzare dinamiche disfunzionali: l’idea che il valore, la salute o il successo personale siano legati a come il corpo appare agli altri.
Per alcune persone, è vero, il fatto che il proprio corpo “faccia impressione” o venga notato può essere vissuto come una conferma o un rinforzo del disturbo, anche se dall’esterno può sembrare paradossale.
Proprio per questo questi commenti sono rischiosi: spostano l’attenzione sull’impatto visivo del corpo e non sulla persona, sul suo vissuto o sul suo percorso.
Anche senza cattive intenzioni, possono alimentare il disturbo invece di aiutare davvero.
#6: dare consigli improvvisati a una persona che soffre di DCA
I consigli improvvisati sono un’altra cosa da evitare quando si parla con una persona che soffre di un disturbo del comportamento alimentare.
Frasi come “basta mangiare un po’ di più”, “prova a controllarti”, “mangia più sano” o “devi solo avere forza di volontà” danno l’idea che il problema sia semplice e che la soluzione sia immediata.
In realtà, i DCA non si risolvono con suggerimenti generici o ricette veloci, perché non riguardano solo il cibo ma un disagio psicologico profondo e complesso.
Questo tipo di consigli finisce per sminuire la sofferenza della persona, trasmettendo il messaggio che non stia facendo abbastanza o che non si stia impegnando nel modo giusto.
Anche quando nascono da buone intenzioni, i consigli non richiesti rischiano di invalidare l’esperienza di chi ne soffre e di rafforzare la sensazione di non essere capiti.
#7 frasi che normalizzano l’esperienza: i DCA non sono “una cosa che capita a tutti”
Dire frasi come “ma dai, a tutti capita di non piacersi”, “ogni tanto ci si abbuffa” o “è normale non avere fame” può sembrare un modo per rassicurare, ma nel caso dei DCA rischia di essere molto invalidante.
Queste affermazioni mettono sullo stesso piano esperienze comuni e un disturbo psicologico complesso, come se si trattasse solo di una fase o di un comportamento “normale” un po’ più intenso.
In realtà, le dinamiche dei disturbi alimentari sono molto più profonde: non riguardano soltanto appetito, quantità di cibo o insicurezze estetiche, ma spesso includono controllo, paura, vergogna, rigidità, sofferenza emotiva e un rapporto alterato con il corpo e con se stessi.
Minimizzare con un “succede a tutti” può far sentire la persona non compresa, spingerla a chiudersi e rendere più difficile parlare davvero di ciò che sta vivendo.



