Vegetarianesimo o disturbo alimentare?

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Vegetarianesimo o disturbo alimentare?

Vegetarianesimo e disturbi del comportamento alimentare (DCA) possono sembrare, a prima vista, due realtà lontane: nel primo caso parliamo spesso di una scelta identitaria, etica o salutistica; nel secondo, di una condizione psicologica complessa e dolorosa.

Eppure esiste un punto di contatto importante: in entrambi i casi possono comparire pattern alimentari “non comuni”, cioè regole, esclusioni e restrizioni che modificano in modo significativo la dieta quotidiana.

Essere vegetariani, nella maggior parte dei casi, è una scelta sana e consapevole, motivata da ragioni come la sensibilità verso gli animali, l’etica, la sostenibilità o la salute.

Tuttavia, in alcune situazioni, l’etichetta vegetariana può diventare anche un contenitore socialmente accettabile per giustificare restrizioni più rigide, evitare determinati cibi e ridurre l’introito calorico, mascherando fragilità alimentari più profonde.

In questo articolo cercheremo di capire come distinguere una scelta autentica e funzionale da un comportamento che, invece, potrebbe essere un segnale di disagio.

È fondamentale premetterlo: il vegetarianesimo non è un disturbo, e non dovrebbe essere trattato come un campanello d’allarme automatico. Moltissime persone sono vegetariane e hanno un rapporto sano con il cibo e con il corpo. Il rischio, semmai, è l’opposto: che chi sceglie un’alimentazione vegetariana venga guardato con sospetto o invalidato.

Essere vegetariani come scelta consapevole

Per molte persone il vegetarianesimo è una scelta coerente, stabile e ben integrata nella propria vita. Può nascere da motivazioni etiche (ridurre la sofferenza animale), ambientali (ridurre l’impatto ecologico), culturali, religiose o legate alla salute.

In questi casi, la decisione di non consumare carne non è vissuta come una “lotta quotidiana”, ma come una preferenza chiara, sostenibile e compatibile con il benessere psicofisico.

Un elemento importante è che, quando la scelta è sana, l’alimentazione rimane varia e sufficientemente flessibile: la persona cerca alternative, si informa, si organizza, impara nuove ricette, sperimenta.

Non c’è un senso costante di colpa o paura legato al cibo, e soprattutto la dieta non si restringe progressivamente nel tempo. Il vegetarianesimo, in questo caso, non è un mezzo per controllare il corpo, ma un modo per vivere in linea con i propri valori.

Vegetarianesimo come copertura di un disturbo alimentare

In alcuni casi, soprattutto in persone vulnerabili o già predisposte, il vegetarianesimo può diventare una forma di copertura per un disturbo alimentare. Questo perché è una restrizione socialmente comprensibile: dire “non mangio carne” viene spesso accolto con rispetto, e permette di evitare situazioni alimentari senza attirare troppe domande. Può diventare un modo “legittimo” per dire no a piatti condivisi, cene in famiglia, pranzi fuori, senza dover esplicitare una paura più profonda legata al cibo.

In questi casi, la scelta non è tanto orientata a valori etici o salutistici, quanto alla possibilità di restringere progressivamente l’alimentazione. A volte la persona inizia eliminando la carne, poi “per coerenza” elimina anche pesce, latticini, uova, carboidrati, grassi, dolci, fino a ridurre sempre di più la varietà. Il vegetarianesimo può diventare l’inizio di una spirale restrittiva, o una maschera che rende meno visibile un problema già presente.

Dieta vegetariana e disturbi alimentari: cosa dice la letteratura?

Nell’articolo The inter-relationships between vegetarianism and eating disorders among women (Bardone-Cone et al., 2012), gli autori esplorano il vegetarianesimo come possibile elemento clinicamente rilevante quando è presente (o sospetto) un disturbo del comportamento alimentare.

In un campione di donne valutate per un DCA (n=93) confrontate con controlli senza storia di DCA (n=67), il gruppo con storia di disturbo alimentare risulta molto più spesso vegetariano sia nel passato (52% vs 12%) sia al momento della valutazione (24% vs 6%), e mostra più frequentemente motivazioni legate al peso come ragione principale della scelta (42% vs 0%).

Inoltre, pur non emergendo differenze significative tra i gruppi di recupero per quanto riguarda l’aver avuto una storia di vegetarianesimo o l’indicare motivazioni legate al peso come primarie, i gruppi differiscono per il vegetarianesimo attuale (più frequente nel disturbo attivo: 33%; poi parzialmente guarite: 13%; e completamente guarite: 5%).

Un dato clinicamente centrale riportato dalle partecipanti è che la maggioranza percepisce il proprio vegetarianesimo come correlato al disturbo alimentare (68%) e spesso riferisce che sia iniziato dopo l’esordio del DCA.

Per questo gli autori concludono che, nella pratica clinica, può essere utile indagare le motivazioni del vegetarianesimo (ad esempio se orientate al peso) quando emerge in persone con sospetto o diagnosi di disturbo alimentare.

Vegetarianismo e DCA: la differenza non è “cosa” si elimina, ma “come” e “perché”

Uno degli errori più comuni, quando si parla di questi temi, è concentrarsi solo sull’etichetta: vegetariano sì o no. In realtà, la distinzione più utile riguarda il modo in cui la persona vive il cibo.

Quando la scelta è sana, l’alimentazione resta:

  • nutritiva e sufficientemente completa,
  • flessibile,
  • compatibile con la vita sociale,
  • non dominata da ansia o ossessioni.

Quando invece la scelta è usata come copertura di un DCA, spesso compaiono:

  • rigidità estrema (“posso mangiare solo queste cose”),
  • paura intensa di alcuni alimenti,
  • senso di colpa dopo aver mangiato,
  • bisogno di controllo,
  • evitamento di situazioni sociali legate al cibo,
  • progressivo restringimento della dieta.

Non è la carne in sé il punto: è la relazione emotiva con l’alimentazione.

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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