Senso di colpa cronico: quando nasce e perché non se ne va da solo

Tempo di lettura: 4 minuti

senso di colpa

Ti capita di sentirti in colpa anche quando sai di non aver fatto nulla di sbagliato?

Il senso di colpa, quando diventa persistente, può trasformarsi in una presenza costante che influenza pensieri, emozioni e decisioni quotidiane. In questo articolo analizzeremo quando nasce il senso di colpa cronico, perché tende a mantenersi nel tempo e per quali motivi difficilmente si risolve da solo.

In questo articolo esploreremo i meccanismi psicologici che contribuiscono allo sviluppo e al mantenimento del senso di colpa cronico, aiutando a distinguere tra una colpa funzionale e una colpa persistente che incide sul benessere emotivo. Comprendere queste dinamiche è un primo passo per ridurne l’impatto e orientarsi verso strategie di gestione più consapevoli.

Che cos’è il senso di colpa cronico?

Il senso di colpa è un’emozione universale e, in condizioni normali, ha una funzione adattiva: segnala una discrepanza tra i propri comportamenti e i valori personali o sociali. Tuttavia, quando il senso di colpa diventa cronico, perde la sua funzione regolativa e assume una forma pervasiva.

Nel senso di colpa cronico, l’emozione non è più legata a un’azione specifica e circoscritta, ma si estende all’identità della persona. Non riguarda più “ho fatto qualcosa di sbagliato”, ma “c’è qualcosa di sbagliato in me”.

Questo vissuto può manifestarsi attraverso:

  • autocritica costante e sproporzionata;
  • difficoltà a concedersi sollievo o piacere;
  • tendenza a sentirsi responsabili per il benessere altrui;
  • bisogno frequente di giustificarsi o chiedere scusa.

Riconoscere questa distinzione è fondamentale per comprendere perché il senso di colpa cronico non si attenua spontaneamente.

Quando nasce il senso di colpa cronico?

Secondo la ricerca del 2007 “Guilt, shame, and moral development” di Tangney J.P. et al., il senso di colpa si sviluppa precocemente all’interno delle relazioni significative. È il contesto relazionale a determinare se questa emozione diventerà uno strumento flessibile di autoregolazione o un vissuto rigido e persistente.

Il senso di colpa cronico può prendere forma in ambienti in cui il valore personale viene percepito come condizionato, ad esempio quando l’approvazione dipende dal comportamento, dal rendimento o dalla capacità di non creare problemi. In questi contesti, il senso di colpa può diventare una strategia per mantenere il legame e prevenire il rifiuto.

Alcuni fattori che possono contribuire alla sua origine includono:

  • messaggi educativi basati sulla colpevolizzazione;
  • ruoli di responsabilità emotiva assunti precocemente;
  • ambienti imprevedibili o critici;
  • scarso riconoscimento dei bisogni personali.

Nel tempo, questi schemi possono consolidarsi e ripresentarsi anche in età adulta, indipendentemente dalla situazione attuale.

Senso di colpa cronico e funzionamento psicologico

Secondo la ricerca del 2012 “Maladaptive guilt and psychopathology” di O’Connor L.E. et al., il senso di colpa cronico è spesso associato a difficoltà emotive e relazionali, in particolare nei disturbi dell’umore e d’ansia. In questi casi, la colpa non svolge più una funzione correttiva, ma diventa un meccanismo di auto-punizione.

Dal punto di vista del funzionamento quotidiano, il senso di colpa cronico può influenzare:

  • il processo decisionale, rendendolo incerto e rallentato;
  • le relazioni, favorendo dinamiche sbilanciate;
  • l’autostima, che risulta fragile e condizionata;
  • la capacità di porre limiti, per timore di deludere.

Questi effetti tendono a rinforzarsi reciprocamente, creando un circolo che mantiene il vissuto di colpa anche in assenza di reali responsabilità.

Perché il senso di colpa cronico non se ne va da solo?

A differenza del senso di colpa situazionale, che tende ad attenuarsi dopo una riparazione o con il passare del tempo, il senso di colpa cronico si mantiene perché non è legato a un singolo evento, ma a un pattern di funzionamento.

Il senso di colpa cronico può infatti svolgere alcune funzioni implicite:

  • mantenere il controllo sulle relazioni;
  • prevenire il conflitto o l’abbandono;
  • dare un senso di coerenza all’immagine di sé;
  • ridurre l’ansia legata all’incertezza.

Proprio perché svolge queste funzioni, il senso di colpa tende a riattivarsi automaticamente, anche quando non è giustificato dal contesto. Senza un lavoro di consapevolezza, il meccanismo rimane invariato e difficilmente si risolve spontaneamente.

Come si riconosce il senso di colpa cronico?

Il primo passo per affrontare il senso di colpa cronico non è eliminarlo, ma imparare a riconoscerne i segnali. Questo permette di distinguere tra una colpa funzionale e una colpa disfunzionale.

Alcuni indicatori utili possono essere:

  • la colpa è presente anche senza un errore identificabile;
  • non diminuisce dopo aver chiesto scusa o riparato;
  • si accompagna a giudizi globali su di sé;
  • influenza in modo costante le scelte quotidiane.

Riconoscere questi segnali consente di interrompere l’automatismo e di iniziare a interrogarsi sul ruolo che il senso di colpa sta svolgendo nella propria vita.

Pensi di avere il senso di colpa “cronico”?

Il senso di colpa cronico non è un tratto caratteriale, ma un’esperienza psicologica complessa che può avere radici profonde e mantenersi nel tempo. Comprenderne l’origine e il funzionamento è un passaggio fondamentale per ridurne l’impatto sul benessere quotidiano.

GAM Medical, centro di psichiatria e psicoterapia italiano, con un’équipe di psicoterapeuti specializzati, propone percorsi di psicoeducazione e supporto psicologico personalizzati, orientati a comprendere i meccanismi emotivi alla base del senso di colpa persistente e a costruire modalità più equilibrate di relazione con sé e con gli altri. Un percorso condiviso può aiutare a trasformare la colpa da fonte di sofferenza a segnale comprensibile e gestibile.

Questo è contenuto divulgativo e non sostituisce le diagnosi di un professionista. Se ti è piaciuto l’articolo, condividilo.

Fonti:

  • https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3083636/
  • https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4119797

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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