Quando accade un evento critico — un incidente grave, una calamità naturale, un’aggressione, un lutto improvviso, un’emergenza sanitaria — la prima risposta che immaginiamo è quasi sempre medica o logistica: soccorso, sicurezza, protezione, gestione del rischio. Ma esiste un altro livello, spesso invisibile e altrettanto decisivo: la risposta psicologica. È qui che entra in gioco la psicologia dell’emergenza, un ambito che lavora sul “qui e ora” della crisi per ridurre la sofferenza, sostenere le persone coinvolte e prevenire conseguenze psicologiche a lungo termine, tra cui anche il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD).
Che cos’è la psicologia dell’emergenza
La psicologia dell’emergenza è il settore della psicologia che si occupa di:
- intervento psicologico in contesti critici e traumatici,
- gestione delle reazioni acute allo stress,
- supporto a vittime, familiari, comunità e soccorritori,
- prevenzione degli esiti traumatici nel medio-lungo periodo.
È una psicologia “sul campo”: non nasce nello studio clinico, ma in luoghi dove il tempo è poco, le emozioni sono intense e la priorità è stabilizzare.
Non lavora solo sul singolo individuo: spesso lavora sul gruppo, sulla comunità, sui sistemi (famiglia, scuola, servizi).
Come funziona la psicologia dell’emergenza: obiettivi e logica dell’intervento
La psicologia dell’emergenza non ha come obiettivo “fare terapia” nell’immediato.
L’obiettivo principale è creare condizioni di sicurezza e di contenimento emotivo.
In pratica, punta a:
- ridurre lo shock e la disorganizzazione iniziale,
- favorire una risposta adattiva allo stress,
- prevenire l’isolamento e la frammentazione emotiva,
- sostenere le risorse individuali e sociali,
- intercettare precocemente segnali di rischio.
È un lavoro molto concreto: spesso si interviene con poche parole, in modo rispettoso, senza forzare il racconto.
Psicologia dell’emergenza e prevenzione del PTSD
Il PTSD può svilupparsi dopo un evento traumatico quando l’esperienza resta “bloccata” in un sistema di allarme che non si spegne, con sintomi che persistono nel tempo (come intrusività, evitamento, iperattivazione, alterazioni emotive e cognitive).
La psicologia dell’emergenza è importante perché agisce prima che la reazione acuta diventi cronica: non elimina il trauma, ma può ridurre il rischio che la persona rimanga sola, disorganizzata, sopraffatta o senza strumenti per elaborare.
Fattori che possono aumentare il rischio di PTSD dopo un evento
- isolamento dopo l’evento
- mancanza di supporto o invalidazione (“non è successo niente”)
- caos, confusione, disorganizzazione
- esposizione ripetuta a stimoli traumatici (media, racconti, scene)
- colpa, vergogna, autoaccusa
- assenza di informazioni chiare
- preesistente vulnerabilità (traumi precedenti, ansia, depressione)
Fattori protettivi che la psicologia dell’emergenza aiuta a rinforzare
- senso di sicurezza e orientamento
- supporto sociale reale
- capacità di autoregolazione
- informazioni chiare e realistiche
- accesso precoce a cure appropriate
- riconoscimento emotivo senza forzature
In quali situazioni interviene la psicologia dell’emergenza
Gli interventi possono essere attivati in molte circostanze, ad esempio:
- incidenti stradali gravi con feriti o decessi
- terremoti, alluvioni, incendi, crolli
- aggressioni, rapine, violenze
- suicidi o tentati suicidi in contesti pubblici o familiari
- emergenze sanitarie e ospedaliere (es. terapia intensiva, pronto soccorso)
- eventi traumatici sul lavoro (infortuni, morti bianche)
- maxi-emergenze con coinvolgimento comunitario
- comunicazione di un lutto improvviso (notifica di decesso)
- interventi con bambini e adolescenti in contesti traumatici
E può riguardare non solo le “vittime dirette”, ma anche:
- testimoni,
- familiari,
- soccorritori,
- insegnanti,
- comunità colpite.
Cosa fa concretamente uno psicologo dell’emergenza?
Gli interventi variano in base al contesto, ma spesso includono alcuni elementi ricorrenti.
1) Stabilizzazione e contenimento emotivo
Quando una persona è in shock, può essere confusa, agitata, dissociata o iperattiva. L’intervento punta a “riportarla a terra” senza invaderla.
Esempi di azioni tipiche:
- parlare con voce calma e orientante,
- aiutare a riconoscere dove si trova e cosa sta succedendo,
- ridurre stimoli e caos,
- promuovere il contatto con una figura di supporto.
2) Supporto pratico (che è anche psicologico)
In emergenza, la mente non regge bene l’incertezza.
Per questo lo psicologo aiuta anche a:
- capire i prossimi passi,
- organizzare le informazioni,
- gestire decisioni immediate,
- facilitare la comunicazione con i servizi.
Sembra “poco psicologico”, ma è una parte essenziale della riduzione del trauma.
3) Normalizzazione delle reazioni acute
Molte persone, dopo un evento traumatico, pensano:
“Sto impazzendo.”
“Non mi riprenderò.”
“Se sto così vuol dire che sono debole.”
Uno dei compiti principali è spiegare che alcune reazioni sono comuni:
- tremori, pianto, blocco,
- confusione,
- insonnia,
- immagini intrusive,
- nausea, tachicardia,
- sensazione di irrealtà.
Normalizzare non significa minimizzare. Significa togliere la paura dalla paura.
4) Protezione dal sovraccarico e dal retraumatizzarsi
Un errore frequente (anche mediatico) è pensare che “parlarne subito” sia sempre utile.
In realtà, nelle ore immediatamente successive, forzare il racconto può essere dannoso per alcune persone.
Lo psicologo dell’emergenza:
- non obbliga a raccontare,
- evita pressioni,
- protegge la persona da stimoli inutilmente traumatici,
- favorisce una distanza sicura dall’evento.
5) Attivazione delle risorse sociali
Uno dei fattori più protettivi dopo un trauma è la presenza di legami e supporto.
Interventi tipici:
- facilitare la presenza di un familiare,
- aiutare a contattare persone significative,
- sostenere la rete comunitaria (scuola, vicinato, servizi).



