Lutto: quanto è “normale” stare male? Fasi, tempi e quando chiedere aiuto

Tempo di lettura: 4 minuti

lutto: tempo necessario

Quanto è normale stare male dopo la perdita di una persona cara?

Il lutto è un’esperienza universale, ma profondamente soggettiva. La sofferenza che segue una perdita può manifestarsi in modi molto diversi, per intensità, durata e modalità di espressione. Comprendere cosa rientra nei confini di una risposta “normale” al lutto e quando, invece, può essere utile chiedere un supporto psicologico è fondamentale per affrontare questo processo con maggiore consapevolezza.

Questo articolo approfondisce le principali caratteristiche del lutto, le sue fasi, i tempi di elaborazione e i segnali che possono indicare la necessità di un aiuto professionale.

Quanto tempo dura la fase del lutto?

Stabilire quanto “dura” il lutto è complesso, perché il dolore per una perdita non segue un andamento lineare né uniforme. Le evidenze scientifiche descrivono il lutto come un processo oscillante, in cui momenti di sofferenza acuta possono alternarsi a periodi di apparente stabilità, anche all’interno della stessa giornata. Questa variabilità è influenzata da molteplici fattori: il tipo di relazione con la persona scomparsa, le circostanze della morte, le risorse personali, il supporto sociale e il contesto culturale di riferimento (Stroebe & Schut, 1999).

Nei primi mesi successivi alla perdita, l’esperienza del lutto tende a coinvolgere in modo pervasivo il funzionamento emotivo, cognitivo e fisico. È frequente che la mente sia occupata dal pensiero della persona scomparsa, che l’attenzione e la memoria risultino ridotte e che il corpo reagisca con alterazioni del ritmo sonno–veglia, dell’appetito o dei livelli di energia. Anche la regolazione emotiva può risultare temporaneamente compromessa, con passaggi improvvisi dalla tristezza alla rabbia, dalla nostalgia al senso di intorpidimento emotivo.

Con il passare del tempo, per molte persone si osserva una graduale attenuazione dell’intensità del dolore, più che una sua scomparsa. Gli studi longitudinali mostrano che tra i 6 e i 12 mesi la sofferenza tende, in molti casi, a diventare meno totalizzante, consentendo una maggiore ripresa delle attività quotidiane e delle relazioni significative (Bonanno et al., 2002). Questo cambiamento non avviene in modo continuo: ricorrenze, anniversari o eventi di vita possono riattivare temporaneamente il dolore, senza che ciò indichi una regressione o un fallimento dell’elaborazione.

È importante sottolineare che l’attenuazione dei sintomi non coincide con il “superamento” della perdita. Piuttosto, si assiste a una riorganizzazione interna in cui il legame con la persona scomparsa viene integrato nella propria storia di vita. Il ricordo può rimanere emotivamente significativo, ma senza interferire costantemente con il funzionamento personale, lavorativo e relazionale.

Infine, la presenza di dolore anche a distanza di tempo non è di per sé indice di una condizione patologica. La durata del lutto non può essere valutata esclusivamente in termini temporali, ma va compresa alla luce dell’impatto che la sofferenza ha sulla qualità della vita e sulla possibilità di mantenere un equilibrio emotivo complessivo.

Dopo quanto tempo si elabora un lutto?

Elaborare un lutto non significa smettere di provare dolore, ma riuscire a convivere con l’assenza senza che questa domini costantemente il funzionamento quotidiano. Da un punto di vista clinico, si parla di elaborazione quando la persona riesce progressivamente a:

  • Mantenere relazioni significative;
  • Riprendere attività e ruoli;
  • Provare emozioni positive accanto al ricordo della perdita.

Gli studi longitudinali mostrano che molte persone raggiungono una forma di adattamento funzionale entro il primo anno, mentre altre necessitano di tempi più lunghi senza che questo rappresenti necessariamente una condizione patologica (Bonanno, 2004).

È importante distinguere tra dolore persistente, che può essere parte di un lutto normale, e blocco del processo di elaborazione, tema che richiede una valutazione clinica specifica e che viene approfondito in sedi dedicate.

Come capire se si ha bisogno di aiuto psicologico?

Chiedere aiuto durante un lutto non significa che “qualcosa non va”, ma può rappresentare una risorsa per attraversare un periodo complesso. Esistono alcuni segnali che indicano la possibilità di trarre beneficio da un supporto psicologico.

Tra questi:

  • Sofferenza intensa che non mostra attenuazione nel tempo;
  • Isolamento sociale marcato;
  • Senso di colpa persistente o pensieri auto svalutanti;
  • Difficoltà significative nel funzionamento lavorativo o relazionale;
  • Sintomi depressivi come anedonia, disperazione o perdita di significato.

La ricerca evidenzia che una valutazione psicologica può aiutare a distinguere tra una risposta di lutto fisiologica e condizioni che meritano un’attenzione clinica più approfondita (Shear et al., 2011).

Qual’è l’importanza di chiedere aiuto?

Dal punto di vista scientifico, il supporto psicologico non “accelera” artificialmente il lutto, ma favorisce un’elaborazione più adattiva, riducendo il rischio di cronicizzazione della sofferenza. Studi controllati mostrano che interventi psicologici mirati possono migliorare la regolazione emotiva e la qualità della vita nelle persone in lutto (Currier et al., 2008).

Chiedere aiuto consente di:

  • Dare significato alle emozioni provate;
  • Normalizzare reazioni spesso vissute con vergogna o paura;
  • Trovare uno spazio sicuro di espressione;
  • Rafforzare le risorse personali e relazionali.

L’aiuto professionale non sostituisce il tempo, ma accompagna il processo, rendendolo meno solitario.

lutto: stare male
lutto: stare male

Come si affronta la perdita di una persona cara?

Affrontare la perdita non significa “superarla”, ma costruire un nuovo equilibrio. Le evidenze suggeriscono alcune strategie utili, seppur non universali:

  • Riconoscere il dolore, senza minimizzarlo;
  • Mantenere legami sociali, anche quando risulta faticoso;
  • Dare spazio al ricordo, evitando sia l’evitamento totale sia la ruminazione continua;
  • Curare i bisogni di base, come sonno e alimentazione;
  • Accettare l’alternanza emotiva, tra momenti di sofferenza e momenti di tregua.

La letteratura contemporanea parla di continuing bonds, ovvero della possibilità di mantenere un legame simbolico con la persona scomparsa come parte di un’elaborazione sana del lutto (Klass et al., 1996).

Stare male dopo una perdita è una risposta umana e comprensibile. Il lutto non segue tempi rigidi né percorsi identici per tutti, e chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma una scelta di cura. Riconoscere i propri bisogni emotivi è un primo passo fondamentale per attraversare il dolore senza esserne sopraffatti.

Presso il GAM Medical, Centro di Psicologia e Psichiatria, è possibile trovare professionisti qualificati che offrono supporto e valutazione psicologica in momenti di difficoltà emotiva.

Per esplorare la presenza di sintomi depressivi che possono accompagnare il lutto, è disponibile il Test di Depressione online GAM Medical.

Un supporto adeguato può aiutare a dare senso alla perdita e a ritrovare, nel tempo, un equilibrio possibile.

Questo è contenuto divulgativo e non sostituisce le diagnosi di un professionista. Se ti è piaciuto l’articolo, condividilo.

Fonti: 

  • https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/10848151/ 
  • https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/12014721/ 
  • https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/17878497/ 
  • https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15122985/ 
  • https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/21284063/ 
  • https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/18229981/ 
  • https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/8986002

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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