Disturbi alimentari: quando intervenire e quali percorsi esistono

Tempo di lettura: 4 minuti

disturbi alimentari: quando intervenire?

Ti sei mai chiesto quando un rapporto difficile con il cibo smette di essere una “fase” e diventa qualcosa che richiede attenzione?

I disturbi del comportamento alimentare possono manifestarsi in modi diversi e con intensità variabile, rendendo complesso capire quando è il momento giusto per intervenire e quali siano i percorsi più adeguati. In questo articolo chiariremo quali segnali non andrebbero sottovalutati e quali opzioni di trattamento sono oggi disponibili.

Quando bisogna intervenire e quali sono i segnali che meritano attenzione del disturbo alimentare?

I disturbi alimentari comprendono un insieme di condizioni psicologiche caratterizzate da un rapporto disfunzionale con il cibo, il peso e l’immagine corporea. Tra i più noti rientrano l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da alimentazione incontrollata, ma esistono anche forme meno definite che possono comunque causare sofferenza significativa.

È importante sottolineare che non tutti i disturbi alimentari si presentano in modo evidente o estremo. In molti casi, i segnali iniziali possono essere sfumati e facilmente attribuiti a stress, dieta o cambiamenti di vita. Proprio per questo, il rischio di minimizzazione è elevato.

I disturbi alimentari non riguardano solo il cibo, ma coinvolgono:

  • la regolazione emotiva;
  • l’autostima;
  • il controllo;
  • il rapporto con il corpo;
  • le relazioni.

Riconoscerli come condizioni psicologiche complesse è il primo passo per comprendere perché intervenire precocemente è fondamentale.

Stabilire il momento giusto per intervenire non è sempre semplice. Molte persone rimandano la richiesta di aiuto perché temono di “esagerare” o di non essere abbastanza gravi. Tuttavia, aspettare che la situazione peggiori non è una strategia utile.

Alcuni segnali che indicano la necessità di una valutazione includono:

  • preoccupazione costante per peso, cibo o forma corporea;
  • restrizioni alimentari rigide o abbuffate ricorrenti;
  • senso di colpa o vergogna dopo aver mangiato;
  • evitamento di pasti condivisi;
  • oscillazioni di peso o comportamenti compensatori;
  • impatto negativo su umore, relazioni o lavoro.

Secondo l’articolo del 2020 “Early identification and intervention in eating disorders” di Treasure et al., l’intervento precoce è associato a esiti migliori e a una minore probabilità di cronicizzazione. Questo vale anche quando il disturbo non soddisfa ancora tutti i criteri diagnostici.

In altre parole, non è necessario “stare malissimo” per chiedere aiuto.

Perché intervenire presto fa la differenza?

Uno degli aspetti più delicati dei disturbi del comportamento alimentare è la loro tendenza a strutturarsi nel tempo. I comportamenti disfunzionali possono diventare strategie rigide di gestione delle emozioni, rendendo il cambiamento più complesso.

Secondo l’articolo del 2015 “Treatment outcomes in eating disorders” di Fairburn et al., la durata del disturbo prima dell’inizio del trattamento è uno dei fattori che influenzano maggiormente la prognosi. Più a lungo il disturbo rimane attivo, più aumenta il rischio di complicazioni psicologiche e fisiche.

Intervenire tempestivamente permette di:

  • ridurre la rigidità dei comportamenti;
  • limitare le conseguenze fisiche;
  • lavorare sulle cause emotive sottostanti;
  • preservare la qualità della vita.

Questo non significa che chi interviene tardi non possa migliorare, ma che prima si agisce, maggiori sono le possibilità di un percorso meno complesso.

Quali percorsi esistono per i disturbi alimentari?

Non esiste un unico trattamento valido per tutti i disturbi alimentari. I percorsi più efficaci sono generalmente multidisciplinari, cioè coinvolgono più figure professionali che lavorano in modo coordinato.

A seconda della gravità e delle caratteristiche del caso, i percorsi possono includere:

  • supporto psicologico o psicoterapeutico, individuale o familiare;
  • monitoraggio medico, per la salute fisica;
  • intervento nutrizionale, orientato alla normalizzazione dell’alimentazione;
  • psicoeducazione, per comprendere il funzionamento del disturbo.

Il trattamento può avvenire in diversi setting:

  • ambulatoriale;
  • diurno;
  • residenziale, nei casi più complessi.

È fondamentale chiarire che non tutti i percorsi prevedono il ricovero. Molte persone beneficiano di interventi ambulatoriali strutturati, soprattutto se l’intervento è precoce.

Un altro elemento che spesso ritarda l’intervento èla mancanza di motivazione percepita. Molte persone con disturbi alimentari vivono una forte ambivalenza: da un lato riconoscono la sofferenza, dall’altro temono di perdere il controllo.

Questo non significa che la terapia non possa iniziare. Al contrario, la motivazione è spesso un obiettivo del percorso, non un prerequisito.

È comune che:

  • la richiesta di aiuto sia accompagnata da dubbi;
  • la persona non si riconosca pienamente in una diagnosi;
  • il cambiamento venga percepito come minaccioso.

Un percorso adeguato tiene conto di questa ambivalenza, lavorando in modo graduale e rispettoso dei tempi individuali.

Quale è il ruolo dei familiari e del contesto?

Nei disturbi alimentari, il contesto relazionale ha un ruolo rilevante. Familiari, partner o persone vicine possono essere risorse importanti, ma anche sentirsi disorientati o impotenti.

Un intervento efficace spesso include:

  • informazione e psicoeducazione per i familiari;
  • chiarimento dei ruoli;
  • riduzione di dinamiche di controllo o conflitto;
  • sostegno alla comunicazione.

Coinvolgere il contesto non significa colpevolizzare, ma costruire un ambiente più favorevole al cambiamento.

Quando bisogna chiedere aiuto professionale?

Chiedere aiuto per un disturbo alimentare può essere difficile, soprattutto quando il problema viene vissuto con vergogna o minimizzazione. Tuttavia, rivolgersi a professionisti esperti è un passaggio centrale, sia per una corretta valutazione sia per l’individuazione del percorso più adatto.

È consigliabile chiedere una valutazione quando:

  • il rapporto con il cibo genera sofferenza;
  • i comportamenti alimentari interferiscono con la vita quotidiana;
  • il disagio persiste nel tempo;
  • ci sono segnali fisici o psicologici preoccupanti.

Una valutazione non obbliga a iniziare subito un percorso intensivo, ma offre chiarezza e orientamento.

Ti stai chiedendo se sia il momento giusto per intervenire?

Capire quando intervenire e quali percorsi esistono è fondamentale per affrontare i disturbi del comportamento alimentare in modo consapevole. Ogni situazione è diversa e richiede una valutazione personalizzata.

GAM Medical, centro di psichiatria e psicoterapia italiano, propone percorsi di psicoeducazione, valutazione e supporto multidisciplinare, con l’obiettivo di individuare il trattamento più adeguato e sostenibile, nel rispetto dei tempi e dei bisogni della persona.

Questo è contenuto divulgativo e non sostituisce le diagnosi di un professionista. Se ti è piaciuto l’articolo, condividilo.

Fonti:

  • https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10710219/
  • https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9813802

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Psichiatra ADHD Gincarlo Giupponi

Supervisione scientifica:
Questo articolo è stato revisionato dal Dott. Giancarlo Giupponi, psichiatra e psicoterapeuta, vicedirettore del Servizio Psichiatrico di Bolzano e presidente regionale della Società Italiana di Psichiatria. Oltre a garantire l’accuratezza clinica dei contenuti, il Dott. Giupponi supervisiona la selezione dei test e dei questionari disponibili sul sito, verificandone la conformità agli standard scientifici internazionali (DSM-5, OMS, strumenti clinicamente validati).
Scopo del contenuto: divulgativo, non diagnostico.

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