Hai mai sentito parlare dell’esperimento della Still-Face in relazione all’autismo?
Oggi sappiamo che la diagnosi di autismo può avvenire molto precocemente nello sviluppo, spesso già nei primi anni di vita.
Questo rappresenta un cambiamento radicale rispetto al passato. Molti adulti autistici attuali hanno ricevuto una diagnosi tardiva, in adolescenza o addirittura in età adulta; altri, soprattutto donne o persone nello spettro di livello 1, non sono ancora diagnosticati.
Per decenni l’autismo è stato riconosciuto solo quando le difficoltà diventavano evidenti, spesso dopo anni di adattamento silenzioso.
Oggi, invece, la ricerca ha spostato lo sguardo molto più indietro nel tempo: prima ancora dell’età in cui è possibile una diagnosi clinica formale, esistono strumenti sperimentali capaci di individuare segnali precocissimi nello sviluppo sociale.
Uno di questi è il paradigma dello Still-Face, un semplice esperimento di interazione genitore-bambino che osserva cosa accade quando la relazione, per un breve momento, si interrompe.

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Cos’è l’esperimento della Still-Face?
Con l’espressione Still-Face, letteralmente “volto immobile”, si indica una particolare condizione di interazione in cui l’adulto, solitamente il genitore, smette improvvisamente di rispondere al bambino.
Il volto diventa neutro, lo sguardo è presente ma privo di espressione, e ogni forma di comunicazione verbale e non verbale viene sospesa.
Non si tratta di una situazione naturale, ma di una interruzione intenzionale e temporanea della relazione, pensata per osservare come il bambino reagisce quando il normale scambio sociale viene meno.
L’esperimento dello Still-Face, noto come Still-Face Paradigm, è una procedura sperimentale utilizzata da decenni nello studio dello sviluppo infantile.
Si articola generalmente in tre fasi.
- Nella prima fase, genitore e bambino interagiscono liberamente: si guardano, si parlano, sorridono.
- Nella seconda fase, detta appunto still face, il genitore interrompe improvvisamente l’interazione e mantiene un’espressione facciale immobile e non responsiva per un breve periodo.
- Nella terza fase, l’interazione viene ripristinata e il genitore torna a rispondere normalmente al bambino.
Ciò che rende questo esperimento particolarmente informativo è che non misura ciò che il bambino sa fare, ma come usa la relazione.
Durante la fase di still face, molti bambini cercano attivamente di riattivare il contatto: aumentano il contatto visivo, vocalizzano, sorridono, si agitano o mostrano segnali di disagio.
Altri, invece, riducono l’iniziativa sociale, distolgono lo sguardo o si concentrano su strategie di autoregolazione. Queste differenze non sono casuali: riflettono il modo in cui il bambino percepisce, interpreta e utilizza l’interazione sociale.
Per questo motivo lo Still-Face Paradigm è diventato uno strumento centrale nello studio dello sviluppo socio-emotivo precoce e, più recentemente, un contesto privilegiato per osservare segnali precocissimi di rischio per l’autismo, ben prima dell’età in cui è possibile formulare una diagnosi clinica.

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Still-Face e Autismo: quale legame?
Il legame tra lo Still-Face Paradigm riguarda il modo in cui si sviluppa la comunicazione sociale nei primissimi mesi di vita.
L’autismo, infatti, non è definito da un singolo comportamento, ma da differenze persistenti nella reciprocità sociale, nella condivisione dell’attenzione e nell’uso dell’altro come partner comunicativo.
Tutte queste dimensioni emergono molto presto, ben prima del linguaggio, proprio all’interno delle interazioni quotidiane tra il bambino e il caregiver.
L’esperimento dello still face mette sotto “stress” la relazione in modo controllato: interrompendo improvvisamente la risposta dell’adulto, rende visibile quanto il bambino sia orientato all’altro e quanto utilizzi attivamente la relazione per regolare le proprie emozioni e il proprio comportamento.
Per molti bambini, la mancanza di risposta del genitore genera una chiara reazione: tentativi di riattivare il contatto, aumento dello sguardo, vocalizzazioni, segnali di protesta o disagio.
Queste risposte indicano che il bambino si aspetta una risposta sociale e che l’altro è centrale per la sua esperienza.
Nei bambini che in seguito mostreranno uno sviluppo nello spettro autistico, ciò che può emergere non è l’assenza di reazione, ma una qualità diversa della risposta.
Alcuni bambini mostrano meno iniziativa nel riattivare l’interazione, altri riducono rapidamente il contatto visivo o si orientano verso strategie di autoregolazione, come fissare oggetti o il proprio corpo.
Questo suggerisce che, fin dai primi mesi, la relazione sociale può avere un peso diverso, essere meno utilizzata come strumento principale di regolazione e comunicazione.
In questo senso, lo still face non “cerca l’autismo”, ma osserva come il cervello sociale del bambino risponde alla rottura della reciprocità.
Poiché l’autismo riguarda proprio il modo in cui le informazioni sociali vengono percepite, elaborate e integrate, un esperimento che isola e amplifica la dimensione relazionale diventa un contesto privilegiato per intercettare segnali precoci di autismo o di uno sviluppo atipico.

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Still-Face e autismo: cosa dice la letteratura scientifica al riguardo?
Per capire se e come lo Still-Face Paradigm possa contribuire all’individuazione precoce di sintomi di autismo, abbiamo raccolto per voi un estratto della letteratura scientifica più recente che ha indagato questo tema.
Negli ultimi anni, infatti, diversi studi hanno iniziato a esplorare in modo sistematico la relazione tra le risposte dei bambini allo still face e il successivo sviluppo nello spettro autistico.
Tra questi, un contributo particolarmente significativo è l’articolo “Application of the Still-Face Paradigm in Early Screening for High-Risk Autism Spectrum Disorder in Infants and Toddlers”, che analizza come le reazioni dei bambini durante questo esperimento possano fornire informazioni utili già nei primissimi mesi di vita.
Lo studio mostra che, durante la fase di still face, i bambini ad alto rischio presentano modalità diverse di coinvolgimento sociale e regolazione rispetto ai bambini con sviluppo tipico.
Queste differenze, osservabili molto presto nello sviluppo, suggeriscono che lo still face possa rappresentare uno strumento promettente di screening precoce, capace di intercettare alterazioni nella reciprocità sociale prima dell’età della diagnosi clinica.

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Impiego del paradigma della Still-Face nel riconoscimento precoce dell’autismo nei bambini
È importante chiarire che lo Still-Face Paradigm non fa parte, ad oggi, della prassi clinica per la diagnosi di autismo.
La valutazione precoce si basa su altri strumenti validati, come questionari e checklist compilate dai genitori, scale osservative e screening standardizzati utilizzati da professionisti esperti.
Lo still face resta un contesto sperimentale di ricerca, condotto in ambienti controllati e con precise garanzie etiche: non è un test diagnostico e non è un esperimento da riprodurre a casa.
Detto questo, leggendo queste ricerche è possibile che abbiate colto alcune somiglianze con esperienze quotidiane.
Può capitare di osservare che, nelle interazioni con vostro figlio, la risposta sociale sia ridotta, intermittente o diversa da quella attesa; oppure, ragionando a ritroso, di riconoscere che in passato il bambino fosse meno responsivo agli scambi di sguardi, alle vocalizzazioni o ai tentativi di coinvolgimento.
Molte delle domande presenti nelle checklist utilizzate per lo screening precoce dell’autismo riguardano, in fondo, gli stessi aspetti relazionali che vengono messi in evidenza dallo Still-Face Paradigm.
Un esempio è la Checklist for Autism in Toddlers (CHAT), uno strumento pensato per individuare segnali di rischio nei bambini intorno ai 18 mesi di età.
È una checklist rapida e semplice da somministrare e include domande che esplorano la reciprocità sociale e l’attenzione condivisa, come: “Piace al vostro bambino giocare a cu-cù o a nascondino?”, “Usa il dito per indicare qualcosa che gli interessa?”, “Vi porge oggetti per mostrarveli?”
Tutti questi comportamenti riflettono la capacità del bambino di coinvolgere l’altro e condividere un’esperienza, elementi centrali nello sviluppo sociale.
In questo senso, lo still face e le checklist genitoriali non sono strumenti sovrapponibili, ma parlano la stessa lingua: osservano, da angolazioni diverse, come il bambino entra in relazione con l’altro e quanto la dimensione sociale sia centrale nel suo modo di stare nel mondo.

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