Il decluttering compulsivo può essere definito come quel pattern per cui, a fronte di una sensazione di ingombro, caos o disordine (interno o esterno), nasce un impulso improvviso e urgente: liberare spazio. Sgomberare. Eliminare. Buttare via. In questi momenti, non si tratta semplicemente di “mettere in ordine”, ma di rispondere a un disagio percepito come intollerabile attraverso un gesto concreto e immediato: ridurre, svuotare, azzerare. È come se la mente dicesse: se tolgo, respiro.
In molte situazioni, fare decluttering è una pratica sana: un cambio di stagione, un trasloco, una riorganizzazione domestica, una scelta minimalista. Ma quando il bisogno di eliminare si attiva soprattutto nei momenti di stress, tensione o ansia, può diventare una strategia di regolazione emotiva. In questo caso, il decluttering non è più una scelta pratica, ma una risposta ansiolitica: un modo per abbassare l’angoscia, ritrovare controllo, creare una sensazione temporanea di ordine.
In alcune persone, questa tendenza può assumere caratteristiche più rigide e ritualizzate, avvicinandosi al funzionamento del Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC).
Cosa si intende per decluttering compulsivo?
Per decluttering compulsivo si intende quel pattern comportamentale per cui, a fronte di una sensazione soggettiva di ingombro, saturazione o disordine, nasce un impulso urgente a liberare spazio eliminando oggetti o contenuti.
Non si tratta semplicemente di riordinare, ma di una spinta a “buttare via tutto” per ridurre una tensione interna e ritrovare una percezione di controllo.
La persona può avvertire che ciò che la circonda è “troppo”, “eccessivo”, “soffocante”, e che l’unico modo per sentirsi meglio sia togliere, svuotare, azzerare. Questo può manifestarsi in diversi ambiti della vita quotidiana, ad esempio:
- Svuotare armadi e cassetti perché i vestiti sembrano improvvisamente troppi o opprimenti.
- Eliminare oggetti in casa perché l’ambiente appare caotico o “pesante”, anche se oggettivamente ordinato.
- Buttare via cibo dalla dispensa per la sensazione che sia eccessivamente piena.
- Cancellare intere playlist perché sembrano non rappresentarci più o risultano “confuse”.
- Eliminare centinaia di foto dalla galleria per bisogno di alleggerire il telefono.
- Svuotare la rubrica cancellando contatti percepiti come non più necessari.
- Eliminare bacheche o pin da Pinterest perché l’accumulo di immagini genera una sensazione di sovraccarico.
In tutti questi casi, l’elemento centrale non è il reale disordine, ma la percezione interna di ingombro e la necessità di liberarsene per ritrovare sollievo.
Bisogno di “buttare via” tutto, di fare spazio e di sgomberare: da dove deriva?
Per alcune persone, questa tendenza non è occasionale ma ricorrente. Ogni volta che l’ansia sale, si attiva l’impulso a eliminare qualcosa.
Il meccanismo psicologico può essere questo:
- Si prova tensione o senso di sovraccarico.
- Si percepisce l’ambiente (o la propria vita) come “troppo piena”.
- Si elimina qualcosa.
- Si prova sollievo.
Quel sollievo rinforza il comportamento. E così la volta successiva, l’ansia attiverà di nuovo la stessa risposta: buttare via, svuotare, ricominciare.
In questi casi, il riordino non è più solo organizzazione. Diventa una forma di autoregolazione emotiva.
La dimensione simbolica del decluttering compulsivo
Liberarsi degli oggetti può avere un significato simbolico potente:
- Togliere il vecchio per fare spazio al nuovo
- Sgomberare il caos per creare ordine
- Chiudere un capitolo e ricominciare
Il gesto concreto del buttare via produce una sensazione immediata di leggerezza. L’ambiente appare più ordinato, più gestibile. E, per riflesso, anche la mente sembra più chiara.
Non è un caso che nei momenti di stress molte persone inizino a:
- riordinare compulsivamente la casa,
- svuotare cassetti,
- eliminare vestiti,
- fare pulizie profonde,
- cancellare centinaia di foto dal telefono,
- “ripulire” la rubrica o smettere di seguire persone sui social.
L’ordine esterno diventa un tentativo di regolare il disordine interno.
DOC e decluttering compulsivo
Il decluttering compulsivo, quando non è una pratica contestualizzata (un trasloco, un cambio di stagione, una scelta minimalista consapevole), può in alcuni casi rappresentare il segnale di un disturbo d’ansia significativo e, nelle forme più strutturate e rigide, può avvicinarsi al funzionamento del Disturbo Ossessivo-Compulsivo.
Nel DOC, infatti, l’ansia generata da pensieri intrusivi o da una sensazione di disordine interno viene neutralizzata attraverso compulsioni, cioè comportamenti ripetitivi messi in atto per ridurre la tensione.
In alcune presentazioni cliniche è presente il cosiddetto fenomeno del not just right experience (esperienza del “non è come dovrebbe essere”): una percezione intensa e disturbante che qualcosa non sia al posto giusto, non sia allineato, non sia “come deve essere”.
In questi casi, il bisogno di liberare spazio, eliminare oggetti o ridurre drasticamente ciò che ci circonda può funzionare come una compulsione di neutralizzazione: buttare via diventa il gesto che placa temporaneamente l’ansia e ripristina una sensazione di correttezza o completezza.
Se il disturbo da accumulo rappresenta la difficoltà estrema a separarsi dagli oggetti, qui potremmo osservare una dinamica quasi speculare.
È interessante notare come la lingua stessa possa aiutarci a raccontare questo fenomeno. Il termine “disposofobia” viene spesso usato (anche se non è un’etichetta clinica ufficiale) per indicare la paura di gettare via, cioè la difficoltà a separarsi dagli oggetti.
Seguendo questa logica, avrebbe senso parlare — in modo divulgativo — di una sorta di “disposofilia”, cioè una tendenza opposta: il bisogno di eliminare, liberarsi, svuotare.
Non come semplice gusto per l’ordine, ma come ricerca emotiva di leggerezza e controllo.
Cosa succede dopo il decluttering compulsivo?
Dopo una sessione intensa di decluttering, spesso arriva una fase che potremmo chiamare “post-decluttering”: un momento in cui, subito dopo il sollievo, emergono emozioni più complesse. All’inizio c’è leggerezza—come se lo spazio liberato coincidesse con uno spazio mentale ritrovato.
Ma non di rado, soprattutto quando l’eliminazione è stata impulsiva o guidata dall’ansia, possono comparire ripensamenti, senso di colpa, vuoto, tristezza o irritazione.
A volte ci si accorge di aver buttato via cose utili o affettive, oppure ci si sente stranamente “spogli”, come se insieme agli oggetti si fosse eliminato anche qualcosa di sé. In altri casi succede il contrario: nonostante la casa (o il telefono) sia più ordinata, l’ansia torna rapidamente e spinge a ricominciare, alimentando un ciclo “tensione → svuotamento → sollievo → nuova tensione”.
È qui che il post-decluttering diventa una lente utile: se il benessere dura poco e lascia un bisogno di ripetere l’azione, allora forse l’obiettivo non era davvero l’ordine, ma calmare qualcosa che l’ordine, da solo, non riesce a risolvere.



