Sapevi che il bodyshaming può essere un fattore di rischio nell’insorgenza di un DCA?
Il bodyshaming, ovvero la derisione o la critica del corpo altrui, rappresenta un fenomeno sempre più diffuso nella società contemporanea, soprattutto attraverso i social media.
Commenti offensivi sull’aspetto fisico possono avere conseguenze profonde sul benessere psicologico di una persona, minando l’autostima e il rapporto con il proprio corpo.
In molti casi, l’esposizione continua a giudizi negativi può favorire l’insorgenza dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), poiché chi ne è vittima può sviluppare un’ossessione per il controllo del peso e dell’alimentazione nel tentativo di adeguarsi a modelli estetici irrealistici.
Il bodyshaming, quindi, non è solo una forma di violenza verbale, ma un fattore di rischio concreto per la salute mentale e fisica.
Cosa significa “bodyshaming”?
Il termine “bodyshaming” indica qualsiasi forma di giudizio, presa in giro o umiliazione rivolta all’aspetto fisico di una persona, indipendentemente dal tipo di corpo.
Può colpire sia i corpi considerati “grassi” sia quelli ritenuti “troppo magri”, oltre a tutte le caratteristiche che non rientrano negli standard estetici imposti dalla società.
Il bodyshaming può manifestarsi attraverso commenti diretti, battute o insulti, ma anche in modo più sottile, ad esempio tramite paragoni o “complimenti” ambigui.
Anche quando viene presentato come uno scherzo o un consiglio non richiesto, il bodyshaming può provocare disagio emotivo e contribuire a sviluppare un rapporto negativo con il proprio corpo.
Il bodyshaming può portare all’insorgenza di DCA?
Il body shaming può rappresentare un importante fattore di rischio nell’insorgenza dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), soprattutto in soggetti psicologicamente predisposti o già fragili dal punto di vista emotivo.
Commenti negativi, prese in giro o giudizi ripetuti sull’aspetto fisico possono minare profondamente l’autostima e il rapporto con il proprio corpo, favorendo un’insoddisfazione corporea persistente.
In queste condizioni, il body shaming può agire come un vero e proprio trigger, ovvero un evento scatenante che porta all’adozione di condotte alimentari disfunzionali.
Nel tentativo di cambiare il proprio corpo o di conformarsi a modelli estetici irrealistici, alcune persone iniziano diete fai da te, restrizioni alimentari rigide o periodi di digiuno, senza alcun controllo medico, aumentando il rischio di sviluppare comportamenti alimentari patologici.
Allo stesso tempo, l’esperienza del body shaming può generare emozioni intense e difficili da gestire, come stress, ansia, vergogna e depressione.
In alcuni casi, il cibo diventa uno strumento di compensazione emotiva: le abbuffate possono offrire un sollievo temporaneo dal disagio psicologico, ma sono spesso seguite da forti sensi di colpa, paura di ingrassare e disgusto verso sé stessi.
Questo circolo vizioso può spingere la persona a ricorrere a comportamenti compensatori come il vomito autoindotto, l’uso di lassativi o l’attività fisica eccessiva, contribuendo allo sviluppo di quadri clinici come la bulimia nervosa.
Il body shaming, quindi, non è solo un’offesa momentanea, ma può innescare dinamiche profonde che coinvolgono emozioni, pensieri e comportamenti, con conseguenze gravi e durature sulla salute mentale e fisica dell’individuo.
Cosa dice la letteratura sul legame tra bodyshaming e disturbi alimentari?
Secondo lo studio “Body shaming and internalized weight bias as potential precursors of eating disorders in adolescents” (Cerolini et al., pubblicato su Frontiers in Psychology nel 2024), il body shaming legato al peso può rappresentare un fattore di rischio importante per lo sviluppo di sintomi riconducibili ai Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), soprattutto perché agisce su variabili psicologiche “ponte” come l’insoddisfazione corporea e lo stigma interiorizzato.
La ricerca è stata condotta su 919 studenti delle scuole superiori (età media circa 16 anni), quindi in piena adolescenza, una fase in cui i cambiamenti puberali e la maggiore esposizione al giudizio dei pari rendono più vulnerabili rispetto all’immagine corporea.
I risultati mostrano che il fenomeno è tutt’altro che raro: circa 1 ragazzo/a su 4 riferisce esperienze di body shaming sul peso da parte di pari o familiari, e il 37% dichiara di averne vissuta almeno una nella vita.
Inoltre, chi ha sperimentato body shaming riporta più sintomi di DCA e maggiore insoddisfazione corporea, con un impatto particolarmente evidente nelle ragazze.
Un aspetto centrale dello studio è che, tra gli adolescenti con sovrappeso, il pregiudizio sul peso interiorizzato (cioè l’idea negativa su sé stessi “assorbita” dai messaggi esterni) può mediare il legame tra body shaming e sintomi alimentari disfunzionali: in pratica, non è solo l’offesa in sé a fare danno, ma il fatto che possa trasformarsi in vergogna e auto-svalutazione, aumentando il rischio di comportamenti come dieta rigida, abbuffate o strategie di controllo poco sane.
Per questo gli autori sottolineano l’importanza di intervenire presto, proprio nell’adolescenza (circa 14–18 anni), lavorando su prevenzione a scuola, clima familiare e contrasto dello stigma, perché è l’età in cui queste esperienze sono più frequenti e possono avere effetti più marcati sul rapporto con corpo e cibo.
Da bodyshaming a body shame: quando il body shaming viene interiorizzato
Quando il body shaming si ripete nel tempo, soprattutto in un’età delicata o in contesti dove si cerca approvazione, può “entrare dentro” e trasformarsi in body shame: non è più solo un giudizio esterno, ma diventa un modo stabile di percepirsi.
La persona finisce per interiorizzare lo sguardo dell’altro, quello sguardo di disgusto, di repulsione o di scherno, e lentamente impara a guardarsi con gli stessi occhi: come se il giudizio altrui si fosse installato dentro di lei.
Così, anche quando nessuno sta dicendo nulla, la critica continua in automatico: nello specchio, nelle foto, nei vestiti che “non stanno bene”, nei confronti con gli altri.
Il corpo non viene più vissuto come “una parte di me”, ma come un oggetto da controllare, correggere, nascondere o punire, e la vergogna diventa una sensazione costante, quasi un’identità. In questo passaggio cambia qualcosa di profondo: non si soffre solo per un commento, ma per l’idea di essere sbagliati, difettosi, indegni.
Ed è qui che i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DNA) possono inserirsi con forza, perché spesso non riguardano soltanto il cibo o il peso, ma sono profondamente identitari: diventano un modo per definire sé stessi (“io valgo se riesco a controllarmi”), per gestire emozioni ingestibili, per dare forma a un dolore interno.
Il controllo dell’alimentazione può diventare una promessa di riscatto (“se dimagrisco sarò accettato”), mentre momenti di perdita di controllo, come le abbuffate, possono funzionare da anestetico temporaneo contro stress, ansia, solitudine o tristezza, seguiti però da colpa e disgusto ancora più forti.
In questo circolo vizioso, la vergogna sul corpo non è solo un sentimento: diventa una lente attraverso cui ci si interpreta, si misura il proprio valore e si costruisce l’immagine di sé.
Per questo il body shame è così pericoloso: perché non ferisce soltanto l’autostima, ma può spingere la persona a organizzare la propria vita, i propri pensieri e il proprio modo di “essere” attorno al corpo e al suo controllo, aprendo la strada a condotte alimentari disfunzionali e, nei casi più gravi, a un vero e proprio disturbo alimentare.



