Il gioco infantile post-traumatico è forma di gioco che si manifesta tipicamente nei bambini che hanno vissuto un evento traumatico e che, attraverso la ripetizione simbolica o letterale dell’esperienza, cercano di elaborarla, affrontarla o, più spesso, di difendersi da emozioni troppo intense e ingestibili.
Non si tratta di un gioco come tutti gli altri: il gioco post-traumatico è oggi considerato un segno clinico significativo, tanto da essere incluso nei principali manuali diagnostici, come il DSM-5, tra i criteri per il Disturbo Post-Traumatico da Stress nei bambini sotto i 6 anni.
Che cos’è il gioco? L’importanza del gioco nello sviluppo infantile
Per comprendere il gioco post-traumatico, dobbiamo prima fermarci su che cosa rappresenta il gioco in condizioni normali.
Il gioco, infatti, non è semplice divertimento. È un’attività fondamentale dello sviluppo infantile, una forma di apprendimento naturale attraverso cui il bambino:
- esplora il mondo
- sperimenta ruoli e possibilità
- impara le regole sociali
- elabora emozioni
- costruisce il senso di sé
- sviluppa creatività, linguaggio e competenze cognitive
Il gioco è anche:
- simbolico: un oggetto diventa qualcos’altro
- relazionale: coinvolge l’altro e lo scambio
- regolativo: aiuta a modulare stati emotivi
- riparativo: permette di “aggiustare” nella fantasia ciò che non è andato bene nella realtà
Nella psicologia dello sviluppo, autori come Piaget, Vygotskij, Winnicott, Erikson e la stessa Anna Freud hanno evidenziato come il gioco sia una forma di “pensiero in azione”, un linguaggio affettivo in cui emozioni, desideri e paure prendono forma concreta.
Il gioco come manifestazione del trauma secondo il DSM e la letteratura clinica
È “risaputo”, ormai stabilmente riconosciuto dalla comunità scientifica, che i bambini elaborano il trauma attraverso il gioco.
A differenza degli adolescenti o degli adulti, che dispongono di un linguaggio più sviluppato e di un sistema cognitivo più maturo, i bambini non possono sempre verbalizzare ciò che è accaduto o ciò che provano.
Il gioco dunque diventa:
- una forma di comunicazione
- una modalità di espressione emotiva
- una via di scarico e talvolta di ripetizione compulsiva
- uno spazio in cui l’evento traumatico viene rimesso in scena
Il DSM-5, all’interno dei criteri diagnostici per il PTSD infantile, descrive proprio questo tipo di fenomeno.
Tra i sintomi del criterio B (sintomi intrusivi), include infatti:
- “Giochi ripetitivi che contengono aspetti o temi dell’evento traumatico”
- “Rappresentazioni traumatiche nel gioco, spesso non comprese come tali dal bambino”
Questo significa che, anche in assenza di una narrazione esplicita, il trauma può essere osservato nel gioco: nella sua forma, nei contenuti, nel modo in cui il bambino interagisce con gli oggetti, nei personaggi che sceglie, nelle ripetizioni ossessive o nella carica emotiva che accompagna il gesto ludico.
Il gioco diventa quindi una vera e propria “finestra clinica” sulla sofferenza.
La prospettiva psicodinamica: il gioco come simbolo di qualcosa d’altro
All’interno della teoria psicodinamica, il gioco ha una funzione ancora più complessa e affascinante.
È considerato un luogo simbolico, un mezzo attraverso il quale il bambino mette in scena:
- desideri inconsci
- paure profonde
- conflitti interni
- tensioni tra sé e l’altro
- temi edipici o relazionali
- eventi vissuti o temuti
Così come il sogno, così come il sintomo, il gioco sta per qualcosa d’altro.
Nella stanza di psicoterapia, il gioco è spesso interpretato come:
- una rappresentazione simbolica
- un’espressione inconscia
- una forma indiretta di comunicazione
Questo vale sia per i bambini con sviluppo tipico, sia – ancora di più – per quelli che hanno vissuto eventi traumatici.
Quando il trauma entra in scena, il gioco cambia caratteristiche.
Il Gioco Infantile Post-Traumatico: cosa succede quando il trauma invade il gioco
Nel gioco post-traumatico non troviamo più creatività, immaginazione, libertà o piacere.
Si tratta invece di un gioco inquietante ed emotivamente intenso
È un gioco che replica il trauma, quasi identico, senza trasformarlo. Il bambino non gioca sul trauma: ripete il trauma stesso, in forma concreta o appena modificata.
Questo tipo di gioco non riduce l’ansia: spesso la aumenta.
Letteratura scientifica sul Gioco Infantile Post-Traumatico
Uno dei contributi più importanti allo studio del gioco post-traumatico proviene da Terr L., in particolare con lo studio “Forbidden Games: Post-Traumatic Child’s Play”
Nel suo lavoro, Terr analizza 12 bambini psicologicamente traumatizzati e 1 adulto traumatizzato, e osserva che 11 di loro presentano forme di gioco post-traumatico.
Consigliamo, ai più interessati o agli addetti ai lavori, la lettura di questo contributo scientifico. Le caratteristiche dell’intero gruppo in studio sono riassunte in una tabella in cui vengono, tra le altre cose, riportati anche
- l’età del bambino
- il trauma subito
- il tipo di gioco osservato
Ad esempio, nel contributo viene riportato il fenomeno di una bambina che era stata aggredita da un cane e che giocava abbaiando alla finestra e mordendo i suoi familiari da sotto il tavolo.
Questo comportamento:
- non era simbolico
- non era liberatorio
- era una ripetizione letterale e compulsiva del trauma
Questo studio, insieme ad altri, ha contribuito alla letteratura su questa distorsione comportamentale, a cui è stato dal il nome di gioco infantile post-traumatico (PTCP).
Caratteristiche del Gioco Post-Traumatico
Nel suo articolo, Terr descrive una serie di caratteristiche ricorrenti del gioco post-traumatico osservate in bambini che hanno vissuto eventi traumatici.
Alcune di queste sono, come riportato da Forbidden Games: Post-Traumatic Child’s Play” Journal of the American Academy of Child Psychiatry, 20, 741–760:
- Compulsiva ripetitività: il gioco post-traumatico è caratterizzato da una ripetizione rigida e quasi ossessiva delle stesse scene, gesti o sequenze. Il bambino tende a “giocare sempre la stessa cosa”, senza vera evoluzione o variazione narrativa. Ad esempio, la bambina aggredita da un cane continuava per anni ad abbiare dalla finestra e a mordere i familiari da sotto il tavolo, come se fosse lei stessa il cane, ripetendo il trauma in modo insistente.
- Collegamento inconscio con l’evento traumatico: spesso il bambino non è consapevole che ciò che sta mettendo in scena è collegato al trauma vissuto. Per lui “è solo un gioco”, mentre per l’osservatore clinico i rimandi all’evento traumatico sono evidenti. Il legame tra gioco e trauma diventa chiaro solo alla luce di una lettura psicologica e, in alcuni casi, attraverso l’interpretazione terapeutica.
- Letteralità del contenuto: a differenza del gioco simbolico tipico, qui il contenuto è molto poco metaforico: ciò che accade nel gioco è quasi una copia dell’evento traumatico. Il gioco non “parla d’altro”: riproduce aggressioni, incidenti, situazioni di pericolo in modo diretto, concreto, spesso crudo. Manca la trasformazione simbolica che permette di prendere distanza e rielaborare.
- Fallimento nell’alleviare l’ansia; il gioco normale aiuta il bambino a modulare la tensione interna e di solito porta a un qualche sollievo. Nel gioco post-traumatico, invece, questo non accade: l’ansia non diminuisce, talvolta aumenta. Il bambino continua a ripetere il gioco, ma non si sente più tranquillo; può sviluppare nuove paure, incubi o evitamenti, come se la ripetizione mantenesse vivo il trauma anziché scaricarlo.
- Ampia fascia di età coinvolta: Terr osserva che forme di gioco post-traumatico possono comparire in bambini molto piccoli (anche sotto i 2 anni), in età scolare, in preadolescenza e persino in adolescenti e giovani adulti, sotto forma di attività para-ludiche (come disegni compulsivi o “giochi” a rischio). Questo indica che il meccanismo non è legato solo alla prima infanzia, ma può riattivarsi in varie fasi dello sviluppo.
- Latenza variabile tra trauma e gioco: il gioco post-traumatico può comparire subito dopo l’evento, ma anche dopo settimane o mesi. In alcuni casi c’è un esordio quasi immediato; in altri, un apparente “silenzio” seguito dalla comparsa di giochi strani, ripetitivi, che solo a posteriori possono essere collegati al trauma. Questo rende ancora più importante chiedere sempre cosa è successo nella storia recente del bambino.
- Coinvolgimento di bambini non traumatizzati: il gioco post-traumatico ha una forte “forza di attrazione” emotiva: spesso altri bambini, che non hanno vissuto direttamente il trauma, vengono coinvolti e finiscono per partecipare alle stesse scene, imitare gli stessi gesti, entrare nei ruoli del gioco. In questo senso il gioco può diventare anche veicolo di contagio emotivo, trasmettendo parte dell’angoscia a coetanei inizialmente non traumatizzati.
- Contagio a nuove generazioni o a fratelli minori: alcuni giochi post-traumatici vengono “ereditati” da fratelli più piccoli o da nuovi gruppi di bambini, anche quando l’evento traumatico è ormai lontano nel tempo. Il gioco sopravvive alla memoria conscia del trauma e continua a circolare come rituale, pur perdendo progressivamente il collegamento esplicito con la storia originaria.
- Potenziale pericolosità: in diversi casi il gioco post-traumatico comporta rischi reali per l’incolumità del bambino o degli altri: giochi che riproducono incidenti, salti da altezze, inseguimenti in strada, finte aggressioni fisiche, chiusure in spazi ristretti, ecc. Si tratta di “giochi” che possono facilmente sfociare in incidenti o ri-traumatizzazioni, e che richiedono quindi particolare attenzione clinica e educativa.
- Uso di arte, disegno, parole e registrazioni come forme alternative di gioco: non sempre il gioco post-traumatico passa per i classici giochi di finzione con bambole o pupazzi. Terr descrive bambini e un giovane adulto che ripetono compulsivamente disegni dello stesso tipo (scene di incidenti, aggressori, mezzi di trasporto) o che ascoltano più e più volte nastri audio legati al trauma, o che raccontano in modo stereotipato la stessa storia. Anche questi comportamenti possono essere considerati forme di “gioco post-traumatico”, perché mantengono la stessa struttura ripetitiva e non liberatoria.
- Possibilità di risalire a traumi precedenti: l’osservazione del gioco post-traumatico, infine, può permettere di individuare traumi non immediatamente noti o non ricordati dalla famiglia. In alcuni casi, andando a esplorare insieme al bambino il contenuto del gioco, emergono episodi di paura intensa, violenza, incidenti o abusi mai raccontati prima. Il gioco diventa così un ponte clinico prezioso per ricostruire la storia traumatica e avviare un percorso di cura mirato.
Il gioco post-traumatico è una finestra preziosa sul mondo interiore del bambino traumatizzato.
Può essere inquietante, ripetitivo, rigido, doloroso, e può lasciare genitori e insegnanti senza parole ma è un segnale che il bambino sta cercando, come può, una via per sopravvivere emotivamente a ciò che è accaduto.
Riconoscerlo, comprenderlo e intervenire in modo competente significa dare voce al trauma, trasformarlo e, infine, renderlo narrabile e curabile.



